Francesco Mandarini e Valentino Parlato
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La scomparsa di Mandarini mette l’Umbria davanti allo specchio

 

Prologo

Claudio Carnieri racconta che quando Pietro Ingrao arrivava in Umbria, erano spesso lui e Francesco Mandarini ad andarlo ad aspettare alla stazione o a condurlo nel luogo in cui si sarebbe poi svolto l’incontro pubblico al quale avrebbe partecipato lo storico leader della sinistra del Pci. Nel tragitto, Ingrao chiedeva loro immancabilmente cosa stessero leggendo. Non per sottoporli a un esame, quanto piuttosto per capire cosa si stesse muovendo, ricorda sempre l’ex presidente della Giunta regionale tirando in ballo la curiosità intellettuale che animava Ingrao. Capitava con regolarità che Carnieri snocciolasse titoli di saggi, mentre Mandarini citava romanzi di autori prevalentemente nord americani.

L’innesto

La scomparsa di Francesco Mandarini – avvenuta il 14 marzo, nel giorno del suo ottantesimo compleanno – una figura profondamente innestata con la storia della regione, è l’occasione per ragionare dell’Umbria, regione in cui Mandarini, da esponente del Partito comunista, è stato protagonista politico di primo piano fino a diventare presidente della Giunta dal 1987 al 1992. Un’operazione del genere non significa guardare al passato, è semmai un tentativo di capire di quale impasto e trasformazioni è il prodotto l’Umbria attuale. Di più: Mandarini è il primo esponente di spicco dell’Umbria che fu che viene a mancare nell’Umbria che è. Nel senso che se si confronta il tempo dell’attività politica di Mandarini con quello attuale ci si trova davanti a un panorama sul quale pare essere passato un uragano, e non solo a livello politico. Può essere utile allora riflettere sull’evoluzione di questa regione, del suo personale politico, sull’attitudine a pensare la politica che ha accompagnato l’Umbria, anche per liberarsi di alcune retoriche senza fondamento.

Gli ingraiani

Questa è una regione che ha avuto una lunga frequentazione con una interpretazione minoritaria ma assai significativa del comunismo italiano, quella che per comodità si può definire ingraiana. Il leader comunista ha intessuto con l’Umbria una relazione intensa che lo ha portato a essere il capolista del Pci per diverse tornate elettorali; succedeva quando quel partito era di gran lunga maggioritario in regione. Ne è scaturita una generazione di ingraiani umbri di cui Mandarini è stato illustre esponente.

Sandro Pertini e Pietro Ingra, il giorno del giuramento di Pertini come presidente della Repubblica
Pietro Ingrao e Sandro Pertini, nel giorno del giuramento di Pertini come presidente della Repubblica

Tra i sostantivi cui si ricorre più frequentemente per definire l’ingraismo ci sono eresia e eterodossia, che sono in qualche modo sinonimi e designano una adesione critica, la mancata rinuncia a sé pur nell’ambito di un attivismo, e quindi a una lettura personale, anticonformista e antidogmatica delle cose. Non era casuale l’interesse intellettuale di Ingrao nei confronti di ciò che leggevano i suoi giovani, così come non era casuale l’attrazione che in lui esercitavano linguaggi come la poesia e il cinema. Era come se il processo di rivoluzione non venisse confinato all’ambito politico-economico ma si prestasse attenzione alle facce diverse del poliedro di cui sono composte le persone. Ingrao incarnava in questo senso la quintessenza del concetto di egemonia gramsciana, che è questione ben più impegnativa e multiforme della presa del potere. Tutto questo si mescolava, nella visione e negli atti proposti dal leader della sinistra del Pci, in un cammino in cui si era accompagnati dal dubbio, parola che l’ortodossia bandisce, essendone spaventata oltre che rappresentandone ontologicamente il contrario. “La pratica del dubbio” è il titolo di un libro-dialogo di cui insieme a Ingrao è protagonista Claudio Carnieri, a confermare il legame a doppio filo tra l’elaborazione ingraiana e l’Umbria.

La copertina del libro di Pietro Ingrao e Claudio Carnieri "La pratica del dubbio"

Tutto questo si è tradotto nella pratica politica in una attenzione ai cambiamenti e a un’apertura della sinistra del Pci alle tendenze più evolutive della società italiana – dai movimenti del ‘68 e del ‘77, al femminismo, all’ambientalismo, al pacifismo – che non ha trovato analogo riscontro in altre anime di quel partito. Lo stesso rapporto intessuto da Ingrao col manifesto, anche dopo la radiazione del collettivo sentenziata dal Pci, è uno dei frutti dell’eterodossia. Non è un caso che l’ingraiano Mandarini, all’indomani della sua carriera strettamente politica, abbia continuato a profondere il suo impegno in una battaglia cultural-politica che si è tradotta nel diventare presidente della società che editava il manifesto e nell’essere tra i fondatori del mensile Micropolis, che esce in Umbria col quotidiano ogni primo mercoledì del mese.

La ricaduta in Umbria

Che cosa ha significato tutto questo in Umbria? In primo luogo, parla la biografia di Mandarini, che da operaio della Perugina è diventato prima assessore regionale in una Giunta presieduta da un altro operaio, Pietro Conti, e poi è arrivato a essere lui stesso presidente, così come è avvenuto poco dopo per un altro figlio del popolo umbro, Claudio Carnieri. C’era una volta, insomma, e oggi sembra fantascienza, un partito che non solo si proponeva di rappresentare gli interessi delle persone che erano nate sotto, ma le portava letteralmente al governo. E c’era una regione che attraverso la sua classe politica riusciva a prendersi il Parlamento. Per due volte, prima con quattro sedute tra l’11 e il 17 gennaio 1960, e poi tra il gennaio e l’aprile del 1966, la «questione dell’Umbria» fu posta al centro del dibattito alla Camera.

I piani, lo studio e le retoriche senza fondamento

La questione dell’Umbria approdò in Parlamento a causa delle penose condizioni di questa regione. I dibattiti che ne seguirono furono rivolti alla stesura di un Piano che sulla base di studi e ricerche doveva agire sulle leve giuste per trascinare l’Umbria fuori dalla palude. Sulla funzione di studi e ricerche, torneremo tra un attimo. Per adesso vale la pena soffermarsi su due dati utili a capire lo stato di quello che di lì a poco diventò il cuore verde d’Italia. Il primo: nel censimento del 1951 si rilevò che ogni cento persone che si incontravano in Umbria, 14 non sapevano leggere e scrivere; si trattava del tasso di analfabetismo di gran lunga più alto nelle regioni del centro Italia. Il secondo: nel 1961, secondo quanto si desume da una ricerca di Luigi Bellini, docente dell’Università degli studi di Perugia, il 41,9 per cento della terra, veniva coltivata da mezzadri a beneficio di latifondisti. Ecco perché la Camera prese atto del «particolare stato di depressione dell’economia della regione Umbria» e predispose un Piano. Di piani poi, nel corso degli anni e dopo l’istituzione dell’ente Regione nel 1970, ne furono predisposti diversi, tutti sulla base di studi e ricerche di cui dà conto un volume dell’Aur (Agenzia Umbria ricerche) del 2007, “Cinquant’anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria”. Ricerche, programmazione, Piani. Tutte formule che nel corso degli anni sono state sfibrate dall’ossessione che ci fa vivere come se fossimo in un eterno presente senza né radici né prospettiva. È anche per questo che si è passati dall’invito allo studio, costante di Mandarini nonché stella polare della sua vita, alla retorica del fare, che senza studio è senza costrutto. Ma c’è anche di più: quella mole di studi, quelle progettazioni, quei dibattiti in cui l’Umbria si prese il Parlamento ci dicono che questa regione è stata costruita essenzialmente dalle risorse e dall’elaborazione pubblica, non certo facendo leva sull’iniziativa privata che, nonostante ciò, nel frattempo è riuscita a diventare l’alfa e l’omega delle politiche istituzionali, di fatto fagocitandole, dando vita a una retorica senza fondamento, quella delle zavorre pubbliche che renderebbero pesante l’Umbria, quando la storia dice il contrario.

Il dopo

Poi è successo che è venuto giù il muro di Berlino, e sotto le macerie sono stati sotterrati anche gli aneliti di chi stava sotto a liberarsi dal bisogno e, addirittura, a governare. A quel punto Mandarini e quelli come lui sono andati a fare altro. E il partito, da elaborazione di intelligenza collettiva che era si è trasformato in trampolino per carrieristi, tanto che si è cominciato a parlare di partito degli amministratori, tanto che politica è diventato sinonimo di amministrazione. E ciò ha relegato lo studio, la costruzione di prospettive, l’emancipazione di chi sta sotto ad anticaglie da mettere in soffitta. Ed è successo che oggi è diventato fantascienza eleggere un presidente operaio. Non solo: presidente operaio è stata una delle fortunate formule pubblicitarie con cui un imprenditore miliardario è riuscito a diventare presidente del Consiglio. Oggi non solo non potrebbe esistere un presidente operaio che invita allo studio e se ne fa carico nella sua vita privata e pubblica, come Mandarini: oggi nella Giunta regionale siedono assessori che dichiarano al Fisco mediamente centomila euro pro capite, laddove il reddito medio di uomini e donne che vivono in Umbria è di meno di ventimila euro. E i sindaci dei due capoluoghi e della presidente di Regione sono tutt’e tre avvocati, altro che operai! E la polemica non la si fa contro lo stato di bisogno cui sono relegate migliaia di giovani condannate al precariato, ma semmai contro i professoroni, o contro chi desta dubbi, altri sintomi di una retorica molesta che ha messo nel mirino l’approfondimento e chi lo pratica.

Sono questi alcuni tra i motivi che rendono la scomparsa di Mandarini, oltre che dolorosa, un utile motivo per ragionare sull’Umbria a cavallo tra ciò che era e ciò che è, immagine riflessa di uno specchio che pare deformante, e che invece restituisce bene l’idea di una regione che vive oggi nel passato dei privilegi che un tempo si pensava di aver definitivamente abbattuto. Il tempo in cui i figli del popolo diventavano presidenti.

Nella foto di copertina tratta dal suo profilo facebook, Francesco Mandarini insieme a Valentino Parlato

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