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Chi rappresenta chi. I redditi e le professioni di consiglieri e assessori

Una persona con uno smartphon in mano

Fratelli d’Italia il partito più ricco. Gli operai eletti solo con la Lega. Lo strapotere degli avvocati. Viaggio nei consigli e nelle giunte della Regione e dei due capoluoghi

di Fabrizio Marcucci

Si chiama democrazia rappresentativa perché elettori ed elettrici delegano qualcuno a farsi rappresentare. Ma lo specchio del voto riflette un’immagine non del tutto fedele del corpo elettorale, o almeno, questo è ciò che emerge da un’analisi dei redditi e delle professioni dei consiglieri eletti nell’assemblea regionale e nei consigli comunali di Perugia e Terni. Se poi il confronto lo si fa con gli organi esecutivi, il distacco che emerge è anche maggiore.

Cominciamo da una curiosità che può aprirci il varco per comprendere le distanze: i tre vertici delle maggiori istituzioni umbre, cioè la presidente della giunta regionale e i sindaci di Perugia e Terni, sono altrettanti avvocati. Ora, avvocati e avvocate in Umbria sono tanti, 3.232 secondo “I numeri dell’avvocatura”, la pubblicazione che con cadenza annuale fornisce le cifre della professione: 3,7 ogni mille abitanti, cioè lo 0,37 per cento della popolazione. Tanti, sì, ma pur sempre minoranza rispetto al resto della popolazione, eppure fanno l’en plein dei vertici istituzionali regionali.

Per apprezzare però la distanza tra governati e governanti, almeno per ciò che riguarda le condizioni materiali, occorre fare riferimento ai redditi, e tenere presente che, secondo i dati forniti dal ministero dell’Economia, il reddito imponibile medio dei contribuenti in Umbria è stato, nel 2019, di 19.600 euro. Anche in questo caso, la rappresentatività è piuttosto aleatoria. Nella giunta regionale siedono sei persone il cui reddito imponibile complessivo è di 620 mila euro, più di centomila euro annui pro capite, al netto delle proprietà di decine di case e terreni. Detto in altri termini, in media ogni esponente dell’esecutivo guadagna come cinque persone residenti in questa regione.

Passando a Palazzo dei Priori e Palazzo Spada, le sedi comunali di Perugia e Terni, la differenza si ridimensiona, ma la sostanza non cambia di molto. Il sindaco Romizi e i colleghi e le colleghe di giunta denunciano un reddito pro capite di 65 mila euro; a Terni la media reddituale di sindaco, assessori e assessore è di 55 mila euro.

Anche quando si passano ad analizzare le professioni, si notano differenze macroscopiche. Delle 363 mila persone che risultano occupate in Umbria, il 75 per cento sono lavoratori e lavoratrici dipendenti. Dei 26 assessori e assessore che amministrano la Regione e i Comuni di Perugia e Terni, solo il 42 per cento risultano essere lavoratori dipendenti, e tanto nella giunta municipale di Terni quanto in quella di Perugia, c’è una prevalenza di liberi professionisti (avvocati, architetti, commercialisti, medici).

E i partiti? Chi viene eletto nei consigli? In che condizioni materiali si trova rispetto al resto della popolazione? La formazione politica più ricca risulta essere Fratelli d’Italia. Il partito di Meloni è riuscito a piazzare dieci consiglieri nei consigli più importanti della regione, e il loro imponibile medio pro capite è di 48 mila euro. La Lega – seconda in questa particolare classifica – di consiglieri nelle tre assise ne ha eletti 23, e il loro reddito imponibile medio pro capite sfiora i 39 mila euro. Il Pd, terzo partito per ricchezza, fa registrare un imponibile medio di 36 mila euro per i suoi 12 consiglieri, ed è seguito da M5S (34 mila euro pro capite per 8 consiglieri eletti) e Forza Italia. Il partito di Berlusconi, il politico ricco per eccellenza, è l’ultima delle formazioni politiche tradizionali nella graduatoria reddituale dei rappresentanti che elegge: 26.600 euro pro capite di media per i suoi cinque consiglieri e consigliere. Poi c’è la eterogenea galassia delle liste civiche e dei candidati. Andrea Fora, che è stato in odore di candidatura per il centrosinistra alle ultime regionali ma poi si è dovuto accontentare di guidare il Patto civico per l’Umbria, riuscendo comunque a entrare in consiglio regionale, denuncia un imponibile di 70 mila euro. Colui che invece diventò il candidato di Pd e M5S per Palazzo Donini e che oggi siede sui banchi del gruppo misto in consiglio regionale, Vincenzo Bianconi, ha un imponibile di 25 mila euro ma dichiara circa 600 mila euro di investimenti nel fondo Azimut. L’altro candidato di spicco del centrosinistra che aveva corso per il Comune di Perugia, Giuliano Giubilei, gode di un reddito di 128 mila euro. Tra le altre liste civiche, spiccano gli imponibili medi di Perugia civica (41 mila euro), di Terni immagina (44 mila) e di Uniti per Terni (41 mila).

Un’ultima osservazione. L’unico partito che elegge operai, in attività o in pensione, è la Lega, che è anche la formazione più interclassista, l’unica in cui convivono primari ospedalieri, imprenditori e operai, appunto.

Nota a margine

Cosa significa tutto questo? Partiamo da un ritratto: l’uomo e la donna residenti in Umbria, mediamente tirano avanti con poco più di mille euro al mese, spesso hanno contratti a tempo e sovente hanno un titolo di studio più alto rispetto alla mansione che svolgono. Ler persone che essi delegano a rappresentarli, godono di tutt’altro status, come abbiamo visto. Ciò dimostra che nonostante riteniamo superate le rappresentanze per censo, nonostante l’analisi delle classi sociali sia considerata fuori moda – anzi, forse proprio per questo – la rappresentanza negli organi politici e in quelli più strettamente esecutivi è appannaggio di persone che dispongono di un reddito che è sempre superiore rispetto a quello delle persone che rappresentano e amministrano. L’analisi dei dati mostra anche che i mediamente più ricchi tendono a essere eletti più spesso nelle formazioni ascrivibili alla destra. Ma non mancano articolazioni, come quella ben rappresentata dalla Lega, partito che riesce ad aggregare e far eleggere persone di provenienza molto diversa. L’abbozzo di analisi mostra altresì che i candidati del centrosinistra sono spesso assai danarosi. Ma la questione al fondo di questo spunto di riflessione è un’altra: il popolo sa davvero rappresentarsi? Le formazioni politiche presenti nei consessi ne sono una proiezione fedele nelle istituzioni? Ecco, queste domande, alla luce dei dati riportati, lasciano aperte parecchie incognite. Il fatto stesso di considerare fisiologico da parte di molti, che a rappresentare donne e uomini debbano esserci persone mediamente più elevate, e che l’elevazione venga misurata, come abbiamo visto, in reddito, porta a derive incontrollate. A meno di non considerare che ricchi e persone comuni abbiano gli stessi punti di vista, lo stesso angolo di percezione, gli stessi interessi. A meno di non considerare i ricchi, per il solo fatto di essere ricchi, migliori. Non è questa la base della nostra analisi, che parte invece dal presupposto che il confondere le acque, l’ideologia che chi sta in alto sia come chi sta in basso, sia anzi il seme che porta i ricchi a rappresentare anche i comuni mortali.

Foto di Mohamed Hassan da pixabay.com

Ultimo aggiornamento 20/5/2021

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