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Eretico futuro: l’occasione persa dalle sinistre all’arrivo del “digitale”

Valentino Filippetti, una vita di attivismo politico a sinistra e attuale sindaco di Parrano, ripercorre in un libro i ritardi nella comprensione dell’avvento del digitale e ne descrive alcune delle potenzialità da cui si potrebbero dispiegare positivi effetti sulla vita delle persone, se solo ci si concentrasse a capirne la natura, invece di lasciare campo libero ai giganti che lo dominano

di Andrea Chioini

Per spiegare il termine “eretico” (nome e aggettivo maschile singolare) la definizione più adatta è l’incrocio tra la prima e la seconda delle tre indicate da wikizionary.org: chi crede in una dottrina non conforme all’ortodossia di una religione e, per estensione, chi non è conforme al pensiero di una maggioranza.

Dopo aver sperimentato una “Biennale dell’eresia” (Orvieto, 25-27 settembre 2015) con il Social fablab, Valentino Filippetti – rieletto due settimane fa sindaco di Parrano, con una vita di attivismo politico a sinistra – ha collocato la parola eretico vicino a futuro traendone il titolo per il suo volume (“Eretico futuro”, edito da Bordeaux, 18 euro) lanciandosi poi in una sorta di ossimoro nel sottotitolo: «Per una storia di una sinistra che verrà». Ossimoro perché la storia (di solito) si scrive su fatti passati. Invece l’autore (temerario come sempre) punta a capovolgere i punti di vista.

Eppure. Eppure in quella che potrebbe apparire una forzatura di retrofuturo (come alcuni film di fantascienza, si pensi a “Blade Runner”) esistono elementi di profonda consapevolezza, oggi si parla di visionarietà, sulle linee di sviluppo dell’intreccio di tecnologia-economia-cultura intuite fin dagli anni ‘80 del Novecento per quello che si sarebbe maturato in questo presente. Questo vuol dire «il futuro non va inseguito, va progettato», citazione da pagina 135 del libro e titolo di un contributo del gennaio 2000 al congresso torinese di Net Work, l’autonomia tematica nazionale dei Democratici di sinistra a cui Filippetti ha lavorato alacremente per la costruzione di una consapevolezza digitale tra le culture della sinistra. Quel NetWork che gli è rimasto nel cuore (dopo il dissolvimento) perché, tornando a scrivere sul tema (anni dopo), rammenta agli smemorati che le persone protagoniste di quell’esperienza discutevano e decidevano in rete (c’erano solo internet e la posta elettronica allora) «secondo regole precise dando la possibilità ad una miriade di quadri, manager, ricercatori, imprenditori o giovani smanettoni di poterlo fare con modalità adeguate ai loro tempi di lavoro e di vita». Insomma il tentativo di dare una casa politica all’area popolata da creatori di algoritmi e contenuti.

È un volume spiazzante, questo “Eretico futuro”: ci si potrebbe aspettare un’elucubrazione socio-politica sui massimi sistemi; invece l’autore non sale mai in cattedra; anzi, mette a disposizione i materiali della sua esperienza di cercatore permanente come lo definisce Gianfranco Nappi nella sua introduzione. Non solo: lascia spazio a nuovi concetti come quello di «lavoro implicito, lavoro operoso» elaborato da Sergio Bellucci. E via via offre la mappa del cammino percorso attraverso le idee e le forze politiche.

Insomma una sorta diario-atlante di questa vicenda, riferita con quelli che possono venir definiti i passaggi cruciali di un’occasione mancata dalla sinistra nel suo insieme per quello che riguarda la costruzione di una propria strumentazione, fatta soprattutto di persone organizzate e dialoganti, che arginasse fin dal suo profilarsi lo strapotere dei potenti di turno: dalle tv berlusconiane agli attuali giganti del web.

Accattivante la citazione in quarta di copertina: «Spesso ci chiediamo dove la sinistra abbia sbagliato o, quanto meno, quando abbia perso i contatti della realtà. Ma forse dovremmo chiederci perché la destra sia arrivata prima a capire e a interpretare quello che stava succedendo».

Chi scrive ha partecipato alla presentazione di “Eretico futuro” tenuta a Orvieto qualche giorno fa in uno spazio che merita di essere menzionato proprio per la sua caratteristica di presidio sociale e cultura: “Lo Sc@lo, community lab”. Il nome colloca topograficamente lo spazio nei pressi della stazione ferroviaria, mentre quella “@” al posto della prima lettera dell’alfabeto ne connota lo stile e le caratteristiche, esplicitate dall’espressione dalle altre due. Una realtà che ha aperto i battenti nel settembre 2021 per iniziativa della cooperativa sociale “Il quadrifoglio”.

Tutto in linea di continuità con i progetti, i tentativi, le visioni di Valentino Filippetti che qualche giorno fa ha raccolto allo Sc@lo persone con cui ha dialogato e si è scontrato (i due ex sindaci di Orvieto, Stefano Cimicchi e Toni Concina), amici di antica data (Ali Rashid, Giuseppe Rao) e “complici” delle sue avventure da cercatore permanente (Vittorio Tarparelli e il sottoscritto). Tra le presenze in sala: Cristina Croce, Renato Formiconi, Silvia Fringuello, Fausto Galanello, Paolo Giovannini, Giuseppe Greco, Rosario Lombardo, Stefano Paggetti, Giuliano Santelli, Ciro Zeno.

In copertina, la statua di Giordano Bruno, simbolo per eccellenza dell’eresia, in Piazza Campo de’ Fiori a Roma. Foto di Sputnikcccp da wikipedia

Ultimo aggiornamento 19/10/2021

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