La cultura dopo l'emergenza coronavirus
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Musei dell’Umbria, la cultura dopo il virus e la necessità di fare rete

 

In questo straordinario ed inaspettato scenario che siamo costretti a vivere a causa della pandemia mondiale di coronavirus, tutti i musei d’Italia hanno subito, in quanto luoghi pubblici, i necessari metodi di contenimento dei contagi che il Governo ha messo in atto e sono stati tra i primi luoghi ad essere chiusi.
Questo fatto che di per sé rattrista e sconvolge ha però un’altra “faccia della medaglia” e cioè rende evidente che i musei ed in generale i luoghi di interesse culturale stringono una relazione interconnessa e strettissima tra se stessi e il territorio in cui vivono e il pubblico che li fruisce, e di questa relazione si nutrono per mantenersi vivi.
Questa relazione diventa ancor più necessaria soprattutto quando le istituzioni fisiche si trovano a dover chiudere i propri palazzi, a non avere possibilità di contatto con il visitatore fisico, quello che fino all’avvento di internet e più recentemente delle piattaforme social era considerato l’unica vera tipologia di visitatore.

Dal momento immediatamente successivo alla chiusura, i musei che erano “attrezzati” teoricamente, con convinzione e con risorse adeguate, hanno sentito la necessità di presidiare e tenere acceso il loro discorso con i propri pubblici, via web e sulle piattaforme social.
La connessione, più che la comunicazione, ha svelato lo stato di necessità che il pubblico ha di vivere questi luoghi e le realtà culturali hanno trovato come escamotage la comunicazione tramite social network, i propri siti web, e in ultima istanza, tramite virtual tour di mostre e collezioni temporanee.
I musei più attrezzati e digitalmente avanzati sono subito corsi ai ripari e hanno creato campagne di comunicazioni al fine di tenere vivo il proprio ricordo e per alleviare con le proprie straordinarie collezioni le lunghe giornate tediose che la quarantena ci costringe a vivere.
Molti musei italiani si sono attivati con grande naturalezza, semplicemente cambiando dimensione spaziale, assicurando continuità di servizio e relazionale.
Questo però, soprattutto per quanto concerne il sistema museale umbro, mette in luce che la dimensione digitale richiede competenza, risorse, infrastrutture adeguate.
La rincorsa, a tratti con evidente affanno, dei giorni scorsi a presidiare il territorio dei social non ha mancato di disvelare differenze sostanziali nella dimestichezza e nella naturalità dell’esposizione on-line; non in tutti i casi, cui siamo comunque grati per l’impegno, si sono visti prodotti o idee all’altezza, o insomma esiti felici, semplicemente perché non ci si improvvisa nella fretta congestizia, senza una riflessione ampia.

E qui la domanda spontanea che nasce è ovvia: cosa succederà dopo?

Il sistema museale umbro, formato da tanti piccoli musei, potremmo dire “uno per campanile”, la cui apertura viene garantita dalle sempre più esigue risorse delle casse comunali, saranno in grado di reggere al contraccolpo del lockdown?
Il futuro prossimo che stiamo per affrontare richiede un ripensamento, anzi, un ribaltamento totale delle politiche museali sin qui adottate e probabilmente servirà una regia unica (organizzativa e di comunicazione) che metta in rete questi luoghi che altrimenti sono destinati a non riaprire più le proprie porte.
Fare rete, creare iniziative in comune, puntare sul visitatore locale possono essere le prime strategie da mettere in campo al momento della riapertura, ovviamente accanto ad una campagna di comunicazione capillare, facile ed efficace.
Allora perché non pensare ad una fondazione pubblico/privata che garantisca una regia comune per rilanciare il sistema museale regionale, che abbia la capacità ma soprattutto la rapidità di mettere immediatamente a regime, un secondo dopo la fine della quarantena, strategie mirate e comuni il cui unico obiettivo è la creazione di un’economia della cultura, e perché no, una palestra per nuove politiche culturali?

Questa regione è stata molte volte pionieristica nel passato, ha dato natali a imprenditori illuminati e ad una classe dirigente capace e autorevole; perché non ripartire da questa consapevolezza per fare del passato il nostro biglietto da visita per il futuro?

In sostanza per affrontare il futuro, serve unitarietà di intenti e pratiche comuni. A maggior ragione in una terra con una massa critica di dimensioni ridotte che non è certo in grado di sostenere da sola flussi economicamente rilevanti per mantenere aperto un sistema di fruizione dei beni culturali. Senza contare il fatto che in Umbria diventa difficile immaginare un turismo che produca reddito e alimenti il sistema ricettivo al fuori del circuito culturale culturale.

Quindi a maggior ragione le forze in campo, a partire dalle Fondazioni bancarie dovrebbero essere parte essenziale di questo progetto e non cercare una propria via che alla fine si potrebbe rivelare poco produttiva.
Forse era necessaria un’occasione così straordinariamente drammatica per dare definitiva conferma che un museo è un’istituzione al servizio della società, in relazione con la comunità, locale e globale, e che proprio in questa relazione risiede la sua ragion d’essere. Tale relazione e connessione è al momento possibile solo attraverso i canali digitali, ma non dimentichiamoci che senza visitatore, a porte chiuse, non c’è museo.
Ricordiamocene quando avremo la possibilità di fruire nuovamente dei nostri musei locali e cogliamo l’occasione per visitarli e fruirli liberamente una volta che riapriranno è, partecipando alle iniziative che verrano proposte.

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