Due ragazze col pugno chiuso al cielo durante una manifestazione studentesca a Milano
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Anatomia di una foto

 

Questa foto è scandalosa perché lacera la tela del conformismo che rassicura ma ottunde. Ne forza i limiti. È scandalosa perché quei limiti imporrebbero di guardarla secondo i canoni della geografia politica sinistra/destra. Ma ciò significherebbe fermarsi a un primo, superficialissimo livello di lettura. In quel modo rimarremmo tutti nella nostra zona di conforto: quelli de sinistra contenti perché ci vedrebbero un riavvicinamento al sole dell’avvenire; quelli de destra compiaciuti perché troverebbero riconfermati i loro sospetti di strumentalizzazione e sinistrismo verso qualsiasi cosa che metta in discussione l’ordine. La maggioranza farà così. E destri e sinistri rimarranno così accomunati, come in effetti sono, nella stessa retorica che li forza a recingere qualsiasi attività all’interno del loro schema manicheo: o di qua o di là, e li condanna alla mancata percezione delle cose. Un conservatorismo intrinseco messo in discussione da quell’attimo immortalato durante una manifestazione studentesca e rilanciato nella pagina facebook di Radio Popolare.

Questa foto rimanda più al Leopardi dell’Infinito, invece. Perché vi si scorge quello che c’è dietro la siepe fatta della melassa decente e conformistica che si nutre degli scontri sul nulla nei talk show, della polarizzazione farlocca da social network, e di divisioni sempre virtuali e mai reali e di conflitto mimato e non agito. Questa foto è un vagito di vita sulla vecchia crosta diventata semi-inerte. Un vagito custodito nel pugno chiuso al cielo; un pugno che dice io ci sono.

Il pugno chiuso è storicamente il simbolo di chi sta sotto e lotta. I pugni chiusi fermati in questa foto, oggi, è come se rimettessero al centro le persone in carne e ossa, e proprio questo questo oggi è il senso della lotta. Io ci sono è la denuncia più verticale che possa intaccare le fibre di un sistema potentissimo che da decenni ha plasmato l’immaginario inducendo a pensare le persone come variabile dipendente da qualcos’altro: dal Pil, dall’andamento dei mercati, dal benessere delle aziende. I pugni chiusi di questa foto che affermano io ci sono, smontano questa retorica condivisa che ha costruito il recinto conformista all’interno del quale mimare il conflitto.

Che il vagito di quel segnale di vita sia serbato dentro i palmi chiusi a pugno di ragazze che aprono adesso le finestre sulla vita accresce geometricamente la potenza di quel gesto. Significa che i decenni di inviti all’inazione e all’obbedienza perché altro non si può che hanno portato intere generazioni a farsi crosta semi-inerte, trovano resistenza proprio da parte di chi nella melassa c’è stato immerso dalla nascita, eppure non la riconosce.

Quelli sono i pugni chiusi al cielo di chi è stato amputato di due anni di vita a causa di un fenomeno epocale, e quando è tornato a scuola l’ha trovata esattamente come prima: quella catena di spiegazioni-verifiche-voto che rende quell’istituzione così drammaticamente funzionale al sistema che antepone il Pil alle persone.

È la rivoluzione? È un nuovo movimento? È la rivolta di una generazione? Non può essere questo il punto. Semplicemente, la mancata resa che questa foto immortala, ci dice che c’è vita sulla crosta divenuta apparentemente inerte. Scandire io ci sono, serbarlo nel pugno chiuso al cielo, è un atto di disobbedienza, questo conta. La disobbedienza che ci fece uscire dalle caverne, ché se avessimo obbedito staremmo ancora lì dentro.

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