Perugia, piazza Lupattelli
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Un’altra città è possibile

 

I quartieri sono spesso oggetto di doglianze da parte di chi ci vive, e altrettanto spesso le critiche si concentrano sulla sfera della microcriminalità. Ne discende che la cura richiesta dai residenti e offerta dalle amministrazioni si ferma il più delle volte all’aspetto più superficiale, che coincide con l’approccio securitario. Una soluzione tampone che nell’immediato può scoraggiare gli illeciti ma non incide nel cuore di problemi che sono comuni ad alcune aree di Perugia e dei centri urbani in generale: quartieri che si spopolano a causa del trasferimento dei residenti in altre zone della città ma anche, nel caso del capoluogo umbro, per il drastico calo degli studenti iscritti nelle due Università cittadine. Meno persone significano meno transito e dunque meno clienti per gli esercizi commerciali e meno servizi. Una spirale al ribasso che porta conseguenze pesanti per tutti coloro che, invece, sono costretti a rimanerci in quei quartieri, non avendo alternative. A guadagnarci è proprio la microcriminalità che in questi casi si allarga a macchia d’olio occupando zone sempre più desertificate.

Invertire la tendenza

E allora come invertire la tendenza? La soluzione dall’alto, quella istituzionale, non è quasi mai efficace, e spesso neanche si arriva al tentativo di esperirla. Ma c’è più di qualcuno che una strada diversa l’ha individuata e la sta percorrendo con un certo successo. Riqualificazione dal basso è la locuzione chiave. Cioè: sono gli stessi residenti e commercianti, quelli che vivono i quartieri, a mettersi insieme per riprenderseli loro gli spazi che nel tempo sono stati sottratti o abbandonati, per farci tornare la vita e la soddisfazione di esigenze di persone troppo spesso schiacciate nelle sole dimensioni di lavoratrici e consumatrici. Una forza in grado di far rifiorire intere aree con molto impegno, certo, ma anche con una buona dose di soddisfazione. Una spinta così travolgente che porta via via sempre più persone, fino a poco prima arrese, a muoversi per supportare questa rigenerazione dal basso che è sinonimo di migliore qualità della vita, di trasformazione della città a misura di chi la vive e non di chi ci specula e basta. Di esempi a Perugia e ne sono diversi, tanto da rendere per certi versi la città una sorta di fucina di buone pratiche dove alla animazione di strade, alla loro riqualificazione, a un vero e proprio ritorno della vita in alcuni casi, si aggiungono interessanti esperimenti di welfare di prossimità che per la loro vicinanza, elasticità e tempestività di intervento costituiscono una strada da seguire con attenzione anche per integrare un welfare istituzionale che mostra sempre più la corda in termini sia di efficacia che di efficienza. Succede in diverse aree della città, dicevamo. A cominciare da alcune zone del centro storico che per anni è stato oggetto di una tendenza che ha portato i perugini ad allontanarsi, i commercianti a non ritenerlo più appetibile e i media a descriverlo come una sorta di Gomorra. Ebbene, proprio dai vicoli e dalle piazzette dell’acropoli sono emerse esperienze che hanno avuto un impatto tempestivo e positivo sulle aree in cui sono andate ad insistere e sulla qualità della vita in generale.

Borgo Bello, uno è meglio di due

Ormai storico è il caso dell’associazione “Borgo Bello” che vede cooperare fianco a fianco residenti e commercianti del quartiere di Borgo XX Giugno dal 2005. In diciassette anni di lavoro questi residenti resilienti hanno fatto letteralmente rifiorire questo splendido scorcio del centro storico. «Gli interessi di chi vive un quartiere, che si tratti di commercianti o residenti, sono comuni – esordisce Antonietta Alonge, del direttivo dell’associazione -. Ciò che conta, infatti, è che ci siano persone che animano strade e piazze sottraendole alle attività illecite e attraendo, invece, nuove attività, associazioni, servizi e residenti. Perché dove si sta bene è piacevole stabilirsi». Quando tutto è iniziato c’erano due realtà distinte, una faceva capo ai residenti, l’altra – il Distretto del Sale – ai commercianti, ma nell’arco di poco tempo le due parti si sono rese conto di remare dalla stessa parte e che fare fronte comune porta ad impiegare meglio le risorse e a non sovrapporsi. Dunque nel 2007 si uniscono in Borgo Bello e da quel momento è stato un continuo crescendo che oggi fa di Borgo XX Giugno il quartiere più popoloso e frequentato dell’acropoli, come dimostra lo studio che l’associazione ha commissionato, grazie ai fondi arrivati con l’aggiudicazione del bando Lab.Qua., al professor Marcello Archetti dell’Università degli studi di Perugia. «Abbiamo 1.638 persone che risiedono qui – dice Antonietta – e grazie a questa ricerca abbiamo potuto capire chi sono. Anche perché quando si mettono le mani in pasta, bisogna anche avere contezza di ciò su cui si lavora. Nel corso degli anni abbiamo operato su diversi fronti e siamo riusciti a riqualificare il quartiere sia dal punto di vista urbanistico che sociale. In sostanza operiamo tutti insieme per la cura dei beni comuni. Dalle “Mezze notti bianche”, che siamo stati i primi ad introdurre con il contributo Fabrizio Croce, agli orti tuttora gestiti dai bimbi sulla terrazza del Cortone al cui recupero hanno collaborato gli studenti stranieri dell’Umbria Institute, alla sistemazione delle cinque vie dei Monasteri. Fino ad arrivare alla “spesa sospesa” per dare una mano alle famiglie che si sono trovate in difficoltà durante il lockdown e alla istituzione, sempre durante la pandemia, di portiere di quartiere, psicologo di quartiere e pronto soccorso informatico (risorse arrivate grazie all’aggiudicazione dei fondi del bando Edu.Care). È stimolante vedere che tutto questo impegno – continua Antonietta – porta a risultati tangibili e soprattutto si innerva nel quartiere investito da una sorta di onda d’urto positiva che spinge tutti a migliorare la condizione della propria strada o piazzetta: il bello contagia».

Mezza Notte Bianca al Borgo Bello di Perugia
Uno scorcio di Corso Cavour durante una delle iniziative dell’associazione “Borgo Bello”

Ma c’è molto altro dietro tutto questo. Ci sono i sorrisi delle tante persone che hanno assistito al cambiamento radicale di cui sono state protagoniste, di chi ha visto i vicini interessarsi e conoscersi al punto da arrivare a lasciare le chiavi sulle porte d’ingresso, di tutti quelli che hanno ricevuto un aiuto quando serviva senza bisogno di chiederlo. Inclusione e integrazione a 360 gradi non solo nell’accezione comune che vede al centro gli immigrati: qui si è pensato anche agli studenti con l’iniziativa “Non solo affitto ma anche affetto” per coinvolgerli nelle numerose attività del quartiere e renderli parti attive della comunità. E poi riqualificare dal basso vuol dire arrivare a conoscere pure il midollo dei propri quartieri, sapere chi ci vive e in che condizioni versa. Insomma arrivare dove il pubblico non riesce e fare bene. Tutto questo ha innescato una crescita costante di Borgo XX Giugno e ha portato ad una selezione naturale, come dice Antonietta, anche di residenti e commercianti «che non potevano che venire a stabilirsi qui» perché sono stati attratti da quella ricerca costante del particolare, dell’unico, del fatto a mano, delle eccellenze nostrane che in altri contesti si sono perse.

“Borgo Bello è il quartiere più popoloso
dell’acropoli e anche autosufficiente,
dotato di strutture, negozi e servizi

Non a caso, infatti, questo è forse l’unico quartiere dell’acropoli che può dirsi autosufficiente nel senso che è un concentrato di artigiani, negozi, bar, ristoranti, locali, b&b e residenze con in più scuole, sedi di facoltà universitarie, museo, chiesa e parco del Frontone. «Le potenzialità c’erano tutte – dice ancora Antonietta – ciò che mancava era una realtà che potesse metterle a sistema. Grande merito in questo ha avuto il presidente storico dell’associazione, Orfeo Ambrosi, rimasto al timone per quindici anni, la cui eredità è stata presa in mano dalla nuova, Luana Cenciaioli». E ora “Borgo Bello” punta ancora più in alto: con i fondi del Pnrr, infatti, e dopo anni di insistenze, sembra che verrà finalmente messo in cantiere il progetto di semipedonalizzazione del quartiere redatto in collaborazione con l’urbanista e docente dell’Unipg Mariano Sartore. In sostanza si ribalta la comune concezione secondo cui la strada debba essere destinata in primis al traffico veicolare: in corso Cavour saranno i pedoni ad essere al centro della progettazione con la carreggiata ristretta e i laterali ampliati per passeggiare e mangiare e bere seduti nei tavoli all’aperto all’ombra dei numerosi alberi che abbelliranno il “Borgo Bello”.

Corso Garibaldi, commercianti uniti e spazi condivisi

Basta spostarsi di poco per raccontare un’altra esperienza di riqualificazione dal basso che ha dato vita ad un circolo virtuoso in una delle zone più critiche dell’acropoli perugina, quella di corso Garibaldi. Da sempre quartiere ad alta densità di immigrazione, vista la presenza del vicino ateneo, nel corso degli anni l’area si era spopolata rapidamente trasformandosi da una delle strade più fiorenti del centro in una sorta di landa desolata dove tantissime erano le saracinesche abbassate e altrettanti i cartelli “affittasi” appesi ai portoni dei palazzi. Tutto questo è cominciato a cambiare quando esercenti e residenti hanno deciso di prendere in mano la situazione. Dal 2016, infatti, inizia a lavorare quella che sarebbe poi diventata “Corso Garibaldi District”, un’associazione che mette insieme un gruppo di giovani commercianti, stranieri e italiani. «Tanto lavoro volontario, fatica e impegno puntando ognuno sulle proprie competenze che, messe insieme, hanno dato luogo ad un’organizzazione che è partita da semplici serate-evento – spiega Fabrizio Ciancaleoni, uno dei promotori – cui poi, vista la risposta positiva dei perugini, abbiamo deciso di dare una veste strutturale fondando “Corso Garibaldi District” e coinvolgendo anche i residenti della storica associazione “Vivi il borgo”». Anche in questo caso stesse criticità, stessi bisogni e stessa voglia di far rifiorire la zona in cui si è scelto di vivere o lavorare. «Vedere il quartiere vivo durante gli eventi ha portato tanti perugini a modificare l’opinione che avevano di quest’area – aggiunge Michele Cucci di Umbria Consierge – Ovviamente abbiamo intuito che questa strada poteva essere una leva per aumentare l’appetibilità di corso Garibaldi ed avevamo ragione dato che negli ultimi due anni qui sono state aperte sei nuove attività».

Perugia, Corso Garibaldi
Perugia, Corso Garibaldi

Il tratto distintivo del quartiere continua a essere la multiculturalità, una varietà di etnie, provenienze, usi, costumi e gastronomie che costituiscono una ricchezza e rendono questa una sorta di “strada dei sapori dal mondo”. «In certi casi lo straniero viene visto come un pericolo, come un diverso, un altro da temere, allontanare e tenere sotto controllo. Non qui – fa notare Gabriel Carucci di Studio 22, trasferitosi da Londra in questa strada – Qui in corso Garibaldi, la cittadinanza non conta. A pesare sono le capacità, le idee, l’impegno e la voglia di ripopolare e veder crescere il quartiere». Una concezione inclusiva riassunta nella piazzetta antistante a quello che per anni è stato il Distretto militare che, piuttosto che essere appaltata alle poche attività che vi si affacciano, è diventata uno spazio condiviso dove tutti i titolari di bar, ristoranti e food service di corso Garibaldi possono piazzare i propri tavoli e far godere ai propri clienti il gusto di un pasto all’aria aperta. Riappropriarsi di strade e piazze significa anche valorizzare quei luoghi storici dimenticati ma di una bellezza che merita di essere scoperta e riscoperta, per questo in corso Garibaldi si sono creati percorsi appositi dedicati proprio a questo. “Perugia insolita” il titolo dell’iniziativa che nel dicembre 2021, approfittando anche della promozione derivante dal mega-albero di Natale proiettato proprio sulle case del quartiere, ha portato decine di turisti e perugini a visitarli. Inoltre, come già accaduto in Borgo XX Giugno, ora si punta a riqualificare il quartiere anche dal punto di vista urbanistico cercando di eliminare i parcheggi selvaggi che limitano il passaggio dei pedoni e facendo pressione sul Comune perché venga realizzato un grande spazio di sosta di fronte alla Biblioteca degli Armeni, promesso da tempo ma non ancora diventato realtà.

Parco Sant’Angelo, la cura delle persone e degli spazi

Nel 2017 arriva in zona anche l’associazione “Ya Basta!” che, facendo leva sul Regolamento comunale per la gestione dei beni comuni, fino ad allora mai applicato, mette le mani su Parco Sant’Angelo, crocevia delle attività di spaccio e consumo nel quartiere. Così si stipula il “Patto per la gestione condivisa del parco” insieme all’associazione dei residenti “Vivi il borgo” e alla Società operaia di mutuo soccorso. Si inizia con il cartellone di eventi “Turbazioni” che riscuote un notevole successo in termini di presenze ma, al contempo, ci si rende conto che bisogna andare oltre se si vuole incidere sul serio sulla condizione di corso Garibaldi, migliorandola. Si dà, quindi, luogo ad una serie di progetti per promuovere un welfare di comunità diventato fondamentale con la diffusione della pandemia: si parte allora con il “Paniere solidale”, poi alla sala Miliocchi si insedia un laboratorio di quartiere con aiuto compiti, incontri dedicati al sostegno alla genitorialità, attività incentrate sul coinvolgimento degli adolescenti ed altre sull’invecchiamento attivo (vedi il taxi di quartiere in collaborazione con Auser).

Volontari di "Ya Basta!" al lavoro al Parco Sant'Angelo
Volontari di “Ya Basta!” al lavoro al Parco Sant’Angelo

A raccontarlo, per “Ya Basta!”, è Riccardo Fanò che evidenzia come «per risolvere i problemi di spopolamento e desertificazione che interessano da almeno un ventennio il centro storico di Perugia è necessario ribaltare l’idea di salotto buono, centro commerciale naturale e vetrina asettica per opere d’arte. Bisogna piuttosto ripartire da socialità, attivismo, welfare di comunità, autogestione dei beni comuni e resilienza». In effetti di politiche comunali per incentivare la nuova residenzialità se ne sono viste poche; sarebbe fondamentale rompere questa sorta di isolamento elitario che ha caratterizzato l’acropoli ribaltando la prospettiva e puntando su una comunità che sia quanto più possibile inclusiva.

“Rivitalizzare dal basso significa ribaltare
il rapporto tra amministrazioni e cittadini,
riprendersi gli spazi per restituirli alla comunità”

«Rivitalizzare dal basso significa ribaltare il rapporto tra amministrazione e cittadini – prosegue Fanò – vuol dire mettere in campo competenze, lavoro, idee e tempo per riprendersi i propri spazi e renderli fruibili alla comunità. In questo senso il Comune dovrebbe incentivare il ritorno dei residenti e non solo sfornare politiche urbanistiche che favoriscano le speculazioni edilizie con lo scopo di rendere abitabili pure le cantine per metterci gli studenti. Inoltre bisogna riportare servizi e attività e ricostruire il tessuto economico del centro. Aprire i luoghi pubblici alla cultura e all’associazionismo, pedonalizzare strade e piazze restituendole ai cittadini e mettere in piedi interventi di lungo periodo e non spot per ricevere il temporaneo consenso dei soliti noti». Insomma, tentare di risolvere le criticità puntando su militarizzazione e ordine pubblico è il più banale e semplicistico degli approcci. È come tapparsi gli occhi e ridurre tutto al semplice problema di vigilanza quando, invece, fatti alla mano, sono altre le leve su cui fare perno per far rifiorire i quartieri».

La città di tutte e tutti: più che pubblica, comune

Socialità, inclusione, mutua assistenza, incentivazione di politiche residenziali eque, redistribuzione e cura del bene comune: un’agenda fortemente politica ma per nulla istituzionalizzata o burocratizzata, portata avanti da coloro che il territorio lo vivono ogni giorno, per vari motivi e su vari fronti, e dunque ne conoscono capillarmente le peculiarità, le criticità e le potenzialità. Riqualificare dal basso, far diventare le cose comuni, è la strada su cui puntare per bypassare i limiti che il pubblico si impone e che, spesso, non ha né forza né intenzione di superare. Perugia è un terreno fertile per queste esperienze, che messe tutte insieme costituiscono un vero e proprio caso, e sono diverse l’una dall’altra perché capaci di adattarsi ai diversi contesti, di coglierne l’essenza dei bisogni e quindi le differenti modalità da sperimentare per soddisfarli: basti pensare all’esperienza di PopUp nell’area di via Birago di cui abbiamo già parlato a Cronache umbre, oppure al prezioso lavoro della cooperativa Densa di Ponte San Giovanni, o alla mutua assistenza messa in atto da Perugia solidale e alla rinascita di via della Viola, oggi centro pulsante di vita culturale e solidale con cinema e librerie indipendenti e associazioni. Si tratta di esperienze diversissime, ma che indicano una strada ben precisa. Le città non rinascono con le pattuglie delle forze dell’ordine a presidiarle, ma solo se la forza delle persone che le vivono, l’intelligenza collettiva, consente loro di riappropriarsene, per rendere comune, cioè delle persone, quello che per tanto, troppo tempo è stato delegato al pubblico o fagocitato privati.

In copertina, piazza Lupattelli, Perugia, con i tavoli dei diversi locali che si affacciano su Corso Garibaldi

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