il simbolo del riavvolgimento di un nastro, rewind
Editoriali

Educatori di sostegno, il dietrofront del Comune. Ma non finisce qui

 

Il Comune di Perugia ha ribaltato la sua decisione e ha di nuovo affidato l’erogazione del servizio per l’educazione di sostegno nelle scuole alle cooperative perugine Borgorete e Polis. È accaduto dopo una serie di peripezie originate dal fatto che, in base a una gara d’appalto disgraziata, il servizio aveva cambiato gestore a gennaio, nel cuore dell’anno scolastico, dando luogo, oltre che a ricorsi al Tar, a seri problemi che hanno coinvolto un nutrito elenco di soggetti: gli alunni e le alunne, le rispettive famiglie, gli istituti scolastici, il personale docente e gli educatori ed educatrici trovatisi a loro volta in mezzo al guado. In questa vicenda Cronache umbre non si è sottratta dallo schierarsi. Abbiamo detto la nostra. Abbiamo dato voce a genitori e personale educativo. E abbiamo evidenziato insieme a degli esperti le anomalie della situazione. Abbiamo cioè prodotto per parte nostra il conflitto motivato di idee e di interessi che sarebbe il sale della democrazia, se non venisse spesso criminalizzato e confuso col delitto di lesa maestà.

Ci sono questioni che questa vicenda ha squadernato e che vedremo punto per punto non prima di aver di nuovo sottolineato il danno subito, e non risarcibile, dagli alunni e alunne fragili che in questi due mesi sono stati destabilizzati per aver perso alcuni dei loro fondamentali punti di riferimento nel percorso scolastico.

Primo. C’è una burocrazia senza senso. O meglio: senza sensi che le consentano di connettersi ai bisogni delle persone in carne e ossa. Anaffettiva. Cioè avulsa dalla vita pulsante perché avvolta in un sistema di auto-protezione che la anestetizza e spersonalizza tutto rendendolo pressoché disumano, dal momento che l’umanità è principalmente una questione di empatia. Non si spiega altrimenti come possa essere stata partorita una gara d’appalto che riguarda un delicato servizio scolastico fatto di relazioni umane il 23 settembre, cioè ad anno scolastico già iniziato, con la previsione di assegnare il servizio stesso il 10 di gennaio, quando la scuola è entrata pienamente nel vivo.

Secondo. C’è una politica che ha mostrato nella maniera più esaustiva possibile la sua lontananza dal mondo reale. Né il sindaco, né alcun rappresentante dell’esecutivo comunale e della maggioranza che lo sostiene in Consiglio hanno speso in questi mesi una parola su una vicenda che si è aperta con la determina dirigenziale che bandiva l’appalto e si è chiusa con un’altra determina dirigenziale che sancisce la marcia indietro. Ha evitato persino di rispondere all’interrogazione dell’opposizione in Consiglio comunale, la maggioranza. Se la politica non affronta nodi che riguardano la vita di centinaia di persone in carne e ossa, certifica di essere arrivata allo stato gassoso, di essere diventata cioè impalpabile e pure dannosa. Se la politica demanda ai tecnici di sciogliere nodi del genere, diventa un nulla confezionato in una scatola di chiacchiere. Non è qualunquismo, anzi. È la presa d’atto di chi vorrebbe una politica che si scontri su questioni reali, e non su bagatelle di maquillage mascherandole come imprescindibili, come succede di solito.

Terzo. Il servizio per educatori di sostegno nelle scuole per alunne e alunni con disabilità, come tutto ciò che attiene alla sfera delle questioni sociali e assistenziali, viene assegnato in seguito a gare d’appalto. Come se si trattasse della fornitura dei camici in ospedale, del metallo per fare ferrovie o dei lampioni per illuminare le strade. È il sintomo di un fenomeno che ha degli aspetti che tendono al totalitarismo: quello dell’aziendalizzazione di ogni lato della vita e dell’applicazione del principio di concorrenza come ordinatore dell’intera società. È il mercato che si fa dittatura e che non accetta altro all’infuori di sé. Ci sarebbero metodi di progettazione e assegnazione dei servizi sociali differenti ed efficaci? Sì. Costerebbero tempo, studio, risorse umane adeguate, conoscenza del contesto, soggetti consapevoli e fuga dai principi di competizione e mercato, buoni per l’appalto dei camici in ospedale, la mortadella in offerta speciale e il metallo per le ferrovie; non per i servizi alle persone. Ma se non riusciamo a occuparci in maniera compiuta di questi aspetti, che cosa siamo diventati?

Quarto. C’è una clausola, cosidetta sociale, che impone ai soggetti che si aggiudicano un appalto del tipo di cui stiamo parlando l’assorbimento delle persone che svolgevano il lavoro in precedenza. In questa norma che sembra tutelare il lavoro, c’è invece racchiusa un’idea verticistica di impresa che è la stessa di cui potrebbe essere portatore il più bieco dei padroni. Per di più calata in questa fattispecie, dove il lavoro è compiuto quanto mai sul campo, a contatto con le persone, da modellare quasi giorno per giorno, minuto per minuto. Insomma: se può cambiare il soggetto che li gestisce ma lavoratori e lavoratrici rimangono gli stessi, quanto pesa il lavoro vivo in questa visione delle cose? Quanto vale il fattore lavoro nell’ambito dell’impresa in cui viene svolto? Se lavoratrici e lavoratori devono rimanere gli stessi, perché può cambiare il soggetto che li gestisce? Quali poteri taumaturgici si attribuiscono a questo vertice considerato alato? E, viceversa, quanto poco vengono considerati lavoratori e lavoratrici nel processo di costruzione dell’impresa? È una visione, quella del legislatore, che pare forgiata sul concetto marxiano di alienazione. A dispetto del capitale umano detenuto da educatrici ed educatori.

Quarto/bis. In questo caso sono stati invece proprio operatori e operatrici a far inceppare il meccanismo: rifiutandosi in massa di passare alle dipendenze di un altro soggetto e rimanendo nella cooperativa di cui sono soci e socie, hanno riaffermato un senso cooperativo di partecipazione e hanno privato quelli che dovevano essere i nuovi e ignoti gestori di una forza lavoro qualificata senza la quale è stato impossibile erogare il servizio. Hanno insomma evitato di fare i pacchi postali, come sovente accade invece in questi casi. E chi di loro si è piegato, l’ha fatto suo malgrado e per necessità inderogabili.

Quinto. Il mondo della cooperazione tutte queste cose le conosce: appalti, massimo ribasso, scarso riconoscimento del lavoro. Una parte di quel mondo sta già tentando di metterle all’ordine del giorno, facendo una fatica immensa per cambiarle, visti gli interlocutori spesso senza sensi. Un’altra parte tende ad accomodarsi su un sistema sbilenco, inefficace e con tratti di inumanità; e pur di sopravvivere fa suoi principi che la cooperazione è nata per abbattere. Per quel che ci riguarda, e per quel poco che conta, noi che non abbiamo timore di schierarci, stiamo con i primi.

Immagine da pixabay.com

Un commento su “Educatori di sostegno, il dietrofront del Comune. Ma non finisce qui

  1. Grazie a chi scrive e soprattutto ai soci delle cooperative , operatori e dirigenti.
    Insieme con determinazione e senza paura è possibile superare il pensiero unico .

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