Un'immagine che evoca il surreale
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Lavori fantastici e dove trovarli

 

Un applicatore di vetrofanie a tempo indeterminato; un muratore, ma a tempo determinato. Un addetto al magazzino e alle vendite da assumere con contratto di tirocinio, ma che sia diplomato e conosca il pacchetto office di Microsoft; un installatore di impianti radiotelevisivi a cui somministrare un contratto di apprendistato e due lavapiatti a tempo determinato; un impiegato di assicurazioni, ma solo fino a giugno 2022, e un impiegato amministrativo con contratto di apprendistato pure lui, ma che sia diplomato in Ragioneria o laureato in Economia. Un contabile con esperienza da assumere a tempo determinato a patto che conosca anche l’inglese; un addetto alla lavanderia a tempo determinato; un cameriere che sappia parlare l’inglese con contratto a scadenza nel settembre 2022, un autista di autocarro con esperienza pluriennale; un addetto ai rapporti con clienti tedeschi che conosca la lingua dei clienti stessi e pure l’inglese, ma disposto a lavorare solo per un anno. Talenti da inserire e formare in ambito commerciale, anche alla prima esperienza, nella figura di consulenti con contratto interinale, due operatori di sala gioco a tempo determinato, un aiuto commesso con contratto di apprendistato, quattro apprendisti baristi, un pulitore di appartamenti per vacanze e un aiuto cucina a tempo determinato, ma che abbia almeno il diploma. Quelle che avete appena letto sono le ultime due decine di offerte di lavoro inserite dalle imprese private umbre negli ultimi due giorni nel sito dell’Arpal Umbria, l’Agenzia regionale per le politiche attive del lavoro. Se si passa alle cose più informali, digitando su Google “offerte di lavoro in Umbria”, esce invece questo: addetto alle vendite per sei mesi, operatore part time per spesa a domicilio, receptionist per clinica odontoiatrica a tempo determinato, addetto al caricamento della spesa online, anche questo a tempo determinato, addetto a call center, portalettere con contratto rinnovabile per un massimo di dodici mesi.

Questa è la realtà delle cose aggiornata al 9 febbraio 2022. Poi ci sono gli appelli accorati delle imprese che non trovano manodopera specializzata. Sarebbero «otto su dieci», secondo un titolo pubblicato di recente da un quotidiano regionale. E, ancora, c’è un assessore regionale allo Sviluppo economico che vedeva pochi giorni fa «tendenze occupazionali per l’Umbria decisamente positive» nonostante le assunzioni di cui egli stesso stava parlando, in oltre il 60 per cento dei casi, fossero di carattere precario e con retribuzioni assai basse: contratti a tempo determinato, di apprendistato, di somministrazione.

Quanto sia fragile la condizione di lavoratori e lavoratrici in Umbria è risaputo. Di recente l’ha rilevato un articolo di Mauro Casavecchia ed Elisabetta Tondini, dell’Agenzia Umbria Ricerche (Aur), che hanno fatto emergere come il livello medio di reddito annuo di chi vive del proprio lavoro in questa regione è di duemila euro più basso rispetto alla media nazionale. Un «fenomeno ampiamente noto per l’Umbria», sottolineano Casavecchia e Tondini, che «si collega alle peculiarità degli assetti produttivi locali – in prevalenza polverizzati, posizionati nella parte centrale della filiera, specializzati in settori a minore intensità di ricerca e innovazione e a più basso valore aggiunto, tarati su modelli di gestione tradizionali e a bassa domanda di lavoro altamente qualificato». Cioè, tradotto: alla complessiva arretratezza del sistema regionale delle imprese. Un fattore che ha portato i lavoratori di questa regione, nel 2020, a vedere contrarsi del 6,9 per cento il reddito disponibile laddove la diminuzione media in Italia è stata del 6 per cento.

A leggere i dati reali da un lato, e dall’altro i titoli di giornale che danno conto di imprese disperate che non trovano manodopera o le perorazioni dell’assessore regionale, sembrerebbe di stare frequentando mondi paralleli. Invece, sebbene i dati reali siano quelli delineati e le offerte di lavoro disponibili quelle di cui si è dato conto, l’immaginario collettivo continua a essere offuscato da un’idea di un tessuto imprenditoriale di cui non si rileva quasi mai l’arretratezza, e che anzi continua a essere posto al centro delle politiche economiche della Regione, e da tendenze giudicate «positive» pure quando la creazione di lavoro continua a collocarsi su segmenti bassi e bassissimi delle filiere, con conseguente produzione di lavoratori poveri.

Si tratta di due tendenze neanche differenti, ma opposte, e il paradosso è che quella che si afferma come se fosse reale è quella che non ha legami con il mondo reale. Le conseguenze sono al limite del surreale: il tessuto imprenditoriale arretrato rimane il sole intorno al quale far girare il sistema delle politiche pubbliche, e le persone comuni che non trovano lavoro, sotto sotto, vengono considerate sfaticate poiché là fuori ci sarebbe un sistema delle imprese pronto ad accoglierle, se solo fossero formate bene e volenterose. Un corto circuito di cui paghiamo tutti le conseguenze, chi più chi meno, e che andrebbe disinnescato al più presto. Non fosse altro che per amore di realtà.

Foto da pixabay.com

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