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Cosa ci dice la fuga dal lavoro

 

Avevano un contratto “sicuro”, ma hanno preferito dimettersi. L’hanno fatto in 5.500 in Umbria nei primi sei mesi del 2021, con una incidenza più alta della media italiana. È un altro dato che ci dice quanto il lavoro, anche quello delle fasce apparentemente più tutelate, sia diventato un peso perché logorato da mille peggioramenti, e quanto il neoliberismo sia egemone

Oltre 5.500 lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, del solo settore privato, in Umbria, nei primi sei mesi del 2021 hanno lasciato, rassegnando le dimissioni volontarie, il proprio lavoro. E’ un fenomeno che non riguarda solo l’Umbria, ma il paese intero. In Umbria è più accentuato. In Italia il 72 per cento delle dimissioni in questo arco temporale è stato volontario, in Umbria il 77 per cento. È un fatto nuovo, in Umbria e in Italia. Sette anni fa, nel 2014, il dato fu molto diverso. Ci furono sia in Umbria che in Italia molte meno dimissioni (meno della metà, a parità di arco temporale), e la percentuale delle dimissioni volontarie sul totale delle dimissioni fu, in Italia del 49 per cento e in Umbria del 47. Nel corso degli anni il numero delle dimissioni volontarie è progressivamente e gradualmente aumentato. Che quest’anno oltre 5.500 persone nella nostra Regione, dotate di contratto di lavoro a tempo indeterminato, nel solo settore privato, abbiano volontariamente lasciato la propria occupazione in sei mesi, è un dato estremamente significativo, che meriterebbe una riflessione attenta.

Il commento di chi ha compiuto queste ricerche è improntato, prevalentemente, alla evidenziazione degli aspetti positivi di questo fenomeno. Si attribuisce al Covid, alla riflessione sul senso della vita che esso ha innescato, la maturazione di un atteggiamento di ripresa di controllo sulla propria esistenza. Lasciare il lavoro che si ha viene considerato una scelta di libertà, un atto di coraggiosa ricerca di nuove esperienze di vita, all’interno di un riacquisito controllo sul proprio futuro. Una crescita culturale dunque, in cui il Covid è stata l’occasione per un esame critico sulle prospettive personali e per un salto di qualità.

Che si possa giungere a queste conclusioni sulla base dei soli dati quantitativi messi a disposizione con queste statistiche appare in realtà piuttosto affrettato ed approssimativo. Ci vorrebbero altre indagini, sia di carattere quantitativo (in che settori operavano, prevalentemente, coloro che si sono dimessi? Dove sono finiti?) sia di carattere qualitativo (cosa pensavano le persone che si sono dimesse, quando lo hanno fatto?) che invece non sembrano essere state compiute.

Alcuni commentatori sono persino arrivati alla conclusione che il mercato del lavoro è molto più dinamico di quanto non si pensi, perché se una tale mole di persone lascia il proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, lo fa con un’alta probabilità di reimpiegarsi. Ma questa considerazione non è suffragata da nessun riscontro quantitativo.

Pare che in questo dato invece ci sia un grido di allarme (ulteriore) sulle condizioni e sulla qualità del lavoro, in Italia e in Umbria. Se così tanta gente lascia il lavoro che ha vuol dire che non ci si trova bene. A meno che non si pensi che i più ragionino così: ho un lavoro ben retribuito, appagante, gratificante, sicuro, svolto in sicurezza, però lo lascio, in cerca di meglio. E se il ragionamento fosse invece: questo lavoro è così gravoso, pesante, insicuro, mal retribuito che lo lascio anche se non so cosa farò domani?

Ii Covid, assumendo questa prospettiva, non sembra entrarci molto se non per aver ulteriormente peggiorato le condizioni di lavoro. Del resto i numeri dicono chiaramente che le dimissioni volontarie erano in forte crescita anche nel 2019, rispetto a cinque anni prima. Che ci possa essere una componente di ricerca di una condizione lavorativa ed esistenziale migliore che prescinde dal punto di partenza è certamente possibile. Ma il peggioramento delle condizioni di lavoro anche nelle fasce maggiormente tutelate (qui stiamo parlando di persone che hanno un contratto a tempo indeterminato) gioca un ruolo non eludibile: estensione dell’orario di lavoro oltre i limiti contrattuali, ore lavorate non retribuite, condizioni igienico-sanitarie trascurate, pressione sulla produttività sono tutti fenomeni percepibili empiricamente, anche se non molto studiati. Ci sarebbe inoltre da approfondire l’effetto che ha prodotto tutta la normativa attuativa del Jobs Act, nel 2014-2015, che ha reso i rapporti contrattuali più insicuri e ha sbilanciato i rapporti di potere a favore dell’impresa.

Indicare le dimissioni come un modello positivo non mi pare poi un grande avanzamento sociale e civile.

Andarsene significa rinunciare in partenza alla possibilità di cambiare all’interno la realtà aziendale e sociale in cui si opera. È un suggerimento interessato. Qui sì che c’è un grande cambiamento culturale. Meglio, una regressione. Il rapporto con il lavoro è divenuto un fatto individuale, non una materia collettiva e sociale. L’invito, il suggerimento è: non ti piace? Vattene. È un atto di libertà. Andarsene viene indicato come una via d’uscita positiva. Nel lavoro, come in altri campi (ad esempio, nella dimensione politica). Cosicché le aziende possano continuare a fare quello che vogliono, indisturbate. Non è libertà, è il neoliberismo interiorizzato a regola di vita.

Foto da pixabay.com

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