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Il racconto sul lavoro e quello che (forse) non vediamo

 

Nell’ultima settimana si sono registrate due notizie in contraddizione l’una con l’altra, entrambe riguardanti la città di Terni, ma la cosa vale per qualsiasi città. Sembrano minori, e invece aiutano a capire le dinamiche del mercato del lavoro e la costruzione dell’immaginario che scaturisce dal racconto che se ne fa. In una si è dato conto di un’azienda che pur cercando persone da mettere al lavoro come operai ed elettricisti, lamenta di non trovarne. Come quasi di regola ormai in questo caso, è stato tirato in ballo il reddito di cittadinanza. Fin dal titolo, che recitava così: «Azienda cerca operai ma non li trova. Il titolare: “Preferiscono il reddito di cittadinanza”». L’altra notizia riportava invece che McDonald’s, dovendo aprire un nuovo ristorante in città, ha selezionato 150 persone per sceglierne 45 da avviare al lavoro.

Come può succedere dunque che nella stessa città un’impresa che lavora nel campo dell’installazione di sistemi di sicurezza, pur offrendo uno stipendio di partenza di 1.400 euro, a quanto detto dal suo titolare, non trovi persone da assumere, e allo stesso tempo, per un lavoro in un fast food, vengono selezionate 150 persone tra quelle che hanno presentato domanda per 45 posti tra cucina e sala?

Una prima risposta all’interrogativo la si ottiene andando al di là del titolo. L’impresa che non trova gente da assumere, lavora spesso in trasferta, particolarmente in Veneto, e per alcune operazioni «è necessario dover stare anche tre o quattro settimane fuori casa», secondo quanto dice lo stesso titolare. Si capisce che i 1.400 euro promessi, alla luce di trasferte piuttosto lunghe, vengono di molto ridimensionati. Tanto che «l’ultimo ragazzo che abbiamo inserito ci ha lasciati perché ci ha detto non riusciva a stare con il suo bambino come avrebbe voluto», confida il titolare.

In economia esiste il concetto di utilità marginale, che consiste nell’utilità effettiva attribuita a un di più di qualcosa. Un conto è l’utilità (e la soddisfazione) di mangiare il primo gelato, un altro è mangiare il quinto nello stesso pomeriggio. Funziona così anche per il reddito: guadagnare 1.400 euro e poter coltivare i propri interessi e affetti nella zona in cui si è scelto di vivere è una cosa; andarsi a guadagnare la stessa cifra con trasferte lunghe e dispendiose è sicuramente meno allettante.

Una seconda risposta può arrivare dalla dinamica delle retribuzioni. Secondo l’Istat, tra i salari di dirigenti e quadri da un lato, e quelli degli operai dall’altro, nel settore privato, c’era in Umbria nel 2014 una differenza del 27,7 per cento che nel 2019 si era allargata al 31 per cento. Secondo l’osservatorio Job pricing, le retribuzioni dei soli dirigenti in Umbria sono aumentate nel periodo 2015-2021 del 2,8 per cento; l’aumento dei salari degli operai è stato esattamente della metà. Chi sta sotto insomma, continua a scivolare sempre un po’ più giù. Succede anche nella pubblica amministrazione, dove nel periodo 2010-2021, le retribuzioni degli impiegati sono aumentate del 2,5 per cento, quelle dei dirigenti del 4,6 per cento. Non è da escludere che tutto questo, ancorché non esplicitato nel discorso pubblico, possa generare senso di frustrazione e, di qui, portare a strade inesplorate.

Il non detto del racconto che si fa sul mercato del lavoro è che chi ha bisogno di lavorare non deve stare troppo a rompere le scatole e accettare qualsiasi condizione le/gli venga imposta, anche se la condizione via via peggiora. È la libertà agita da chi rifiuta di andare lontano per pochi soldi, di non allontanarsi dai propri figli, o di non sottoporsi a mille altre condizioni, a essere percepita socialmente come una illegittimità. Eppure, nonostante contro questa libertà di rifiutare e di cercare di meglio si costruisca un racconto che punta a conculcarla, essa sta scavando un solco sotto traccia, che socialmente non stiamo apprezzando bene, perché l’attenzione ai fenomeni è spesso indotta – e se passiamo il tempo a sparare contro il reddito di cittadinanza, perdiamo di vista altro –, ma che esiste.

Elisabetta Tondini, ricercatrice dell’Aur (Agenzia Umbria ricerche), ha pubblicato di recente un articolo in cui si documenta come nel 2021 ci sono state in Umbria 23 mila dimissioni volontarie dal posto di lavoro, di cui 13 mila hanno visto protagoniste persone che avevano un contratto a tempo indeterminato. È un dato di una certa rilevanza, se si considera che il fenomeno ha coinvolto più o meno 7 persone ogni 100 occupate. Ci dice da un lato quanto il lavoro possa confliggere con l’esistenza; e dall’altro quanto le persone stiano smettendo di sopportare per agire quella libertà di rifiuto così biasimata dal racconto mediatico e cercare altro, più consono a sé. Il ricatto che porta a far scivolare sempre più giù le condizioni e i redditi di chi lavora pare incepparsi sempre più spesso insomma, nonostante la crisi. E anche se socialmente si costruisce un racconto che biasima i reprobi e le reprobe, i dati mostrano una risposta che seppure non si percepisce adeguatamente – sia per il racconto che non se ne fa, sia perché è molecolare, individuale – è sempre più sperimentata.

Foto da piqsels.com

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