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Più lavoro precario, più psicofarmaci: Umbria da record (negativo)

 

L’Umbria è la quarta regione per consumo di farmaci legati alla cura della salute mentale e tra le prime nel centro-nord per incidenza di lavoratori a termine. C’è uno studio che già nel 2015 legava i due fenomeni e ce n’è un altro che rileva come gli psicologi del servizio pubblico in regione siano in numero insufficiente. Eppure non si riesce a fare un passo avanti

Se si digita su google la stringa “disturbi dei precari”, il motore di ricerca restituisce oltre 600 mila risultati che coprono un ampio spettro: si va dai malanni fisici a quelli dello spirito. È facilmente intuibile come l’incertezza lavorativa possa pesare sull’esistenza delle persone al di là dell’aspetto meramente economico. Ma che cosa significa essere una persona precaria, e da cosa si propagherebbero le afflizioni? Una risposta attinente potrebbe essere questa: «High uncertainty, low income, and reduced social benefits and statutory entitlements». Quindi, la precarietà espone lavoratori e lavoratrici a un’alta incertezza, a bassi salari e a ridotti riconoscimenti di benefit e garanzie contrattuali rispetto a chi gode di un contratto tipico, cioè a tempo indeterminato; e quanto sia improprio l’uso dell’aggettivo tipico in questo contesto lo vedremo di qui a poco. La definizione di precarietà appena citata è contenuta in un saggio che prosegue così: «Physically heavy work, poor working conditions and higher risk of accidents have also been associated with precarious employment». Cioè: il precariato può anche essere associato a lavori faticosi e a un più alto margine di esposizione al rischio di incidenti sul lavoro.

Lo studio del 2015 e la misurazione della correlazione

La definizione di precariato da cui è tratta, non è l’unico merito del saggio “The impact of precarious employment on mental health. The case of Italy”, pubblicato nel 2015 dalla rivista “Social sciences & medicine”. In esso gli accademici Francesco Moscone, Elisa Tosetti e Giorgio Vittadini, che ne sono gli autori, hanno tentato per la prima volta di misurare statisticamente gli effetti del precariato sulla salute mentale delle persone che lo subiscono. Prima del loro studio, per tentare di comprendere l’entità del fenomeno ci si era affidati principalmente alla somministrazione di sondaggi, che sono sempre soggetti al sentimento di chi dà le risposte, e quindi a un certo margine di aleatorietà. Oppure la cattiva salute mentale rispetto al lavoro era stata studiata al contrario, vale a dire come causa di improduttività e come elemento che non consente alle persone che ne siano colpite di conquistare un lavoro stabile; non come conseguenza essa stessa di una esposizione al precariato. Il problema cioè era studiato come una questione soggettiva, non come prodotto sociale. I tre accademici nel 2015 hanno capovolto la prospettiva andando a spulciare nei dati del ministero del Lavoro le prescrizioni di psicofarmaci che sono state somministrate ai lavoratori della Lombardia dal 2007 al 2011 e mettendo a punto un sofisticato modello statistico che ha portato a queste conclusioni: 1) a parità di condizioni, essere titolari di un contratto precario aumenta la probabilità di sviluppare problemi di salute mentale come ansia o depressione per la cui cura è necessario ricorrere a farmaci; 2) il passaggio da un lavoro a tempo indeterminato a contratti a termine aumenta le probabilità di incorrere in problemi di salute mentale, mentre il percorso inverso mitiga il rischio; 3) più la persona precaria cambia contratti e datori di lavoro, maggiore è la sua esposizione al rischio di incappare in problemi di salute mentale.

Il consumo di psicofarmaci

La questione del rapporto tra salute mentale e lavoro precario riguarda piuttosto da vicino l’Umbria. Questa è la quarta regione per consumo di psicofarmaci in Italia. Qui, secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’uso dei medicinali (dati da pagina 276 in poi), nel 2019 sono state consumate una media di 49 mila dosi di psicofarmaci al giorno (su meno di 900 mila residenti). L’Istituto superiore di sanità, nel Rapporto sulla prescrizione farmaceutica in Umbria relativo al 2018, ha rilevato una spesa media lorda pro capite in psicofarmaci di 8,03 euro, pari a oltre 7 milioni. In dieci anni, dal 2008 al 2018, si è passati da 13 a 18 milioni di dosi giornaliere l’anno, e la paroxetina, farmaco utilizzato per il trattamento della depressione, è tra i primi trenta medicinali più prescritti in regione con 10,2 dosi al giorno ogni mille abitanti.

L’esplosione di disoccupazione e precariato

Passando ai dati sul lavoro precario, l’Istat rileva che in Umbria c’erano 32.343 lavoratori a tempo determinato nel 2004; il numero si era impennato a 49.795 nel 2019: un aumento del 54 per cento. A proposito dei salari più bassi per precarie e precari, l’Istat conferma: nel 2017, chi lavorava in Umbria nel settore privato con un contratto a termine si è dovuto accontentare di una media di 10,1 euro lordi l’ora, chi aveva un contratto a tempo indeterminato ne ha guadagnati 11,4. Quella del precariato è una faglia che si allarga sempre di più. Tralasciando il 2020 spezzato dal coronavirus, secondo i dati forniti dall’Osservatorio dell’Inps sul precariato, sui sette milioni di assunzioni registrate in Italia nel 2019, appena 1,3 milioni sono state a tempo indeterminato; le restanti hanno preso la forma di contratti a termine, stagionali, di apprendistato, intermittenti e di somministrazione; di qui il controsenso di continuare a definire tipici i contratti del primo tipo, sui quali si è fondata l’Italia del secondo dopoguerra. I veri contratti tipici, nel senso di più utilizzati, a partire dall’ultima decade del novecento sono diventati quelli volatili delle diverse tipologie che sono costretti a sottoscrivere precarie e precari. Il lavoro quindi, oggi (forse) c’è; domani non si sa.

Cosa succede quando aumentano precarie e precari

Elisa Tosetti, una delle autrici del saggio citato sopra, ha spiegato in una intervista la misura della correlazione tra precariato e disturbi di salute mentale che è stata oggetto della pubblicazione: all’aumentare dell’8-10 per cento delle persone con contratti precari, si registra un innalzamento variabile tra l’1 e il 2 per cento, a seconda delle fasce d’età, dei lavoratori e delle lavoratrici costretti a ricorrere a cure per la propria salute mentale. E ciò al netto di chi si ritrova invece senza occupazione, dal momento che chi usciva dal mercato del lavoro non poteva essere monitorato nell’ambito del prezioso lavoro che la ricercatrice ha svolto insieme ai colleghi. E a questo proposito, va rilevato per completezza d’informazione che nello stesso periodo 2004-2019 in cui esplodeva il precariato, in Umbria lievitava anche il numero dei disoccupati: da 21 mila a 34 mila.

I moniti inascoltati

Agli psicofarmaci, si legge nei rapporti, ricorrono le donne in misura doppia rispetto agli uomini, e la maggiore probabilità di assunzione è legata al crescere dell’età, tanto che si calcola che vengano prescritti almeno una volta l’anno al 30 per cento delle donne residenti in Umbria che hanno più di 75 anni. Ciò non esclude però che l’impennata del precariato e quella del consumo di farmaci per il trattamento della salute mentale in questa regione siano fenomeni che abbiano una qualche correlazione. Ricapitolando: dal 2004 al 2019 precari e disoccupati in Umbria sono aumentati del 54 per cento, nello stesso periodo il consumo di psicofarmaci è più che raddoppiato da poco più di 8 milioni a 18 milioni di dosi giornaliere all’anno. Stando alla correlazione indicata dalla ricercatrice, non è esagerato concludere che circa il 10 per cento di quella esplosione ( cioè circa 1 milione di dosi l’anno) sia addebitabile alle cattive condizioni generate dal precariato e più in generale dal mercato del lavoro. Per questo l’incrocio dei dati registrati in Umbria con le conclusioni cui arriva lo studio effettuato in Lombardia suggerirebbero di valutare nella dovuta misura i moniti dei tre autori del saggio ai decisori politici, quello cioè di valutare gli interventi volti alla flessibilizzazione del mercato del lavoro anche dal punto di vista dei costi sociali ed economici che provocano, e di «incentivare i datori a trasformare i contratti di lavoro da temporanei a permanenti».

La Regione si contraddice

Gli autori della ricerca non sono stati ascoltati: in Italia, dal 2015 – data di pubblicazione dello studio – a oggi i precari sono aumentati in Italia da 2,4 a 3 milioni, in Umbria da 37 a 50 mila, dato che rende la regione quella a più alta incidenza di precariato del centro-nord, fatta eccezione per Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. Il fenomeno è andato di pari passo da un lato con la crescita del consumo di psicofarmaci e dall’altro con il perdurare della stasi che si è registrata nelle politiche per la salute mentale. Nello stesso 2015 infatti, la Giunta regionale dell’Umbria approvava una delibera di indirizzo sulle attività di psicologia del servizio sanitario regionale corredata di un articolato studio in cui si metteva in evidenza come la media italiana di psicologi del servizio pubblico per numero di abitanti fosse di uno ogni 10.200 residenti mentre si abbassava a 1 ogni 11.600 in Umbria. Nello stesso studio si rilevava come «gli interventi psicologici nei disturbi psichici più comuni sono efficaci quanto o più dei farmaci, comportano un costo minore e sono più graditi agli utenti». Se non bastasse, ci sarebbe anche una questione di eguaglianza, o, per dirla con la Costituzione, di rimozione degli ostacoli che la limitano, poiché nello studio allegato alla delibera si rileva anche che «la prevalenza di sintomi depressivi, in entrambi i generi, è poi maggiore tra le persone con un basso livello d’istruzione e con molte difficoltà economiche». Sono trascorsi sei anni da quella delibera, e il numero di psicologi alle dipendenze delle due Asl non solo non è aumentato, ma è diminuito: dagli 82 registrati nello studio effettuato ai tempi della delibera ai 77 censiti oggi dalla Banca dati del ministero della Salute. E per capire come e quanto il tema della salute mentale sia al centro dell’agenda politica in una regione al quarto posto per consumo di psicofarmaci e al livello del sud per tasso di precarietà nel mercato del lavoro, fattore che come abbiamo visto incide sulla salute mentale stessa, occorre rilevare che le programma elettorale della presidente Donatella Tesei, le parole “salute mentale” e “precariato” non compaiono affatto, neanche di sfuggita; figurarsi se connesse tra loro.

Non un passo avanti

In nessuno dei due versanti insomma, né su quello del mercato del lavoro, né su quello della cura efficace e pubblica della salute mentale si sono fatti passi avanti. Anzi, si è continuato a farne all’indietro. La ciliegina sulla torta poi, è data dal fatto che nello studio che accompagnava la delibera regionale si rilevava pure come «in questo settore ai dipendenti di ruolo si affiancano molti professionisti con rapporti di lavoro precari (…) in Umbria risulta un dato pari al 12% dei dipendenti». Precarie e precari anche qui, che non a caso, e forse a causa di un illuminante lapsus, vengono distinti nello studio dai dipendenti tipici. Precarie, precari e ansie e depressioni e paroxetina a fiumi. Il tutto, in una regione che per ironia della sorte viene raccontata come custode della qualità della vita e in cui però si stende l’omertà su fenomeni tanto disgraziati quanto macroscopici, se solo si avesse la grazia di voltarsi a guardarli.

Foto di Elisa Riva da pixabay.com

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