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Imprese pigliatutto, la strada a senso unico dei fondi europei

Un cartello che indica una strada sbagliata

di Fabrizio Marcucci

Dal primo gennaio 2014 al 30 aprile scorso potevano piovere sull’Umbria più di un miliardo e mezzo di euro. Erano quelli messi a disposizione dai fondi strutturali dell’Unione europea per la programmazione 2014-2020. La regione è stata capace finora di captare poco più dei tre quarti di quel flusso, circa 1,2 miliardi. Stiamo parlando al passato perché di quel ciclo di programmazione sono già trascorsi sei anni e mezzo. Restano però poco meno di sei mesi per tentare di recuperare qualcos’altro.

Le prime due criticità

Quando si parla di regione si intende l’Umbria nel suo complesso, perché quei soldi vengono messi a bando dal governo locale seguendo le linee guida dettate dalle istituzioni europee, che le concordano con stati nazionali e regioni. Poi però è il sistema regionale nel suo complesso a dover dimostrare capacità di progettazione e di spesa coerenti con gli obiettivi. In Umbria ad esempio, come si accennava, il totale delle risorse impegnate è stato, secondo i dati incrociati della Regione e del monitoraggio governativo aggiornati al 30 aprile scorso, di più di un miliardo, ma i pagamenti realmente effettuati sono fermi a 845 milioni. Le due cifre, entrambe lontane dalla dotazione messa a disposizione, sono sintomi di altrettante criticità. In primo luogo c’è la difficoltà della Regione-istituzione a varare bandi per impegnare il totale delle risorse messe a disposizione da Bruxelles. Subito dopo però, c’è un sistema-regione che non è in grado di mettere in campo idee coerenti per attrarre quelle risorse. Ad oggi ad esempio, quando mancano sei mesi alla scadenza del ciclo, su un totale di 10.614 progetti tra Fondo sociale e Fondo di sviluppo regionale, quelli portati a termine sono il 12 per cento del totale, esattamente la stessa quota di quelli che non risultano neanche avviati. In mezzo, cioè in corso di svolgimento, ci sono migliaia di progetti che non è detto che riusciranno a centrare l’obiettivo che si erano dati. Per ora l’Umbria è al 77,4 per cento di risorse impegnate su quelle disponibili. E se non fosse per il Piano di sviluppo rurale, il fondo con le maggiori risorse, che vede 670 milioni di progetti già ammessi a finanziamento su 928,5 milioni a disposizione, le cose andrebbero anche peggio. Il Fondo europeo di sviluppo regionale (Feasr), che ha l’obiettivo, di «consolidare la coesione economica e sociale dell’Unione Europea correggendo gli squilibri fra le regioni», secondo l’articolo 160 del Trattato dell’Unione europea citato dal sito della Regione, avrebbe una dotazione di 412.293.204 euro, ma le risorse impegnate da Palazzo Donini sono finora ferme a 207.826.577 euro, poco più del 50 per cento. Non va meglio per il Fondo sociale europeo, «strumento finanziario utilizzato dall’UE per sostenere l’occupazione ed assicurare opportunità lavorative più eque per tutti», informa la stessa Regione, che vede impegnate il 51,9 per cento delle disponibilità (123,3 milioni contro 237,5). Se poi si passa ai pagamenti già liquidati per le cose effettivamente compiute, come si può vedere dalla tabella qui sotto, le percentuali di impegno scendono ancora. Ed è il caso di far notare le cifre di cui si sta parlando comprendono anche cofinanziamenti regionali e statali, seppure in piccola percentuale. Quindi l’utilizzo “netto” dei fondi europei è sicuramente più basso di quelle percentuali “lorde”. Si tratta di due problemi tecnici – anche di sistema, si potrebbe dire – che coinvolgono l’intera comunità regionale; ai quali, se possibile, se ne aggiunge un terzo.

Grafico fondi europei in Umbria

E la terza: niente a infanzia e anziani, molto agli imprenditori

Secondo il monitoraggio governativo che esclude il Feasr ed è centrato solo su Fse, Feasr e altri fondi che interessano poco l’Umbria, la fetta più grande di soldi che arriva da Bruxelles (416,8 milioni) finisce nelle casse delle aziende umbre. Delle risorse impegnate, si prevede che ne verranno erogate direttamente – cioè sotto la forma di incentivi – alle imprese umbre il 41 per cento del totale. E se si va a guardare il totale dei pagamenti già effettuati, la percentuale della voce “incentivi alle imprese” sale al 63 per cento. Finora sono stati erogati sotto quella forma 316,9 milioni su un totale di 500. Se si considera quello che potremmo definire seppure impropriamente “l’indotto”, cioè il fatto che sono sempre le imprese a realizzare opere di committenti pubblici finanziate coi fondi europei, si capisce come la grandissima parte di quella pioggia di finanziamenti finisca in capo agli imprenditori. Non è scontato che sia così. La voce “infanzia e anziani” attrae lo 0% (non è un refuso: zero) dei fondi europei, l’inclusione sociale rappresenta il 5 per cento della torta. I dati li trovate qui. L’impresa gode insomma di una posizione di indubbio vantaggio.

La teoria e la pratica

I soldi dell’Europa vengono dati alle imprese perché si ritiene che da lì passi lo sviluppo. Di più: perché si ritiene che coesione sociale, calmieramento delle disuguaglianze, riconversione ambientale, abbassamento della disoccupazione, riduzione delle disparità di genere – tutti obiettivi che l’Ue afferma di perseguire in decine di documenti – siano altrettante conseguenze di un innalzamento del Pil, che, ovviamente, dipende dal benessere delle imprese. È un assioma apparentemente incontrovertibile, di una coerenza interna micidiale: imprese più ricche=più Pil=più benessere diffuso. Tanto che con questa tornata alle imprese è stato finanziato di tutto: dai progetti per «app innovative per possessori di animali da affezione» a quelli per la prevenzione del rischio sismico; ricerche per «cuscini innovativi» e partecipazioni a fiere internazionali; progetti per cercare di estrarre acqua dall’umidità dell’aria e sostituzione di caldaie; «promocommercializzazione del progetto charme Umbria» e sostituzione di lampade tradizionali con quelle a led. Ciò, detto per inciso, è avvenuto nonostante le cicliche lamentazioni delle associazioni di categoria imprenditoriali, ma non è neanche questo il punto. La questione è piuttosto di andare a vedere se la teoria, anzi, l’assioma sia suffragato dai fatti. Se cioè il dare soldi alle imprese in maniera così cospicua porti effetti benefici per la comunità, che è qualcosa di più della somma delle aziende che stanno in quella comunità, o anche della somma delle persone che lavorano in quella comunità.

Un tentativo di verifica

Verificare l’impatto dei fondi europei erogati alle imprese umbre non è semplice, ma si può provare almeno a farsi un’idea. Intanto, con la cifra messa a disposizione – 214 milioni l’anno, cioè 1,5 miliardi spalmati sui sette anni di programmazione – è come se l’Ue ogni anno avesse contribuito all’1 per cento del Pil regionale, che nel 2018 è stato di 22,5 miliardi. La stessa cifra – i 214 milioni – rappresenta il 5 per cento degli investimenti privati fatti mediamente ogni anno in questa regione (la cifra è desunta dal video in questa pagina web). Già, ma cosa hanno prodotto questi soldi, questa politica, questa visione delle cose in questa regione? Alcune risposte si possono ricavare dai dati dell’Eurostat, visto che stiamo parlando di politiche europee calate sul piano regionale. Nel 2014, all’inizio del settennato di programmazione europea che va a a concludersi quest’anno, il Pil dell’Umbria è stato di 21 miliardi di euro. Nel 2018 era salito a 22,5 miliardi. Una crescita del 7 per cento. Negli stessi anni, il Pil dell’Ue saliva del 12,8 per cento, da 14.091 a 15.907 miliardi. Ancora. Il 32 per cento delle risorse dell’Ue sono destinate al capitolo “occupazione”, e in alcuni dei progetti del Feasr sotto la voce “incentivi alle imprese” ci sono degli indicatori di valutazione tra i quali anche l’impatto occupazionale. Spulciando tra le centinaia di progetti si scopre che su un totale di 357 nuovi occupati previsti, gli assunti effettivi sono stati finora 206. Più difficile è valutare l’impatto occupazionale dei progetti che ricadono sotto il Fse. Se molti riguardano incentivi all’assunzione andati a buon fine, c’è invece una pletora di misure che vanno sotto il capitolo “occupazione”, ma sono in effetti di formazione, per le quali non è facile capire se i partecipanti abbiano poi effettivamente potuto raggiungere un contratto. Anche in questo caso però, per farsi un’idea della ricaduta di queste politiche in questa regione, può essere utile guardare le statistiche. Dal 2014 al 2019 la disoccupazione in Umbria è calata di 2,8 punti percentuali, dall’11,3 all’8,5 per cento. Nello stesso periodo la flessione media europea è stata di 3,9 punti percentuali, dal 10,2 al 6,3 per cento.

L’impatto delle politiche (e dei soldi) europee insomma, è assai differente nelle diverse aree del continente. E l’Umbria sconta delle criticità strutturali di cui nonostante si parli assai poco e benché vengano coperte dalle lamentazioni nei confronti di un sistema politico che ha fatto spesso da parafulmine, coinvolgono come protagonista principale il mondo dell’impresa. Non è la sede questa per rispolverare i dati (alcuni li potete trovare qui e qui) su produttività, ricerca e tasso di innovazione, arretramento ambientale e salari medi che testimoniano di una regione in cui l’imprenditoria, tranne qualche eccezione, è piuttosto legata a schemi superati. È il caso però di sottolineare che in un panorama come quello di questa regione non si può prescindere da una mano pubblica che sappia giocare un ruolo di primo piano, innovatovo e all’altezza dei tempi per guidare uno sviluppo decente. Le criticità dell’Umbria non si risolvono con i soldi alle imprese, ma con un’idea di sviluppo generale che non può essere delegata a una parte, perché gli imprenditori sono una parte della società, non il tutto, e i loro interessi non coincidono con quelli generali, nonostante la vulgata e le politiche ad essa conseguenti siano ispirate da anni a quel principio. Questo lo direbbe già la logica. Ma se da sola non bastasse lo confermano anche i dati.

Foto da pxhere.com

Ultimo aggiornamento: 12/7/2020

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