Un turista nelle sabbie mobili nel parche nazionale degli Arches, nello Utah
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La rivoluzione del Pnrr che l’Umbria nella palude non vede

 

Quello dell’arretratezza dell’Umbria è un ritornello così scontato che fa sbadigliare al solo scriverlo. E sconta il difetto dei luoghi comuni: il conformismo. Di Umbria arretrata si parla esclusivamente in termini di perdita di Prodotto interno lordo (Pil), riproducendo paradossalmente proprio così la visione monodimensionale che l’ha fatta scivolare da regione piccola ma dinamica e innovativa a margine pigro e trascurato. Perché l’Umbria è arretrata sì, ma non solo perché si è impoverita materialmente. Lo è principalmente perché ha rinunciato a immaginare un futuro diverso dal presente; perché nel guardare da qui in avanti non pensa ad altro che ad agire sulle stesse leve anchilosate che la stanno facendo sprofondare. Ricorrendo a un paradosso si può riassumere la cosa in questo modo: il futuro lo si pensa com’era.

È così arretrata l’Umbria, che nel 2022 il dibattito pubblico si avvita intorno al nuovo inceneritore per bruciare i rifiuti e al Nodo di Perugia, un’infrastruttura viaria. Come se fossimo negli anni ottanta del novecento. A voler essere meno sferzanti e più generosi, sembra di essere rimasti al 2019. Cioè a prima che la pandemia ci centrifugasse e provasse a farci capire sulla nostra pelle un concetto triturato nel corso di tre-quattro decenni di coma etilico liberista, che è quello della centralità e qualità del pubblico: sanità, sistema scolastico, dei trasporti e infrastrutturale.

In Umbria si sta declinando il Pnrr in maniera
bizzarra: con  gli occhi all’indietro.
Così quello è diventato l’ennesimo piatto
dal quale tentare di attingere il più possibile

Per sintonizzare gli orologi regionali sarebbe venuto in soccorso pure il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), incentivato dal Next generation emanazione di una Ue che in qualche modo sta tentando di mettere una pezza sui disastri compiuti in più di un decennio di tagli e austerity. Ma in Umbria si sta declinando il Pnrr in maniera bizzarra: con gli occhi all’indietro. Così quello del Pnrr è diventato l’ennesimo piatto dal quale tentare di attingere il più possibile, sempre e soltanto in chiave aridamente economicistica. Provare per credere. Il 21 aprile 2021, in occasione della presentazione del Pnrr dell’Umbria, la presidente Tesei scandisce che «l’obiettivo dell’Umbria è quello di individuare delle linee organiche di intervento che traccino la rotta per il rilancio economico dell’intera regione». Due mesi dopo, il 23 giugno, in occasione dell’assemblea di Sviluppumbria, Tesei insiste sullo stesso tasto: «Mettendo in rete le nostre società partecipate e creando team specializzati al loro interno […] puntiamo a cogliere a pieno le opportunità che saranno messe in campo dal Pnrr e a riuscirle a tradurre in azioni con efficaci ricadute economiche per i nostri territori». Il 22 dicembre la presidente chiude l’anno con la canonica conferenza stampa e ribadisce che «tra le grandi sfide che stiamo affrontando c’è quella del Pnrr. I fondi intercettati sono figli della validità dei progetti presentati».

Rilancio economico, ricadute economiche, fondi intercettati. Siamo sempre lì: all’accaparramento di risorse, attività che assorbe così tante energie da deprimere l’immaginazione di futuro. Anche l’Agenzia Umbria Ricerche (Aur) ha avviato nel frattempo un dibattito a più voci ospitando diversi interventi, nel suo sito, sul Pnrr dell’Umbria. Un tentativo meritorio, macchiato però sempre – dove più, dove meno – da una visione che non riesce a uscire dall’economicismo. Il tutto, tra l’altro, mentre nel frattempo impazza l’assessore regionale alle Infrastrutture che vuol fare il Nodo e viene presentato un piano dei rifiuti che prevede di incenerirli, con tutto ciò che ne consegue a livello ambientale, per di più in una regione che ha già visto la città di Terni massacrata dagli inceneritori. E poi c’è un però grande almeno quanto la regione.

I capitoli individuati dall’Ue, più che banali
strumenti per la crescita, paiono piuttosto
pre-requisiti per l’incardinamento
di un nuovo modello di sviluppo

Il Pnrr dell’Umbria è una realtà virtuale. Sugli oltre quaranta progetti presentati dalla Regione a fine aprile scorso si sono spese parole inutili semplicemente perché il Pnrr sarà gestito a livello centrale e non ci saranno progetti regionali. Il Pnrr è semmai un’occasione, un’indicazione di tendenza, il delinearsi di un nuovo paradigma che contempla nelle parole delle istituzioni europee che l’hanno concepito, addirittura, il termine rivoluzione, e che sta inscritto nelle tre priorità: digitalizzazione, transizione ecologica e rivoluzione verde, inclusione sociale. I tre capitoli individuati dall’Ue, più che banali strumenti per la crescita, paiono piuttosto pre-requisiti per l’incardinamento di un nuovo modello di sviluppo. Del vento di questo autentico new deal non si rinviene neanche un alito di brezza in questa regione impantanata: la Giunta, al di là dei roboanti progetti inseriti nell’inesistente Pnrr dell’Umbria, ha varato un Documento di programmazione in cui le priorità europee, ancorché nominate, sono lontane dall’essere assunte come architravi del futuro; lo stesso dibattito cui ha dato vita l’Aur, abbiamo visto, è stato viziato da una visione basata pressoché sulla sola ricerca di elementi di crescita. Il tutto, mentre su giornali e web impazzano il Nodo di Perugia e l’inceneritore.

Per capirsi meglio, nei documenti dell’Ue relativi al Next generation, non si fa assoluto riferimento alla realizzazione di infrastrutture viarie, bensì a «infrastrutture per la mobilità sostenibile»; e non si fa alcuna menzione degli inceneritori ma si parla di «economia circolare, energia rinnovabile, riqualificazione degli edifici e tutela del territorio». Si tratta di capitoli di cui qua e là si rinvengono spruzzate nei documenti di Giunta, ma che sono lontani galassie dal diventare assi portanti della costruzione dell’Umbria futura che invece si dovrebbe appoggiare, secondo Tesei e il suo esecutivo sulle imprese – termine che ricorre 159 volte nel Documento di programmazione – poste, esse sì, «al centro dell’azione di sostegno del Governo regionale».

L’Aur, in un articolo di Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia ha tentato di recente nuovamente di diradare la nebbia, sottolineando come dei sei capitoli del Pnrr italiano, i due che contengono le maggiori risorse per gli enti locali sono quelli relativi a inclusione sociale e sanità. Tanto che i primi undici progetti finanziati che attrarranno risorse del Pnrr su questo territorio, sono tutti rivolti a rigenerazioni urbane e rifunzionalizzazioni di immobili pubblici. Ce ne sarebbe di che insistere. Invece tengono banco temi vecchissimi: strade, inceneritori e caccia a risorse basata su un malinteso e vetusto modo di utilizzarle.

La lingua nuova che si sta parlando in Europa
suggerirebbe di confutarla o metterla in pratica,
ma la Regione non ha né il coraggio di
compiere la prima scelta né la visione per la seconda

La lingua nuova che si sta affermando in Europa suggerirebbe o di avere il coraggio di metterla in discussione, poiché nessuna lingua è vangelo, o di tradurla in scelte politiche. Da parte della Giunta non si ha il coraggio di fare la prima scelta né si ha la visione di imboccare la seconda via. La quale imporrebbe di pensare in termini di «potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione», di realizzare «infrastrutture sociali» e «interventi speciali per la coesione territoriale», di istituire «reti di prossimità sanitaria» e prevedere «telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale» (i virgolettati sono citazioni dalle linee guida del Pnrr, vero, quello nazionale).

Si tratta di questioni che sarebbero come acqua nel deserto di una regione che sta pagando una visione del benessere solo in termini di Pil, che se non va demonizzato non può più neanche essere assunto come l’alfa e l’omega di ogni politica; una regione che ha visto raddoppiare le persone in stato di povertà in pochi anni, e che vede le aree appenniniche su cui questo territorio siede come un cow boy sul cavallo a rischio spopolamento perché mancano servizi, non turismo. Servizi che l’innovazione e la rete oggi rendono erogabili in molti casi anche a distanza.

È questo grumo di ragioni che rende l’Umbria arretrata, e le sue classi dirigenti non all’altezza. Così, nell’era del cambiamento climatico, dei big data e delle reti ad alta capacità, qui si è costretti a discutere di strade e inceneritori. Come se la sberla del 2020 del covid non fosse mai arrivata a dirci che senza presidi pubblici e capitale umano c’è il rischio di venire travolti, e che senza la presa di coscienza che l’ambiente è leva di coesione e futuro non si va da nessuna parte; e che senza innovazione, che significa vedere qualcosa laddove ora non c’è nulla, si rimane nella palude. Non è un caso che sulla rivoluzione che il Pnrr rappresenterebbe non si sia fatto un incontro pubblico, che non ci sia stata la partecipazione che necessiterebbe un argomento del genere, su cui s’impernieranno le politiche nazionali dei prossimi anni. Che le istituzioni non l’abbiano proposto, e che la società civile non l’abbia reclamato. Così rimaniamo noi, il Pil che ci trattiene nella palude, le strade e gli inceneritori anni ottanta. Mentre là fuori succedono cose che abbiamo perso la capacità di immaginare.

Nella foto: un turista nelle sabbie mobili nel parco nazionale degli Arches, nello Utah. Foto dal profilo Flickr dell’Arches National Park

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