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La folle corsa della sanità umbra

podisti durante una maratona

di Fabrizio Marcucci

A guardarle bene, le sfinitezze di medici e infermieri che vengono documentate in queste settimane di catastrofe, più che raccontare l’emergenza sembrano invece la metafora della normalità di una macchina, quella della sanità, condannata a correre sempre al massimo dei giri. Una normalità ben descritta dall’Umbria, regione a distanza di sicurezza dall’epicentro del disastro, dove i ritmi forsennati sono la consuetudine. Da queste parti già nel 2013 l’Istat riferiva che si viaggiava col motore a mille, con l’utilizzo dei posti letto negli ospedali all’83,4 per cento, il tasso più alto d’Italia dopo quello della Liguria. Quattro anni dopo, nel 2017, anno a cui si riferiscono gli ultimi dati disponibili divulgati nel “Monitoraggio della spesa sanitaria” effettuato dal ministero dell’Economia, l’acceleratore della macchina era ancora più schiacciato verso il basso: negli ospedali pubblici umbri il tasso di utilizzo dei posti letto era al 97,2 per cento per i pazienti «non acuti» e all’88 per cento per gli «acuti». Rispettivamente, secondo e primo posto a livello nazionale.

Posti letto saturi

Può sembrare un paradosso dirlo ora, che siamo in un gorgo che minaccia di trascinarci a fondo, ma il problema non sono i posti in terapia intensiva. I circa 5 mila posti letto disponibili in Italia nel 2017 erano stati utilizzati per la metà. In Umbria, la regione degli ospedali pubblici vicini alla saturazione per antonomasia, i 64 posti allestiti nelle intensive erano stati ampiamente sufficienti a coprire il fabbisogno. Spoleto, la struttura che li aveva utilizzati di più, era arrivata a al 60 per cento. Il problema, oggi, sono diventate le intensive perché l’attacco del coronavirus le rende indispensabili per un gran numero di persone contemporaneamente, ma la realtà quotidiana è che il problema è invece tutto il resto. Di cui non si parla. Nelle cardiochirurgie per adulti e pediatriche i posti non sono sufficienti a coprire il fabbisogno totale, lo dicono i dati dell’Annuario statistico del servizio sanitario nazionale. La stessa cosa succede nelle immunologie e nelle geriatrie. Nelle medicine generali, nelle nefrologie, nelle urologie, nelle neurochirurgie e nelle neuropsichiatrie infantili si sta sul filo del galleggiamento, con tassi di saturazione dei posti letto ovunque superiori al 90 per cento. Col motore sempre al massimo la macchina della sanità è perennemente a rischio di incepparsi, in Umbria in maniera particolare. E soprattutto, anche la più piccola emergenza rischia di diventare difficile da fronteggiare. Non è un caso che da più parti si segnala il 75 per cento come tasso di utilizzo dei posti letto ideale a coprire il fabbisogno e a fronteggiare eventuali imprevisti; e comunque si suggerisce di non avvicinarsi troppo al 100.

Il grande taglio

Tutto questo, giova ribadirlo, vale per una regione come l’Umbria, in cui curarsi col sistema sanitario pubblico è ancora possibile in maniera adeguata, ma si rischia continuamente di fondere il motore. E allora vale la pena vedere cosa e perché è successo in Umbria al sistema sanitario pubblico. I posti letto sono diminuiti di un terzo in un ventennio, passati dai 4.300 del 1997 ai 3.000 del 2017. Nello stesso periodo sono diminuiti in numero assoluto anche i lavoratori della sanità, nonostante medici e infermieri siano aumentati rispettivamente di circa 140 e 200 unità (tabella 1), a fronte però di un aumento di oltre 70 mila residenti (tabella 2). Invecchiano medici di base e pediatri: oggi la stragrande maggioranza di loro ha una laurea conseguita più di ventitré anni fa, gli effetti del numero chiuso all’Università. Al tempo stesso sono esplose le strutture residenziali private che stanno accompagnando l’invecchiamento della popolazione: erano 11, oggi sono 120. E ci sono 6 case di cura private, mentre prima ce n’erano 4. La tendenza, seppure lenta, appare chiara: il pubblico si ritira, il privato s’allarga. E ciò nonostante i governi regionali di centrosinistra abbiano ribadito costantemente la volontà di mantenere pubblico il servizio.

Tabella 1

Personale dipendente del servizio sanitario nazionale in Umbria

Anno Totale Medici Infermieri
1997 11.040 1.839 4.478
2017 10.809 1.980 4.679

Fonte: Annuario statistico del servizio sanitario nazionale

Tabella 2

Popolazione residente in Umbria

1997 816.100
2017 888.908

Fonte: Istat

La curva al ribasso, se non altro in termini di offerta quantitativa, è stata accompagnata da razionalizzazioni, tagli e accorpamenti costanti che hanno reso la sanità umbra un fiore all’occhiello per le politiche di contenimento della spesa pubblica che sono state la musica di sottofondo imperante in questi due decenni. Provvedimenti andavano forse presi, e i tagli a cui si è fatto riferimento sono stati compensati da un aumento delle cure domiciliari e di tutta una serie di servizi che hanno sgravato gli ospedali di una certa fascia di utenza oggi assistita altrove. Sta di fatto che le strutture ospedaliere sono ora costantemente su una linea di galleggiamento che pur rendendole virtuosissime da un punto di vista di efficienza le espone a rischi di sovraccarico continui. Ed è appena il caso di rilevare a questo proposito che la sanità non è un settore economico come gli altri, avendo a che fare con la salute e la vita delle persone. Inoltre, quando si viaggia al massimo dei giri si ha poco tempo per guardarsi intorno, riflettere, affrontare i cambiamenti, guardare avanti. Di ciò è testimone la parabola dei servizi psichiatrici di questa regione, prosciugati e condannati all’ordinaria amministrazione dopo essere stati protagonisti e traino, a livello nazionale, di quell’età dell’oro che ha coinciso con la chiusura dei manicomi e l’umanizzazione e integrazione delle persone con disabilità psichica.

Lavoratori meno pagati, farmaci più salati

La musica di sottofondo suonata dagli apologeti del ridimensionamento di qualsiasi cosa pubblica ha dato i suoi frutti. Oggi l’Italia investe il 6,6 per cento del suo Pil in sanità pubblica. Una percentuale che, secondo l’Eurostat arriva all’8,9 per cento se si aggiungono le risorse delle strutture private. Ma che non raggiunge neanche così la media del 9,9 per cento dei paesi Ue. Meglio di noi fanno tutti i maggiori paesi dell’area Ue (Francia, Germania, Spagna, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio, Portogallo e pure Malta). Dietro abbiamo praticamente solo il blocco ex sovietico. Queste dinamiche si traducono in Umbria con una spesa sanitaria di poco più di 1,7 miliardi che ha subìto diverse variazioni di composizione nell’arco di poco più di un quindicennio. L’incidenza del costo del lavoro per il personale è calata dal 40 al 35 per cento nel periodo 2002-2018. Quella per forniture e prodotti farmaceutici rappresenta un altro terzo della torta. E segnatamente, quella per i medicinali è triplicata.

La ricetta di Tesei

Riassumendo: meno posti letto, costretti al limite delle necessità, fattore che rende gli ospedali a continuo rischio di ingolfamento, come si vede in queste settimane tragiche a livello nazionale; un po’ meno lavoratori, a loro volta meno pagati. Questa è oggi la sanità pubblica in Umbria oggetto della cura dimagrante draconiana negli ultimi venti anni. Di fronte a tutto ciò, nel programma elettorale della presidente Donatella Tesei, eletta sei mesi, fa si leggeva che è «strategico potenziare il tasso di coinvolgimento del privato». Punti di vista. Tesei ritiene evidentemente ineluttabile il ritiro del pubblico, da compensare con «il coinvolgimento del privato». Il fatto è che di quanto sia vitale il pubblico ce ne stiamo rendendo conto in questo periodo di iattura, con le corsie degli ospedali pubblici stracolme, i lavoratori del servizio sanitario nazionale in affanno, e le cliniche private scomparse dai radar. E anche in questo caso va rilevato un particolare: il pubblico è finanziato dalla fiscalità generale e garantisce una copertura universalistica e pressoché gratuita. La traduzione di «coinvolgimento del privato» è invece esborso ulteriore da parte dei cittadini per le proprie cure. Poiché se le risorse pubbliche continueranno ad essere ristrette o comunque non aumentate, vista l’allocazione già iperefficiente in Umbria, non si potrà che diminuire i servizi pagati dal pubblico. E se i tagli saranno compensati dal «maggiore coinvolgimento» dei privati, va da sé che questi, i privati, vorranno essere remunerati. E come, se non attraverso un ulteriore aggravio sui cittadini per prestazioni oggi invece garantite gratuitamente? E con quali ripercussioni sulla qualità e l’universalità dei servizi? Domande che quasi nessuno pone più in questa regione, dove tra apologeti delle razionalizzazioni al limite dell’iconoclastia di qua, e chi punta al «maggiore coinvolgimento dei privati» di là, la direzione di marcia rischia di diventare ineluttabile e travolgere salute e diritti. E le spese rischiano di pagarle i soliti noti.

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Foto da www.pixhere.com

Ultimo aggiornamento: 6/4/2020

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