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Tra il sindaco parà e la democrazia prefettizia

 

Il sindaco Bandecchi in Consiglio comunale e il generale Vannacci tramite l’autoproduzione editoriale offrono uno spaccato preciso della mentalità che, con corso più o meno carsico, caratterizza il corpo militare di eccellenza dell’esercito italiano al servizio della Repubblica. Il primo con i suoi imponenti chili ben distribuiti al servizio di una dialettica fisica centrata sullo scontro corporale, il secondo con i suoi assiomi carichi di disprezzo e superbia mal punteggiati a contorno di un gerarchico vivere, hanno fatto luce – come se ne sentissimo il bisogno – sul persistente e nostalgico attaccamento di chi comanda a ciò che fu e che mai più dovrà essere nell’italica patria. La vera differenza tra i due, oltre al vestire borghese dell’uno e marziale dell’altro, sta nelle reazioni contrapposte della politica al loro agire e al loro comunicare. Mentre le parole del generale Vannacci sono state difese dalla quasi totalità del centrodestra – in particolare dall’area postfascista e dall’altra già scissionista – e condannate dall’intera opposizione, le (re)azioni scomposte di Bandecchi hanno visto tutti i partiti uniti in una condanna senza se e senza ma, dai postfascisti, orfani degli già scissionisti, ai democratici passando per il Movimento cinque stelle.

Per riuscire a comprendere reazioni così diversificate di fronte a comportamenti originati dalla stessa matrice bisogna scomodare sua maestà status quo, termine riadattato dalla madre lingua per indicare una situazione di equilibrio e/o immobilismo, il più delle volte originata da compromessi tra le parti. Proseguendo sulla strada del pressapochismo che tenta di dare senso alle cose, si potrebbe dire che la destra, nella sua idea di ordine e disciplina, tende a mantenere lo status quo; la sinistra, con la sua pratica di giustizia sociale, lotterebbe per sovvertirlo. Il condizionale risulta d’obbligo, non tanto per il mantenimento della reazione da parte della destra, quanto per la capacità di ribaltamento della sinistra.

Alla luce di quanto introdotto quindi, si può osservare come, mentre nel caso del generale Vannacci e dei suoi ottomila anni di storia o giù di lì, lo schemino da prima elementare sia stato rispettato tanto dalla destra quanto dalla sinistra, il sindaco Bandecchi ha mandato per aria il tutto, allineando la destra, la sinistra e i non allineati dei Cinque stelle. Abbandoniamo dunque all’istante il caso Vannacci così ligio alle regole schematiche dello status quo, per abbracciare il caso Terni, così bislacco e interessante da essere finito su tutte le prime pagine degli organi di informazione nazionale, non per atipicità, ma per il roboante clamore, utile tanto a Bandecchi – desideroso di sentir parlare di lui – quanto a un’opposizione ridotta all’impotenza quantitativa (nei numeri in Consiglio comunale) e qualitativa (nell’agire politico).

Ma facciamo un piccolo salto indietro, perché Bandecchi ha avuto sempre la capacità e la forza di allineare marzialmente l’intero arco politico ternano. Fu così quando destra e sinistra lo resero all’unanimità cittadino onorario – carica mai revocata nonostante gli espliciti comportamenti al di fuori di ogni riga istituzionale – per meriti sociali; così è oggi che l’onorario cittadino, divenuto sindaco per sovranità popolare e miseria politica altrui, viene bollato all’unisono come indecoroso. L’elogio sperticato di ieri e la demonizzazione intransigente di oggi, vedono un Bandecchi sempre uguale e fedele al suo essere super uomo ricchissimo, cattivissimo, di successissimo, insomma un Cesare Faraone da ossequiare con il dovuto sussiego con un seguito di adepti e di consiglieri comunali rapiti dalla malìa del suo irresistibile fascino fatto di superlativi assoluti. Quelli che sono cambiati sono gli altri, quelli che hanno radicalmente cambiato opinione sono gli “spodestati”, quelli attaccati allo status quo di sempre che la discesa in campo di Bandecchi ha mandato in aria. Fino a quando Bandecchi è stato finanziatore silente e leale la politica lo ha considerato mecenate, quando Bandecchi ha deciso di fare il sindaco uscendo dal rifugio dorato garantito da una politica amica, il mecenate si è come d’incanto trasformato in incontrollabile unno, in barbaro e potente attentatore delle istituzioni e delle libertà.

Il corto circuito tra il sindaco parà, che nulla ha di centrista e tanto meno di democristiano, e i postfascisti, che conservano busti cercando di rendere contemporanea la nostalgia, ha un non so che di sublime: è la rappresentazione plastica di uno status quo che va in frantumi. Quello che nulla ha di sublime è invece l’incapacità dell’opposizione di centrosinistra di dare una lettura altra rispetto al bon ton istituzionale. L’incapacità cioè di Democratici e Movimento cinque stelle di uscire dalla sudditanza psicologica rispetto al ruggire congenito e al belare tattico-strategico delle due destre che siedono a palazzo Spada. L’errore madornale fatto ai tempi della cittadinanza onoraria, quello cioè di non aver saputo dividere le azioni fatte (meritevoli ed encomiabili), dal soggetto che le metteva in atto (inaccettabile nei modi e pericoloso nelle intenzioni); il fatto di aver dato in fretta e in furia onorabilità non alla beneficenza attuata, ma all’uomo che strumentalmente l’aveva messa in campo, non può più essere tollerato, soprattutto oggi che l’onorabile gode della sovranità popolare in aggiunta al riconoscimento dato a suo tempo dalla politica tutta.

Bandecchi ha mandato in aria lo status quo, Bandecchi ha creato il corto circuito, Bandecchi è diventato prima cittadino onorario e poi sindaco continuando imperterrito a essere Bandecchi, il super uomo carico di superlativi che sputa, urla e picchia quando viene messo in discussione. Bandecchi ovviamente è in grado di creare un altro status quo ben peggiore di quello precedente, ma questo è tutto da vedere; questo dipende soprattutto, non dalle sue intenzioni, ma dai comportamenti messi in atto dagli altri. Fino a quando il centrosinistra continuerà a non avere una propria posizione critica rispetto alle azioni politiche di Bandecchi, ma si limiterà all’intransigente denuncia dei suoi modi violenti, fino a quando si accoderà alle richieste dei postfascisti, che hanno il dente decisamente avvelenato perché si sentono scippati di un potere che consideravano proprio, la destra continuerà a praticare con differenziata applicazione la propria egemonia.

Continuare a frapporre una democrazia prefettizia a una democrazia smodata, ma popolare, sarà il più alto contributo che si potrà dare alle mire esplicite di Bandecchi. Se è veramente quel male assoluto di cui doversi vergognare è bene che stia alla luce del sole, se questo è avvenuto lo si deve al voto dei cittadini e alla sua megalomania, perché fosse stato per l’intero arco istituzionale politico il demone di oggi avrebbe continuato a fare il mecenate, il portatore assoluto di bene, l’onorario senza macchia, coperto e garantito da una politica oggi indignata, ieri ossequiosa. In attesa di un nuovo status quo, quindi non resta che assistere tra il divertito e l’atterrito alla deflagrazione del sistema politico ternano (perugino e umbro domani?) in cui i postfascisti, ieri al governo con ogni mezzo e con tanto sprezzo, oggi si fanno provocatori (arte congenita) e oppositori con il galateo in una mano e il decalogo Montessori nell’altra; i democratici, ancora storditi dal disastro elettorale, restano incapaci di farsi una domanda e darsi una risposta altra dall’intransigente richiesta del garbo istituzionale; i Cinque stelle, ieri sgrammaticati e sovversivi, oggi si fanno moralisti e imbonitori, in eterna attesa dell’intervento del Prefetto e del ministro degli Interni.

Il brutto è cattivo oggi come ieri; cari progressisti smettete di fare i buoni in dogmatica processione con i rappresentanti locali di chi al governo del Paese fa della guerra ai deboli un tratto caratterizzante del proprio agire, contrariamente a quanto propagandato dal proprio dire. Considerare l’unica opposizione plausibile al governo Bandecchi la capacità di indurlo alla reazione smodata e non l’incalzarlo sui temi concreti quotidiani rappresenterebbe la morte della politica. Lo status quo in fin dei conti è stato da sempre un ostico avversario, non trasformiamolo per impotenza in inaffidabile amico.

Un commento su “Tra il sindaco parà e la democrazia prefettizia

  1. Come sempre Cronache Umbre ci offre interventi di spessore culturale e politico molto interessanti !!! Grazie

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