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L’Umbria etrusca verso la comunità verde

 

Potrebbe diventare una grande scommessa vinta dall’indomabile Valentino Filippetti, sindaco di Parrano, che sta lavorando da un paio d’anni per trasformare in una comunità sostenibile, green community, l’insieme di vari comuni dell’Orvietano: il suo, Allerona, Fabro, Ficulle, Castel Viscardo, San Venanzo, Baschi e, in fase di arrivo, Guardea. La prospettiva si è manifestata più fondata che mai in occasione del lancio ufficiale della “Green community Umbria Etrusca” a San Venanzo, il 14 aprile. Per l’occasione tutta la vitalità di un territorio considerato “marginale”, ma classificato dall’Unesco «riserva di biodiversità», è emersa davanti agli occhi di chi scrive queste note, presente in qualità di coordinatore del dibattito: 19 interventi in tre ore, uno più stimolante dell’altro.

Lo scenario in profonda trasformazione costituito dagli orientamenti europei e nazionali in fatto di sostenibilità, mitigazione dei cambiamenti climatici, economia circolare ha riaperto possibilità insperate fino a poco tempo fa per i piccoli e piccolissimi comuni che hanno recuperato la delega “allo sviluppo” sottratto alle amministrazioni locali. Punto di svolta è stato il varo della Strategia nazionale per le aree interne (Snai) elaborata da Fabrizio Barca nel suo ruolo di ministro della Coesione nei governi Monti e Letta: la strutturazione della rete dei comuni ha fatto scattare una nuova stagione di proposte con significative contraddizioni, a cominciare dalla scarsa convinzione manifestata dal comune capofila, Orvieto, dopo l’elezione della sindaca Tardani. Eppure il confronto tra sindaci e decine di operatori economici locali, con una significativa componente femminile, ha dato la sensazione di una nuova sensibilità per l’urgenza di pensare possibili formule per reggere il futuro anche nelle aree in fase di spopolamento.

Nella Serra comunale, l’antica villa Faina, a San Venanzo, si è compiuta una nuova tappa di un percorso che ha nella progettazione partecipata necessaria a definire i progetti un passaggio vincolante voluto dall’Unione europea nell’attribuzione dei fondi pubblici. Cinquanta milioni di euro: questa la stima dell’ammontare complessivo delle risorse intercettabili grazie ai vari Fondi strutturali (sviluppo regionale, sociale, agricolo, coesione, servizi ecosistemici, Pnrr, Strategia forestale nazionale, Patto Vato). Quadri di finanziamento descritti dalle dirigenti ministeriali Alessandra Stefani (Agricoltura e foreste) e Mara Cossu (Transizione ecologica) che hanno partecipato, on line, all’iniziativa. Una prospettiva che si espande ulteriormente con la retrocessione dell’Umbria a “regione in transizione”, ovvero con Pil al di sotto della media europea, destinata quindi a usufruire dei sostegni previsti dall’Obiettivo 2 dell’Unione europea. Una riclassificazione che include anche le Marche, regione che scende anch’essa nella graduatoria tra le 300 regioni europee per Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto. Vengono così ricollocate sotto la prima soglia del differenziale che separa le regioni più sviluppate da quelle in transizione e, ancora, quelle meno sviluppate: Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia, a cui si sono aggiunte recentemente anche Sardegna e Molise.

Per far nascere la “Green community Umbria Etrusca” verranno attivati tre laboratori di progettazione: bosco-acqua, agricoltura-turismo-produzione, benessere sociale. Serviranno a irrobustire un contesto sociale e ambientale, che ha il suo perno geografico nel massiccio del Peglia, dove i segnali di recupero si vanno moltiplicando: la comunità energetica rinnovabile a San Vito in Monte una delle prime in Umbria con una decina di aderenti, gli accordi di rete volontari tra aziende agricole che stipulano contratti di rete nella frazione di Doglio, qui si sta lavorando per la costruzione di un molino olivicolo per le prime 10 aziende firmatarie con 450 ettari coperti da quasi 25mila piantoni. C’è chi lavora (cooperativa Pane e Olio) a ricostruire la zootecnia a pascolo brado per dare luogo a pratiche di agricoltura “rigenerativa” che restituisca al terreno di tutte le componenti naturali indispensabili alla fertilità. Il tutto su oltre 1.000 ettari di superficie demaniale. Un desiderio di futuro incarnato da chi ha riaperto a Rotecastello un’osteria che sta facendo “tendenza” intrecciando la propria attività di ristorazione con “Wao” (we are one), festival musicale agostano che attrae nel “Parco dei Sette Frati” la zona quasi 5mila persone (più del 50 per cento provenienti da fuori Italia) per i quattro giorni di programma. Un quadro che va a intrecciarsi con l’attività ultradecennale del movimento Città Slow che da Orvieto tiene i fili di una rete fatta di 300 città in 32 paesi, di cui 92 in Italia. E ancora: l’Ecomuseo del Paesaggio.

A fronte di questi elementi positivi c’è anche il progressivo arretramento nei servizi di tutela dei parchi e delle riserve naturali, oltre che del patrimonio demaniale, da parte dell’Agenzia regionale che ha soppiantato le comunità montane: un allarme lanciato da Maurizio Conticelli, per decenni quadro dirigente della Comunità montana del Peglia, anche a nome dell’associazione “Amici della Terra”.

A San Venanzo si è parlato anche della ripresa dell’attività da parte del Patto “Vato” (Valdichiana, Amiata, Trasimeno, Orvietano): il presidente Marco Ciarini ne ha illustrato le dinamiche, dopo vari anni di appannamento, che hanno consentito il recupero di fondi non utilizzati da anni anche se destinati a progetti di sostegno alle realtà più periferiche.

I lavori della conferenza sono stati aperti e conclusi da Luca Lo Bianco, esperto di progettazione territoriale strategica. Partecipanti alla riflessione anche i sindaci di Panicale (Cherubini, attuale presidente dell’Unione comuni del Trasimeno) e il sindaco della prima “green community” italiana, Enrico Bini, a Castelnovo ne’ Monti (Appennino Reggiano).

Foto da umbriatourism.it

 

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