Una piscina abbandonata nella città di Pripyat, in Ucraina
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Contraddizioni ucraine

 

Il Forum per i diritti dei bambini di Chernobyl ha tracciato una delle molte vie della solidarietà subito dopo l’esplosione della centrale nucleare in Ucraìna: era il 1986. Negli anni successivi furono decine le famiglie, in varie località dell’Umbria, che accolsero le bambine e i bambini che un gruppo di volenterosi (partendo da Terni) andò a prelevare negli orfanatrofi di Gomel per dare loro una prospettiva di futuro. Tra quei volenterosi c’era anche Pietro Paolo Marconi che ci ha inviato questo articolo. Per la parte iniziale dell’articolo, Marconi ricorre al suo “Ho incontrato Cernobyl. Storia di una speranza” (Edizioni Thyrus, 1997), un diario di quella esperienza. Lo pubblichiamo volentieri sperando che ci aiuti a mantenere aperta la mente davanti a ciò che sta accadendo in questi giorni nel cuore d’Europa. (A.C.)

«Da ragazzo quando partecipavo ai campi scuola dell’Azione cattolica, conobbi un sacerdote di nome Giancarlo Negri, di cui non ho notizie da molti anni, e che ricordo come persona che ha segnato la mia vita per i suoi insegnamenti e per il carisma di educatore e di “padre”; un giorno mi disse che esistono nel nostro vissuto dei momenti “magici”, in cui si può “entrare dentro” senza fatica, e improvvisamente cambia tutto, tutto si vede con altri occhi e sotto un’altra luce.

Dopo venti anni ho fatto l’esperienza in prima persona, di uno di questi momenti: quando ho conosciuto Denis, il bambino bielorusso, proveniente da Gomel, una delle città più contaminate dalle radiazioni di Chernobyl (oggi teatro di guerra, ndr); era il 15 giugno del ’93. Quando lo vidi per la prima volta, sentii che quegli occhi grandi e imperscrutabili, timidi e fieri, dai quali silenziosamente scendevano due lacrime strazianti, avrebbero cambiato la mia vita. Era seduto sul divano del soggiorno e fingeva di guardare la televisione, in realtà era assorto nel suo “dolore”, il dolore di essere solo in casa di estranei. Chissà cosa s’agitava nella sua mente? Perché non riusciva a trattenere le lacrime, pur imponendosi di non piangere? Poiché sicuramente qualcuno gli aveva raccomandato di non farlo e di dare una buona impressione alla famiglia italiana che l’avrebbe ospitato.

I cattivi ricordi, ci spiegò l’interprete, erano la causa di quei momenti d’infinita e indefinibile tristezza. Denis, della sua condizione di solitudine e d’abbandono, non ha mai parlato. La sua personalità di “bambino russo” (così amava presentarsi ai nostri amici) non l’ha mai rinnegata, neppure per accattivarsi le nostre simpatie o il nostro affetto; non ha mai dimostrato un attaccamento smisurato alle nostre abitudini occidentali, all’acquisto delle mille cianfrusaglie che i nostri negozi offrono a buon mercato.

“Fidarsi è vedere un uomo in un piccolo bambino”: questa massima di Gandhi è stata vissuta, in prima persona, da me e dalle centinaia di famiglie che hanno ospitato i bambini bielorussi ed è diventata emozione ed esperienza. La fiducia riposta in quegli occhi innocenti e spaventati è stata dieci, cento volte ripagata da un dono, sempre più raro di questi tempi: l’amore che questi bambini hanno saputo esprimere alle persone loro vicine». (tratto da “Ho incontrato Chernobyl”).

Pensare che tanti bambini come Denis oggi si trovino a dover fuggire dalla guerra è mostruoso. È doveroso anche capire ciò che a una lettura superficiale sembrerebbe incomprensibile. Cerchiamo di capire che cosa è successo in questa parte del mondo dopo il 1989 con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione sovietica. Alcuni paesi come Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia, sono entrati a far parte dell’Alleanza atlantica, che è un’alleanza militare, e nello Statuto della Nato si afferma che quell’alleanza è un accordo fra nazioni che difendono la libertà in contrapposizione con il Patto di Varsavia. Oggi il Patto di Varsavia non c’è più. In questa nuova Nato ci sono anche nazioni come Ungheria, Turchia e Polonia, che nella classifica di chi difende i diritti civili non sono certamente tra le primissime posizioni.

Nel 2015 Giulietto Chiesa aveva previsto tutto. Le sue parole esatte furono: «È probabile che dalle prossime settimane, forse mesi, assisteremo a qualcosa di molto grave sulla frontiera ucraina perché è da li che ci si prepara per convincere gli europei che bisogna colpire la Russia». Chiesa sosteneva insomma che sarebbero stati gli stati alleati nella Nato che avrebbero colpito la Russia, e non che il paese di Putin che avrebbe attaccato l’Ucraina. La conferenza in cui il giornalista pronunciò quelle parole, fu subito dopo il golpe in Ucraina, in cui un gruppo di neonazisti addestrati dalla Nato ed equipaggiati dalla CIA, avevano preso d’assedio la capitale Kiev, e alcune delle principali città ucraine per privare la nazione del governo democraticamente eletto di Vitor Yanukovich. «Le forze che hanno abbattuto Yanucovich che combattevano nella Euromaidan – aveva ricordato Chiesa, erano state preparate da lungo tempo sui territori ucraini, polacchi e della repubbliche baltiche. Guarda caso, tutti Paesi che sono parte dell’Ue ma che non sono mai stati de-nazificati e sono entrati in Europa portandosi dietro la memoria del nazismo”, affermò il giornalista. Oggi, nel 2022, l’Ucraina risulta ancora essere uno dei Paesi non “de-nazificato” e le fazioni militari di estrema destra che devastarono l’Euromaidan nel 2014, sono le stesse che si stanno muovendo nell’ombra e contro le quali Putin ha mosso le sue forze armate.

«Questa aggressione militare non soltanto è un crimine ma anche un errore». Così Massimo D’Alema, in un’intervista alla Stampa, parla della guerra in Ucraina. «Ora deve essere esercitata ogni pressione per fermare la guerra e indurre la Russia a ritirare le sue truppe di occupazione – afferma l’ex premier -. Ma, in prospettiva, se si vuole costruire una soluzione stabile e sostenibile, non si può non tenere conto, malgrado Putin, che ci sono anche le ragioni della Russia. La politica dell’Occidente verso la Russia – sostiene sempre D’Alema – è stata una politica sbagliata che ha favorito il nazionalismo di Putin. Soprattutto gli americani non hanno fatto nulla per inserire la Russia in un contesto di post guerra fredda. Un errore storico. Iniziato già all’epoca di Gorbaciov. Noi possiamo vincere questo braccio di ferro con la Russia se, oltre alla necessaria fermezza, non c’è anche una visione politica sostenibile per la Russia. Di Putin non mi sento amico né sodale. Però dobbiamo parlare al popolo russo e prospettare una soluzione che sia sostenibile anche per loro. In tutti questi Paesi ex sovietici ci sono delle minoranze russe, anche molto consistenti, e noi non ci siamo occupati quasi per nulla della tutela dei loro diritti – prosegue D’Alema. Questa aggressione militare della Russia è un crimine perché siamo di fronte a un’aggressione a vittime civili, ma anche un errore perché Putin, descritto come spietato lucido e calcolatore, secondo me, stavolta ha sottovalutato i rischi connessi a un’operazione che può avere per la Russia dei costi molto alti. E anche noi dobbiamo saperlo: le sanzioni non bastano. Il rischio è quello di un comune declino dell’Europa e della Russia».

Giacomo Porrazzini, ex sindaco di Terni e presidente dell’associazione ternana “Pensare Domani” scrive a sua volta: «Il concetto di “eterogenesi dei fini” descrive bene quelle azioni umane che possono sfociare in risultati diversi da quelli che erano perseguiti dal soggetto che le compie; in sostanza, la concatenazione di eventi conseguenti l’azione e la somma degli effetti secondari dell’agire, modificano gli scopi originari del soggetto, rivolgendoli nel loro contrario. È assai probabile che tale principio risulterà applicabile alla guerra di aggressione della Russia di Putin contro l’Ucraina, le sue istituzioni e popolazioni. Molti analisti politici infatti, fanno risalire alla progressiva penetrazione della Nato verso le frontiere russe, la percezione d’insicurezza strategico-militare che avrebbe spinto Putin alla invasione del vicino; una scelta estrema decisa al propagarsi di voci circa una possibile candidatura anche del Governo di Kiev ad entrare nell’Alleanza atlantica. C’è sicuramente del vero in tale analisi, come reali sono le responsabilità di entrambe le parti nell’affossamento degli accordi di pace e sicurezza di Minsk, seguiti alla crisi dell’annessione della Crimea da parte russa, nel 2014».

Per arricchire queste brevi considerazioni, visto che ho la fortuna di conoscere alcuni testimoni diretti di quanto è accaduto in Ucraina, ho chiesto a mia volta. Questo è il racconto di Maria, ragazza ucraina che ha vissuto l’esperienza del 2014: «Ho partecipato alle manifestazioni a Majdan a pagamento. Cioè, per fare massa la gente veniva pagata. Mi dicevano anche che era tutto organizzato: arrivava il cibo, vestiti caldi, le tende e i sacchi a pelo per dormire, i bagni. Ai manifestanti veniva dato un “the” particolare da bere. Probabilmente ci mettevano qualcosa che ci faceva diventare più aggressivi, non sentire la stanchezza o sonno. Al rientro a casa per un paio di settimane hanno avuto sempre mal di testa. La gente ci andava per guadagnare dei soldi, se mi ricordo bene, erano 30 o 50 dollari a giornata. Si diceva che in quei giorni nell’aeroporto di Kiev venivano scaricati degli aerei pieni di dollari portati dagli americani. Non tutti naturalmente ci andavano per i soldi. Ci erano presenti già anche tanti nazisti, i più feroci, come i loro nonni ai tempi di guerra. Dopo il colpo di stato il Donbass si era ribellato perché una delle prime leggi approvate dal nuovo governo praticamente proibiva la lingua russa. Lì la maggioranza degli ucraini parla il russo, e il Governo ha cominciato una “operazione antiterroristica” contro il Donbass. La situazione nel paese peggiorava ogni anno che passava. La fobia nei confronti di tutto quello che era russo praticamente pian piano era diventata la linea guida per tutti governanti. Con l’aiuto dell’occidente e dell’America hanno messo su i centri o laboratori psicologici-informativi, che avevano come obiettivo il lavaggio del cervello della gente e creazione dell’opinione pubblica, esponendo in un certo modo le notizie e usando le conoscenze della psicologia di massa sono riusciti a cambiare il modo di pensare della maggioranza della popolazione. È questa la vera guerra di oggi che noi stiamo perdendo. Sono molto bravi a fare le cosiddette fake news e falsificare i video a proprio favore. Ma la gente dopo trent’anni di questo bombardamento informativo e pressione psicologica alla fine ci crede».

L’Ucraina insomma è un argomento molto complesso, con tanti nuance e sfumature. Adesso ho scritto le prime cose che mi sono venute in mente. Della mia testimonianza, ripeto, c’è poco o niente. Vedo le bugie, le falsificazioni, l’ingiustizia e sto male perché altri non si accorgono più di niente. Bugia è diventata la regola. E anche al livello mondiale. Ora è chiaro che di fronte all’attacco russo che sacrifica civili e bambini non si può non essere contro a questa guerra. Ho tentato di capire meglio cosa sta succedendo e far sapere che in Ucraina le cose stanno in maniera un po’ diversa da come le descrivono i nostri media. Almeno queste sono le fonti in mio possesso e di cui nessuno parla.

Nella foto di copertina, una piscina abbandonata a Pripyat, città al confine tra Ucraina e Bielorussia, a due chilometri da Chernobyl, rimasta deserta dal 1986, anno dell’esplosione della centrale nucleare. Foto dal profilo Flickr di Bert Kaufmann

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