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Bonus bebè, la legge della Regione che discrimina le mamme e i papà stranieri

Potranno beneficiare dei 500 euro previsti per ogni nuovo nato solo i genitori residenti da almeno cinque anni in Umbria. L’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: è una discriminazione verso gli stranieri. E i dati dell’Istat lo confermano

di Fabrizio Marcucci

Quasi 400 mila euro di stanziamento per erogare a neo mamme e papà 500 euro per ogni figlio nato tra il 1 ottobre 2020 e il 30 settembre 2021. Li ha stanziati la Regione Umbria con una delibera del 20 settembre scorso su proposta dell’assessore alla Salute e alle Politiche sociali, Luca Coletto. Nel provvedimento si fa riferimento alla legge regionale da cui scaturisce il provvedimento, la 11 del 2015, che stabilisce che la Regione «promuove e tutela le famiglie attraverso il sostegno alle giovani coppie mediante interventi che concorrono a eliminare gli ostacoli di natura economica e sociale» che impediscono la costituzione e lo sviluppo di nuovi nuclei familiari.

Il problema è che per la Giunta regionale che ha approvato il provvedimento, non tutte le famiglie sono uguali. Perché per accedere ai benefici della legge occorre risiedere sul territorio regionale da almeno cinque anni. Ciò significa che le neo mamme e papà che si sono stabiliti in Umbria dal 2017 in avanti non avranno diritto al cosidetto bonus bebè, se la norma non verrà modificata. La richiesta del requisito è stata notata dall’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che ha inviato una lettera alla Regione con la richiesta di eliminarlo, il requisito della residenza. Perché? L’Asgi sottolinea che ci sono due sentenze della Corte costituzionale in cui si afferma che «i criteri di erogazione di una prestazione o servizio sociale che prescindano dalla considerazione del bisogno (e in particolare i criteri che valorizzano la residenza pregressa) sono incostituzionali per contrasto con l’articolo 3 della Costituzione», ai sensi del quale, dice la Corte è «il pieno sviluppo della persona umana la bussola che deve orientare il legislatore sia nazionale che regionale», con la conseguenza che il precetto costituzionale, dice ancora la Consulta «non tollera distinzioni basate su particolari tipologie di residenza». Ed è appena il caso di aggiungere che se la stella polare dev’essere la persona umana, è bizzarro ritenere che ci siano persone di serie A, i residenti da più di cinque anni, e di serie B, quelle arrivate da meno tempo.

Il senso di ciò che sostiene l’Asgi, supportata dalla Corte costituzionale, è che se ci si trova in condizioni di poter godere di benefici sociali, questi non possono essere sottoposti al vincolo di una residenzialità lunga, che con lo stato di bisogno ha poco a che fare.

La richiesta di anni di residenza sul territorio – così come sta avvenendo da qualche anno anche in diversi regolamenti comunali per l’accesso alle case popolari, ad esempio – pare che più che rispondere al criterio dello sviluppo della persona, ottemperi allo slogan prima gli italiani molto in voga presso diversi partiti che sono diventati di governo in questa regione. Il fatto è che quello slogan si traduce nei fatti in una discriminazione nei confronti di persone che pur nate in paesi diversi dall’Italia risiedono regolarmente sul territorio regionale. Lo sottolinea ancora l’Asgi, che nella lettera alla Regione mette nero su bianco come i cittadini stranieri siano discriminati dal requisito della lunga residenza poiché «sono spesso costretti, maggiormente rispetto ai cittadini italiani, ad una mobilità verso altre regioni per ragioni lavorative».

Per capire come i cittadini stranieri residenti in Umbria siano la fascia di popolazione più danneggiata dalla richiesta della residenza lunga per accedere ai benefici, e come quindi quella richiesta sia di fatto una discriminazione nei loro confronti, è sufficiente consultare i dati dell’Istat, che sono aggiornati fino al 2019. Dal 2017, cioè quattro anni fa, ad oggi, gli stranieri che hanno scelto di risiedere in Umbria sono stati 18.370. Nello stesso periodo, si sono trasferiti in Umbria 16.461 italiani provenienti dall’estero o da altre regioni. È giusto il caso di aprire qui una piccola parentesi: non si tratta di numeri da invasione, come spesso si legge o si sente dire; nello stesso periodo, gli stranieri che hanno scelto di lasciare l’Umbria sono stati 8.224. Tornando a noi: nei soli tre anni presi in considerazione, quindi, ci sono circa duemila stranieri in più rispetto agli italiani che non potranno accedere al bonus bebè, non essendo residenti in regione da almeno 5 anni.

Ma c’è di più. Nei tre anni presi in considerazione, della popolazione straniera che si è stabilita in Umbria, il 55 per cento era in un’età compresa tra i 18 e i 39 anni, in genere quella in cui si procrea. Dei 16 mila e rotti italiani stabilitisi in Umbria invece, solo il 40 per cento si trova in quella fascia di età, essendo i restanti molto più anziani. E non basta: nel 2019, è sempre l’Istat che lo certifica, il tasso di fecondità delle donne straniere residenti in Umbria è stato dell’1,73 per cento, mentre quello delle madri italiane è stato dell’1,11 per cento. Riassumendo: uomini e donne straniere residenti in Umbria sono mediamente più giovani e fanno più figli. Si tratta di numeri che confermano ampiamente come se davvero si volessero aiutare le famiglie giovani e i nuovi nati a crescere senza la morsa del bisogno, il requisito della lunga residenza sarebbe da cassare immediatamente, dal momento che i numeri stessi, oltre all’Agsi, confermano come quella richiesta è di fatto un modo per tagliare fuori una platea composta per lo più da persone straniere.

Un’ultima considerazione: lo slogan prima gli italiani, come abbiamo appena visto, è diretto antagonista del concetto di coesione sociale. Si possono erogare i soldi agli italiani quanto si vuole, ma se si si continuano ad avallare scelte di fatto discriminatorie pur tentando di nasconderle dietro la presunta neutralità delle norme, si dovrà continuare a fare i conti con una fascia di popolazione di fatto tagliata fuori da politiche sociali e che, lasciata in uno stato di bisogno, sarà costretta a trovare il modo per sfangarla. Insomma, non è che sia proprio un’idea lungimirante, questa cosa del prima gli italiani, anche se può fare un bell’effetto sentirsela sussurrare alle orecchie e carezzare sulla pancia.

Foto di copertina da www.pixnio.com

Ultimo aggiornamento: 13/10/2021

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