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Un secolo dopo. Sulla sinistra, il Partito comunista, l’Umbria e la politica fatta dalle persone

Il quadro di Renato Guttuso "I funerali di Togliatti

di Giorgio Raggi

A un anno dal suo avvio Cronache Umbre costituisce un bel segnale: uno spazio di dibattito politico torna alla luce e segna una speranza. Fabrizio Bracco ha dato un incipit significativo. Come questo mio intervento esplicita, non sono d’accordo con lui: ma a lui va l’onore di aver iniziato un dibattito che spero sia foriero di un proficuo scambio di idee. Credo che la cesura di cui parla Bracco abbia origini ben più lontane: le radici della crisi della sinistra sono ben piantate in terre profonde. Partiamo da un dato che credo sia condivisibile: il punto più alto dell’Umbria protagonista nello scenario nazionale è riconducibile alla statura di Pietro Conti.

Erano gli anni del compromesso storico e del regionalismo nuova frontiera statuale. Quel periodo si concluse a livello nazionale con la vittoria politica delle Brigate rosse – sconfitte militarmente riuscirono ad interrompere il dialogo Berlinguer-Moro inviso sia da una parte che dall’altra del muro di Berlino. A livello locale la politica berlingueriana era mal digerita e Conti finì la sua era non per mano di qualche “accidente” ma per lotte di potere fra i gruppi dirigenti del Pci.

La transizione occhettiana segnò qui i primi cenni del declino non solo perché la “macchina da guerra” fece acqua da molte parti ma perché nel convulso 1992 quasi tutta la sinistra abbracciò la via “giudiziaria al socialismo”, regalando gran parte del mondo socialista a Forza Italia. Fu il primo cedimento della cultura politica che fino ad allora aveva cementato le masse attorno ai partiti. Il primo passo verso l’eutanasia.

Ne seguiranno altri di cedimenti: la coppia D’Alema-Veltroni su sponde opposte sposava la modernizzazione tout-court, l’ascensore sociale, il partito leggero, la privatizzazione di molte realtà industriali. L’idea che si fosse bravi cavalcando l’omologazione strisciante di un pragmatismo anti-ideologico ha dato il colpo finale alla cultura politica. Con l’acqua sporca del dogmatismo ideologico si è buttato il futuro di un orientamento culturale, della necessità di una visione del mondo anche per capire cosa si muove nel proprio orto. Così una generazione intera (la mia) che era cresciuta leggendo e “studiando” le relazioni generali di Berlinguer al Comitato centrale come aperture conoscitive, chiavi interpretative, creazioni di coscienza collettiva ha scelto la via più facile: sciogliere di fatto il partito.

Il populismo non lo si è combattuto come cultura reazionaria e anti-popolare ma lo si è cavalcato, pensando che l’astuzia tattica fosse l’arma vincente. Da questo punto di vista l’offerta del collegio del Mugello a Di Pietro fa il paio con l’approccio bersaniano e poi renziano degli ultimi anni: meno parlamentari, meno pubblico e più mercato. La politica da regina degli impegni e delle professioni è stata ridotta – da parte dei suoi stessi protagonisti – a qualcosa da evitare, scansare. È la nascita del Pd la matrice della cesura di cui parla Bracco: per come e per il fine per cui è nato. E soprattutto perché alla fine questo Pd è risultato figlio di nessuno: c’è chi lo ha definito ”fusione fredda” e chi ha provato a dirigerlo e poi è andato in volontario esilio.

L’Umbria ha “seguito” il vento nazionale, né più né meno. Nessuno spirito originale. Il regionalismo “statuale”, cioè il libero e protagonista contributo dell’Umbria a un Paese più democratico e più equilibrato si è trasformato nel suo rovescio: una piccola provincia di un modesto impero il cui prioritario compito è stato quello di poter avere più risorse possibili dal centro e magari dall’Europa. Questo ripiegamento è stato in primo luogo un ripiegamento politico prima di essere istituzionale: il leaderismo è stato il parto legittimo della scomparsa – voluta e decisa – del partito di massa. Così anche l’Umbria di sinistra si è divisa in appartenenti a quel gruppo piuttosto che all’altro, con riferimento ai leader nazionali.

Si noti bene: era così anche quando gli ingraiani, maggioritari in Umbria, storcevano il naso di fronte a Berlinguer e tanto più ad Amendola: ma in quelle divisioni c’erano visioni politico-ideali diverse. Lo scontro – spesso duro – era tutto politico. Il ripiegamento culturale si è realizzato quando i riferimenti nazionali sono stati puri atti di fedeltà al capo: negli ultimi anni è stata una lotta fratricida. La politica ha lasciato il campo al tornaconto personale e di gruppo, non mediato dall’interesse generale. E così dopo aver cavalcato l’onda populista della “via giudiziaria al socialismo” nel corso degli ultimi decenni alla fine la sinistra umbra ne è rimasta vittima. Il tempo darà ragione o meno a queste valutazioni.

Tornando alle posizioni espresse da Bracco, si può chiedere di elaborare una nuova visione del mondo ma chiedo: chi dovrebbe elaborarla? E lo chiedo non solo a Bracco ma in primo luogo a quanti – più giovani o meno giovani – oggi tentano di ricostruire la storia della sinistra e in particolare di tenere le redini di un Pd umbro ormai in ultra-quarantena. È come se tutti fossimo in attesa del demiurgo che plasmi e dia forma a una cultura e a una prassi politica di cui sentiamo il bisogno ma che siamo incapaci di elaborare. E quest’attesa ormai lunga si è trasformata in rassegnazione: come chiamare altrimenti l’assenza di ogni vero dibattito politico in ogni sede di ogni organizzazione di sinistra da molti anni ormai? Qual è il punto dunque? È che non si può a ogni piè sospinto chiedere nuova politica: questa è domanda legittima da parte della società, ma è illegittima per chi fa politica.

Chi fa politica offre risposte alle domande, visione alle cecità, protagonismo al rassegnazionismo. Non si può essere attori e spettatori allo stesso momento, sul proscenio e allo stesso tempo in platea: il civismo ipocrita e illogico – ultimo, delirante e profumato frutto del populismo – è stato l’ultimo atto di cesura, l’eutanasia realizzata. Occorre dunque dire in che consiste il nuovo, come lo si costruisce, con chi, con quali alleanze e soprattutto quale l’orizzonte del domani. Questo il terreno in cui gli umbri possono ritrovare una loro identità e portare un contributo a livello nazionale. Ci vuole dibattito, studio, capacità di analisi ma per far questo bisogna ritrovarsi….senza pregiudizi e senza oneri di verità per alcuno.

Nella foto, “I funerali di Togliatti”, quadro realizzato da Renato Guttuso nel 1972

Ultimo aggiornamento 12/5/2021

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