Agenti della polizia municipale
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La demagogia del decoro

 

Se è ancor vivo negli occhi di tutti noi il ricordo dell’ebbrezza collettiva con cui l’Europa festeggiò lo sbriciolarsi del muro che divideva Berlino e con essa il sistema mondo, in pochi hanno cercato e/o cercano di analizzare le contraddizioni di questo trentennio targato libertà. La fine dello spettro (altro dal fantasma) del socialismo reale, la fine dell’ideologia “perversa” che rincorrendo uguaglianza ha quasi sempre creato dispotismo, non ha spianato la strada verso il Paese di Bengodi, non ha risolto i problemi dell’umanità, ha più semplicemente lasciato carta bianca ai signori del neoliberismo, ai demolitori dello spazio pubblico, ai privatizzatori dei beni comuni. In questa orgia fatta di guerre e tolleranza zero, di paradisi fiscali e di finanziarizzazione speculativa un posto d’onore con il tempo se lo è guadagnato il concetto di decoro. Una sorta di dittatura estetica basata sull’apparenza è diventata logo dell’asimmetria economica, si è fatto simbolo della vittoria dei ricchi sui poveri, sostituendo la concretezza della solidarietà con l’effimero della libertà. Un suicido collettivo che porta a fare tutto da soli, una gara senza esclusione di colpi in cui chi vince (pochi) prende tutto senza lasciare nemmeno le briciole ai più, destinati alla sconfitta. La propaganda infinita, che altro non è se non marketing della demagogia, finisce non con il semplificare la complessità contemporanea, ma con il banalizzarla, in una centrifuga permanente che non permette legami, che non prevede resistenze, che, in fin dei conti, fagocita ogni senso delle cose, risparmiando solo il “senso” economico, la logica del profitto che ben si concilia con la brama di ordine.

Lo spazio alternativo invece esiste e sta nella partecipazione, non nel vuoto abusato della parola stessa, ma nella capacità di creare legami relazionali altri rispetto a quelli imposti dal metronomo del sovranismo globalizzato, nella ferma volontà di voler restare umani a oltranza.

Il pezzo sopra riportato è parte di uno scritto di alcuni anni fa, uno scritto….

Più attuale che mai visto che l’Europa, terra di pace e accoglienza, sembra essersi trasformata in portatrice di: “diritti” di guerra guerreggiata e contenimento, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo, dei migranti in cerca di nuovi orizzonti con il loro carico di speranza futura e disperazione passata e presente. Basta a tal proposito ascoltare le parole di Draghi sulla guerra di Ucraina la cui ragione è oggi non la difesa dell’Ucraina stessa, ma la sconfitta della Russia, e osservare il viaggio in Tunisia della Meloni in compagnia di Ursula Von Der Leyen e di Mark Rutte che sono riusciti, con il loro barattare denari in cambio di un poliziesco sorvegliare, nell’impresa impossibile di far percepire il Fondo monetario internazionale come umanitario rispetto al cinismo senza frontiere e al tempo stesso, con propensione genetica verso il paradosso, creatore di esponenziali confini della sovrana Europa.

Più attuale che mai visto che l’Italia con il suo nuovo governo di destra/centro sembra aver dichiarato guerra ai poveri, dicendo di voler combattere la povertà e alla giustizia sociale propria della progressività attraverso la liberazione dalla fiscalità proporzionata ai guadagni e l’introduzione di una tassa cosiddetta piatta, vissuta come apice della libertà individuale e collettiva contro quella macchina infernale chiamata Stato dedita al “pizzo sistematico”.

Più attuale che mai visto che a Terni il “nuovo” corso politico che poco ha di nuovo se non aver preso il posto delle vecchie filiere di comando organizzate, fa del concetto plastico di decoro, fortunatamente, almeno per ora non indirizzato verso le persone (poveri, senza tetto ecc), ma verso lo stato delle cose (le buche nelle strade, l’erba alta di parchi, giardini, aiuole etc), un vero e proprio cavallo di battaglia. Dopo aver bombardato in campagna elettorale facendo coincidere i richiami alla dignità con quelli al decoro, come se potesse bastare un ammirevole incarto a garantire la qualità del contenuto, come se fosse l’abito a fare il monaco, le prime mosse della giunta Bandecchi o almeno quelle più pubblicizzate sui media, girano intorno alla discesa in campo dei fantasmagorici “guerrieri del verde”, gruppo informale di cittadini guidati da neoassessori formalizzati che con decespugliatori, cesoie, rastrelli, scope e soprattutto altissimo senso civico e del dovere, hanno dichiarato guerra all’invasività di un verde urbano ed extraurbano letteralmente fuori controllo.

L’utilizzo totalmente inappropriato del termine guerrieri – non che il patron Bandecchi brilli per qualità terminologica e senso ragionato dell’esternare – risulta inaccettabile, in un momento storico in cui la guerra furoreggia nel centro dell’Europa e nel resto del mondo. Etichettare la buona volontà di cittadini vogliosi di contribuire al riscatto di una città in profonda crisi e avvitata su sé stessa come soldati di un fantomatico esercito, è prassi pericolosa da dismettere immediatamente.

“Arbusti, rovi, erbacce giochiamo a fare la guerra”, questa la formula scelta per portare Terni fuori dal guado melmoso, questo il grido di battaglia che unisce il X battaglione decespugliatori di Terni con i guerrieri delle notti metropolitane newyorkesi resi celebri da Hollywood.

La tutela della città e con essa la salvaguardia della qualità di vita dei suoi cittadini non passa certo per la virtuale guerra di verdi volontari, ma per le consapevoli battaglie laiche di obiettori in grado di esercitare critica attraverso il conflitto dentro e contro un sistema che esclude deturpando. Trasformare, fosse anche per un uso maldestro dei termini, l’urgenza delle battaglie per conquistare diritti senza dimenticare i doveri, in chiamata alle armi in nome del decoro è demagogia piccola piccola, che rischia di produrre danni direttamente proporzionali alla buona volontà di tanti. Ce ne sono già troppe di guerre in giro, così come, se può essere accattivante nel breve periodo, l’approccio muscolare e mai mediato alle questioni problematiche della contemporaneità è destinato a creare fratture e contrapposizioni lasciando irrisolti i nodi cruciali.

Che si abbandoni l’utilizzo della terminologia belligerante, che si rinunci ai toni sempre sopra ogni riga e non certo per rispetto del politicamente corretto, che si cambi l’asfittico dello status quo senza ricorrere al vuoto spinto di un concetto scivoloso e bifido come quello di decoro, ma lo si faccia iniziando a praticare la reciprocità del rispetto che è termine di sostanza che sostituisce l’etereo dell’aspetto con la concretezza dell’essenza. Che i cittadini si rapportino al potere (di qualsiasi colore esso sia) come soggetti attivi autonomi e critici più o meno organizzati e non come filiera da usare a propria immagine e somiglianza nella propaganda a invasività crescente del fare. Il volontariato è una delle tante vittime della messa in produzione del cosiddetto terzo settore, tornare e continuare, per chi non ha mai smesso, a impegnarsi per il bene di tutti ha senso solo se tale impegno non ha come fine una presunta funzionalità sistemica, ma se ha come motore una mutualità senza tornaconto altro dal condividere la vita secondo il motto: da tutti secondo le capacità a ciascuno secondo le necessità. Un po’ meno del sol dell’avvenire, sicuramente qualcosa di più del cittadino/soldato di ultima generazione, che risponde presente ad ogni squillo di tromba del potere.

Foto dal profilo Flickr di Igor

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