Terni, manifesti elettorali in largo Filippo MIcheli
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Terni, le corse solitarie della campagna elettorale

 

Si possono esprimere tanti giudizi discordanti sulla campagna elettorale di Terni, ma non si può certo dire che sia scontata. La scrittura collettiva è esercizio creativo che ha alla base la sintesi armoniosa delle diversità. La scrittura creativa ha come presupposto la tensione verso la novità, la continua ricerca dell’oltre. Ecco, la sceneggiatura della campagna elettorale ternana riesce a essere un punto interrogativo, che i vari contendenti tendono a trasformare in punto esclamativo a proprio vantaggio, che racchiude tanto il collettivo quanto il creativo della scrittura avversandone, sembra di essere nel realismo magico sudamericano e nel distopico andante senza confini, tanto la base quanto i presupposti. Nessuna armoniosa sintesi tra i sette sfidanti, anzi l’incapacità, perché a detta di tutti la volontà era ben altra, trasversale di trovarla. Nessuna tensione verso l’oltre, nessuna intenzione di praticare il campo infido della novità, anzi la tendenza a rimanere schiacciati nell’angusto del cortile a rimirare la punta dei propri piedi.

Come descrivere l’insensata lotta di potere tutta interna al centro/destra, che nonostante i goffi tentativi di mascherarla, ha denudato il re e la sua brama di potere, ha lasciato le urgenze e il dissesto di Terni in secondo piano rispetto alla necessità di riequilibrare la distribuzione delle poltrone per i mutati rapporti usciti dalle elezioni politiche? Non certo armoniosa e collettiva, ma conflittuale e di parte; non certo creativa nella ricerca delle novità per preservare quel bene comune chiamato Terni, ma abusata e stantia nelle ciniche dinamiche da regolamento di conti da film western travestito da soap opera.

Come definire l’irruente e scomposta discesa in campo del patron Bandecchi, che in nome della mancata lealtà degli amici della destra/centro (verso promesse fatte e poi tradite?) e a difesa del proprio onore (che si potrebbe tradurre con propri interessi?), decide di mettere tutto il suo peso economico e simbolico nella corsa alla poltrona da sindaco che a tratti sembra rifarsi alla nostalgica memoria del podestà? Non certo armoniosa e collettiva ma da singolar tenzone, da disfida di altri tempi e altre armi; non certo creativa, rimandando come fa ai vecchi copioni dei traditi accordi nell’ombra dei palazzi che deflagrano apertamente alla luce del sole.

Come comprendere il mancato accordo, passando ad analizzare le fibrillazioni dall’altra parte della barricata, tra il polo alternativo a una destra così intenta a tutelare se stessa?, come giustificare la presenza di ben tre candidati sindaco (Cianfoni, Fiorelli, Kenny) in luogo di un solo candidato credibile e unitario? Nulla di armonioso e creativo ovviamente, ma le solite e autoreferenziali pretese di potere che si sono scontrate, senza trovare sintesi, con le necessità di dar luogo a una alternativa che non si limitasse agli anni di potere della destra, ma andasse indietro nel tempo. Nessuna novità e nessuna volontà di praticare l’oltre anche in questo campo, o per meglio dire il solito stantio refrain anche in questi campi, irriducibili all’unità.

Stesso copione senza sintesi, armonia e ricerca del nuovo che avanza, nelle candidature del tribuno Fiorini e nella sua sempre rivendicata politica tra/per/con la gente, e della difensora/difenditrice degli ultimi Tobia.

L’eterogenesi dei fini si è presa la scena della campagna elettorale ternana e nonostante la mancanza dei presupposti base la sceneggiatura si è fatta collettiva e creativa. Chi si ricorda una campagna elettorale fatta di così tante incognite e altrettanti sondaggi dai risultati contrastanti? Realismo magico e distopica realtà sembrano destinati a convivere fino all’ultimo, andando oltre la scadenza del primo turno per abbracciare la banalità del male minore del ballottaggio.

Da una parte la filiera della destra/centro che non può che ridurre Terni alla sudditanza verso il regolamento dei conti interni e verso la teocrazia numerica (in fatto di elettori) e di potere (in fatto di decisioni) della tanto vituperata Perugia insita nella figura della presidente Tesei (in cerca di conferma).

Dall’altra un’alternativa che, sia essa incarnata dalla concretezza curativa di Fiorelli, sia essa affidata all’eterea professoralità di Kenny, ha l’obbligo di convergere sulla necessità del “nuovo corso”, che nessuno ha visto arrivare e che a Terni il polo alternativo più che il PD sembra voler incarnare, lasciandosi alle spalle una volta per tutte “il vecchio andazzo”.

In mezzo Bandecchi, il predicatore solitario e onnipotente della fine della vecchia schiavitù, che sembra nascondere nuove forme di servitù, il moltiplicatore di abitanti e di imprese, il protagonista assoluto se non tirannico di un mirabolante domani in cui l’illusorio andante sembra voler dettare tempi e ritmi.

Ma di questo è stato parlato prima, direbbe ad adeguata chiosa, secondo la formula in italiano claudicante da lui utilizzata spesso, il candidato sindaco ragionier Masselli.

Nella foto, manifesti elettorali a Terni, in largo Filippo Micheli

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