Un tramonto
Temi

Cosa è successo all’Umbria

 

Introduzione
1. Le persone al voto
1.1 I primi anni Duemila
1.2 Le prime incrinature (2008-2010)
1.3 Cambia tutto (2013)
1.4 La botta del 2014 e quelle seguenti
1.5 La slavina arriva a valle (2014-2018)
1.6 Game over (2019)
1.7 Come stiamo oggi
2. Il contesto nazionale
2.1 Le date spartiacqua
2.2 Radici insospettabili
2.3 Il centrosinistra alla ricerca di una nuova forma
2.4 La doppia crisi: economica e politica
2.5 Le conseguenze della crisi
3. Il contesto regionale
3.1 La personalizzazione
3.2 Il partito degli amministratori
3.3 Il potere logora anche chi ce l’ha
3.4 Il “pensiero” maggioritario
3.5 La leva della spesa
4. L’Umbria profonda
4.1 I settori trainanti
4.2 I redditi e le condizioni materiali
4.3 Gli anni delle trasformazioni non viste
4.4 Le persone
4.5 La metropolizzazione dell’Umbria
5. Conclusioni

Introduzione

Da diversi anni all’indomani di ogni tornata elettorale, a seconda di come guardano le cose, ci s’imbatte in persone che si disperano per come è andata a finire l’Umbria o che gioiscono per la liberazione, ormai più che definitiva, dal regime rosso. In entrambi i casi, dopo quella reazione di pancia non si riesce a andare oltre. Chi arriva al potere o conquista la maggioranza dopo essere stato per decenni all’opposizione farebbe bene a fare uno sforzo di comprensione per capire cosa si trova a maneggiare, ma è tuttavia comprensibile che cada nella tentazione di specchiarsi nello splendore delle sue ricette premiate dall’elettorato, benché sia sempre utile tentare di guardare oltre la superficie, e la superficie in questo caso nasconde una miriade di cose. Ma la parte che il potere lo perde dopo essere stata schiacciante maggioranza e aver governato un’intera regione per decenni in tutte le sue articolazioni sarebbe tenuta per statuto a guardare cosa ha lasciato dietro. Che non sia riuscita a farlo neanche a distanza di anni dalle prime sconfitte è una delle ragioni che spiega la sua caduta rovinosa e l’attuale incapacità di riprendersi: se manca non la visione, ma addirittura il tentativo di una visione di ciò che è successo, è piuttosto difficile che si possa immaginare come andare avanti.

L’incapacità di superare la reazione di pancia si accompagna a un vizio, che come tutti i vizi è un rifugio: quello della spiegazione monodimensionale, cioè dell’isolamento di un istante in cui un singolo elemento avrebbe scatenato accadimenti che sono invece complessi e di lunga durata, nei quali entrano in gioco e interagiscono fattori anche apparentemente lontanissimi. L’acquisizione di una prospettiva che in qualche modo oggi possiamo definire storica, può aiutare per una parziale messa a fuoco di questioni che sono rimaste finora inesplorate, cosa che ha contribuito a uno stallo che il cambio di colore al potere dopo decenni non pare in grado di sbloccare, se non nel senso di una privatizzazione sociale complessiva, intesa come un progressivo e sempre più enfatizzato pensare a sé, che non è altro che l’accelerazione delle tendenze che ci hanno portato dove siamo.

Ogni fatto umano custodisce la sua ineffabilità, e quindi nessuna lettura può considerarsi esaustiva. Quello che si propone qui è solo uno dei tentativi che si possono fare per capire cosa sia successo all’Umbria. È un percorso che individua quattro ambiti, ognuno dei quali – qui sta il punto – in interazione con gli altri. Sulla base della loro lettura evoca nel finale quelle che non possono essere altro, allo stato, che potenziali suggestioni per un futuro possibile. È un percorso che si è scelto di far iniziare vent’anni fa, allo scopo di acquisire quella prospettiva senza la quale, schiacciati sul qui e ora, non si riesce a vedere al di là del portone di casa. C’è in prima battuta un’analisi del voto umbro nelle varie tornate elettorali che si sono succedute. Si passerà poi a una panoramica degli accadimenti nazionali nella cui cornice si è sviluppata la vicenda regionale. Successivamente si tenteranno di ricostruire alcuni snodi della vita politico-istituzionale dell’Umbria. Infine si descriverà cosa succedeva alle persone in carne e ossa in quegli stessi vent’anni in cui si è votato, si è governato e si sono fatte o non si sono fatte scelte.

1. Le persone al voto

1.1 I primi anni Duemila

Gli anni Duemila si aprono con un Silvio Berlusconi padrone assoluto della sua Casa delle libertà che vince le elezioni del 13 maggio 2001 e va a stabilirsi a Palazzo Chigi per presiedere quello che diventerà il governo di maggiore durata della storia della Repubblica. In Umbria però, pare di essere in un altro mondo. In quella tornata la coalizione dell’Ulivo, con Ds e Margherita non ancora fusi insieme nel Pd, raccoglie nelle due province di Perugia e Terni oltre 305 mila voti, che se vi si aggiungono i 44 mila di Rifondazione comunista arrivano a sfiorare i 350 mila consensi, tra centrosinistra e sinistra. Si tratta di una cifra che non sarà più toccata in seguito. Al centrodestra vanno complessivamente 237 mila voti, e pur staccata di parecchio la coalizione raggiunge in questa occasione quello che rimarrà in termini di numeri assoluti il suo secondo migliore risultato di sempre nel successivo ventennio. Forza Italia, a quota 123 mila, supera Alleanza nazionale, alla quale va un bottino di 98 mila voti.

L’anno prima in regione era cominciata l’era di Maria Rita Lorenzetti, con la quale il centrosinistra aveva messo fine all’esperienza di Bruno Bracalente, docente universitario. Al ricorso a Bracalente, insieme con quello a Gianfranco Maddoli, altro professore scelto per fare il sindaco di Perugia, si era arrivati a metà degli anni Novanta del secolo precedente sull’onda di una Tangentopoli che a Terni aveva portato alla caduta del centrosinistra da sempre al governo dopo la seconda guerra mondiale. In politica dovevano entrare persone della  società civile, e questa era diventata una delle locuzioni più utilizzate, in quel periodo. Bracalente e Maddoli ne erano due illustri esponenti che dopo il loro primo mandato rispettivamente a Palazzo Donini e Palazzo dei Priori vennero fatti tornare ai loro studi per fare spazio a un uomo e una donna spiccatamente di partito, perché nel frattempo l’aria era nuovamente cambiata. Così Renato Locchi, che era stato eletto l’anno prima sindaco di Perugia, e Maria Rita Lorenzetti, appunto, che farà nel 2000 il suo ingresso in Regione, inizieranno a governare e a lasciare il segno sul decennio che si stava aprendo, in cui come vedremo si incuberanno trasformazioni non del tutto percepite che dispiegheranno via via i loro effetti. Lorenzetti viene eletta con 286 mila voti, circa 63 mila in meno rispetto a quelli che, come si è visto, centrosinistra e sinistra raccoglieranno alle Politiche dell’anno successivo; ma al voto si erano recate 54 mila persone in meno, e comunque il margine sul centrodestra è larghissimo: il centrista Maurizio Ronconi, candidato della coalizione berlusconiana, si ferma a 199 mila voti, che, pur così staccato, gli valgono il miglior risultato di sempre per la sua coalizione in una elezione regionale, fatta eccezione per quello di Donatella Tesei che arriverà dopo diciotto anni. Il potere del centrosinistra saldamente alleato in Regione con le forze di sinistra sembra inossidabile. Il 12 giugno 2004 si vota ancora: per le Europee e per i Comuni di Terni e Perugia. Nelle elezioni per il Parlamento di Strasburgo ai partiti dell’alveo di centrosinistra vanno 220 mila voti a cui si aggiungono quelli delle formazioni di sinistra (Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi), che superano di slancio quota 80 mila e rappresentano adesso il 16 per cento dell’elettorato. Il centrodestra si ferma a 201 mila consensi. Alle comunali, Renato Locchi a Perugia e Paolo Raffaelli a Terni vengono rieletti in maniera trionfale al primo turno rispettivamente con 64 mila e quasi 47 mila voti. I Democratici di sinistra da soli stanno oltre il 36 e il 34 per cento nei due capoluoghi. I partiti che compongono l’Ulivo vanno ben oltre il 40 per cento. Le formazioni di sinistra contribuiscono all’elezione dei due primi cittadini con il 13 per cento in entrambi i capoluoghi. L’anno successivo, siamo nel 2005, Lorenzetti viene rieletta in Regione con 316 mila voti, cioè 30 mila in più rispetto a quelli ottenuti al primo mandato. Pietro Laffranco, lo sfidante del centrodestra, flette di 30 mila consensi rispetto a quelli ottenuti dal suo omologo Ronconi nel 2000. Alle Politiche del 2006 che portano Romano Prodi al governo, centrosinistra e sinistra insieme raccolgono 337 mila voti e il centrodestra sale a quota 249 mila. Il margine è ancora ampissimo.

1.2 Le prime incrinature (2008-2010)

Ma il meccanismo comincia a incepparsi già due anni dopo, nel 2008. Alle elezioni politiche succedute alla caduta del governo Prodi il neonato Partito democratico a vocazione maggioritaria di Walter Veltroni fa il suo risultato migliore di sempre in Umbria: 250 mila voti. Solo che lo raggiunge prosciugando tutto il resto di ciò che sta al di qua del centrodestra. La sinistra si ferma a ventimila voti e la destra si stabilisce nuovamente intorno alla sua quota fisiologica di 200 mila consensi. Qualcosa comincia a scricchiolare, ma nessuno di quelli che maneggiano il potere pare accorgersene. Nel 2009 si vota di nuovo per il Parlamento europeo e per i due comuni capoluogo, e si capisce che la musica è già decisamente cambiata: alle elezioni europee Il Pd si ferma a 173 mila voti, e viene superato da quello che nel frattempo ha cambiato nome ed è diventato il Popolo delle libertà, che arriva a 228 mila voti. I voti dei democratici sono 57 mila in meno rispetto a quello che Ds e Margherita avevano preso alle Politiche del 2006, e immensamente meno rispetto al Pd di Veltroni del 2008. L’alveo di centrosinistra e sinistra raggiunge 270 mila voti, il risultato più basso finora. Il centrodestra riscuote quasi gli stessi voti delle Politiche del 2001 (poco meno di 240 mila), rispetto alle quali però si sono persi per strada 64 mila elettori, che paiono tutti aver abbandonato sinistra e centrosinistra; la Lega comincia a farsi notare in Umbria e incassa 18 mila voti, raddoppiando quelli raccolti alle Politiche dell’anno prima. Ma è alle comunali che squilla l’allarme più potente. A Perugia Wladimiro Boccali viene eletto sindaco al primo turno, ma con 13 mila voti in meno rispetto ai 64 mila di Locchi di cinque anni prima. I partiti di sinistra perdono complessivamente 5 mila voti e il Pd incassa meno di 32 mila consensi, vale a dire quelli che cinque anni prima avevano preso i Ds da soli. A Terni Leopoldo Di Girolamo è addirittura costretto al ballottaggio. La sua coalizione incassa 14 mila voti in meno rispetto al 2004 e il Pd da solo ne perde per strada 4 mila. Il centrodestra invece, rispetto a cinque anni prima guadagna 5 mila voti a Perugia e 7 mila a Terni. Si apre una fase di contorsioni all’interno delle correnti del Pd che porterà nel novembre di quell’anno all’elezione a segretario regionale di Lamberto Bottini, che succede a Maria Pia Bruscolotti, diventata nel frattempo sindaca di Massa Martana. L’era Locchi-Lorenzetti si chiude del tutto l’anno successivo, nel 2010, quando presidente della Regione diventa Catiuscia Marini. La vittoria riesce a cancellare quella che però, in termini di voti assoluti, comincia ad assumere le fattezze di una débacle. Intanto, al voto vanno poco meno di 467 mila persone. Sono 64 mila in meno rispetto a cinque anni prima. È il segno di una disaffezione che penalizza a fondo il centrosinistra, che da solo perde 57 mila voti. Il Pd è a 149 mila consensi, che sono gli stessi che i Ds avevano preso da soli alle Politiche di otto anni prima. La sinistra perde 13 mila consensi, sta ora a 42 mila e ha dimezzato i voti delle Europee di sei anni prima.

1.3 Cambia tutto (2013)

La tornata elettorale successiva è quella del 2013 e arriva all’indomani di modificazioni profondissime del quadro economico e politico, come vedremo nel prossimo capitolo. In Parlamento irrompe letteralmente il Movimento cinque stelle e questo provoca uno sconquasso in Umbria come nel resto d’Italia. Il Pd si ferma a 187 mila voti. La sinistra inchioda a 16 mila, e ormai è ridotta a un ruolo di testimonianza. I 350 mila voti complessivi del 2001 e i 340 mila del 2006 sono quasi dimezzati, e ci vorrebbero tutti i voti non dati alla destra, cioè anche quelli di Mario Monti (50 mila) e del M5S (143 mila) per arrivarci. Ma questi ultimi soprattutto, non sono affatto sommabili: a livello nazionale i Cinque stelle fanno saltare l’ipotesi di un governo Bersani nella memorabile diretta streaming in cui Vito Crimi e Roberta Lombardi danno il due di picche all’ancora per poco segretario del Pd. Anche il centrodestra risente dell’onda d’urto grillina e si ferma sotto i 128 mila voti, oltre centomila in meno rispetto al suo alveo dei tempi d’oro. Il quadro è definitivamente cambiato. E si vede anche dal fatto che in dodici anni si sono persi per strada 67 mila elettori che adesso scelgono il non voto.

1.4 La botta del 2014 e quelle seguenti

Gli effetti dei sommovimenti non tardano ad arrivare. Nel 2014 si vota nuovamente per le amministrative a Perugia e Terni e per il rinnovo del Parlamento europeo. A Perugia si arriva alla frana dopo anni di smottamenti. Alle comunali si recano al voto 11 mila persone in meno rispetto a cinque anni prima. Il numero coincide quasi esattamente con i 12 mila voti persi da Boccali rispetto al primo turno del 2009 (51 mila contro 39 mila). Si va al ballottaggio. Uno degli elementi che aveva caratterizzato il primo turno, sia a Terni (come vedremo a breve) che a Perugia, era stata la proliferazione di liste civiche, un elemento su cui si tenterà una riflessione nel prossimo capitolo. È proprio l’apparentamento al secondo turno con tre di quelle liste civiche che garantirà, tra le altre cose, la vittoria per Andrea Romizi, candidato del centrodestra. Al secondo turno Boccali perderà altri 14 mila voti e si fermerà poco oltre i 25 mila. Gli apparentamenti portano invece a Romizi 13 mila voti in più rispetto al primo turno, che sommati ai 22 mila del primo turno fanno 35 mila. È una cifra che non arriva neanche a quella dei consensi coi quali il candidato di centrodestra, Pino Sbrenna, era stato eliminato cinque anni prima al primo turno. Ma in un quadro del tutto cambiato, in cui il centrodestra intercetta platealmente una volontà di cambiamento pur nell’astensionismo crescente, è sufficiente per ottenere la fascia di sindaco. A Terni Di Girolamo è costretto di nuovo al ballottaggio. Perde 5 mila voti rispetto al primo turno di cinque anni anni prima, e nonostante l’emorragia prosegua al secondo turno, con altri 7 mila voti persi per strada, viene rieletto anche grazie all’appoggio di alcune liste civiche che lo sostenevano fin dal primo turno. Anche nel capoluogo a sud dell’Umbria, nonostante la vittoria, c’è un concerto di campane a suonare l’allarme. Basta solo considerare che se Di Girolamo tra il primo e il secondo turno perde i settemila voti di cui si è appena detto, il suo competitore Paolo Crescimbeni ne guadagna duemila. C’è pure qui insomma una voglia di cambiamento che il centrodestra comincia a capitalizzare. La sinistra prosegue il suo lento e inesorabile processo di assottigliamento e i suoi voti sono ridotti pressoché a un terzo rispetto a quelli dei suoi tempi d’oro. Alle elezioni europee avviene una cosa inversa e il Pd tocca nuovamente vette che parevano ormai insperate raggiungendo 228 mila consensi. Il partito è stato scalato alla fine del 2013 da quello che col senno di poi non è errato definire una meteora, almeno per quanto riguarda la sua avventura dentro i Democratici: Matteo Renzi. In quel momento Renzi rappresenta una delle tante scialuppe di cui parleremo nel prossimo capitolo alle quali un’opinione pubblica disorientata tenterà di aggrapparsi di volta in volta, a partire dalla prima metà degli anni Dieci del Duemila, nella speranza di chissà cosa. La sinistra prosegue il suo cammino verso l’irrilevanza, e supererà a stento i 20 mila consensi. I cinque stelle raggiungono 90 mila voti, la Lega ridiscende a 11 mila e il centrodestra nel complesso raccoglie 118 mila consensi. Alle Regionali del 2015, Marini viene rieletta con centomila voti in meno rispetto a cinque anni prima; è il percorso inverso rispetto a Lorenzetti e Locchi, che al secondo turno avevano entrambi aumentato i voti. È la tornata elettorale col maggior numero di astenuti: oltre 300 mila, che significa che circa il 45 per cento dell’elettorato si è rifiutato di andare a votare.

1.5 La slavina arriva a valle (2014-2018)

Oltre alla frana di Perugia, nel 2014 cade anche Spoleto, dove vince un candidato civico; nel 2018 poi, la città del Festival va ad elezioni anticipate e viene presa invece dall’alleanza di centrodestra così come Umbertide, che era considerata fino ad allora una sorta di Stalingrado nella geografia dell’Umbria che fu rossa. Alle Politiche del marzo 2018 il Pd arriva con sulle spalle il peso del fallimento di Matteo Renzi, che nel frattempo ha cancellato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e perso il referendum sulle riforme costituzionali sul quale si era giocato tutto. Il centrosinistra tocca quota 140 mila voti, 47 mila in meno rispetto al già deludente 2013, meno della metà rispetto all’Ulivo del 2001. La sinistra si stabilizza a 20 mila. Il centrodestra è prima forza, ma sta a 188 mila voti, meno di sempre, tranne che rispetto alle tornate elettorali per la Regione. La Lega, che nell’ultima consultazione generale, le Europee del 2014, aveva preso 11 mila voti, decuplica i consensi balzando a 103 mila e fagocitando Fratelli d’Italia, che si ferma a 25 mila, lontanissimo dagli 80-90 mila che furono di An. Forza Italia è a 57 mila voti ed è dimezzata rispetto ai tempi d’oro. Il M5S, nonostante l’exploit nazionale, qui prende 140 mila voti, meno che nel 2013, ma va molto meglio che alle Europee del 2014. Rispetto al 2001 sono andati alle urne 86 mila elettori in meno, pari al numero di voti che prendeva un partito come An quando veleggiava attorno al 15 per cento. Nel giugno 2018, si vota anche per le Comunali di Terni, anticipate a causa di indagini della magistratura che avevano colpito esponenti del centrosinistra al governo della città. Il Pd si ferma a 6 mila voti, perdendone per strada altri 11 mila rispetto alla tornata amministrativa precedente, il centrosinistra non riesce neanche ad arrivare al ballottaggio. Leonardo Latini, sindaco della Lega, vince con 25 mila voti al primo turno e 26 mila al secondo, contro il candidato del M5S. Per capire come siano cambiate le cose si può fare riferimento al fatto che venti anni prima, nel 1999, il candidato del centrodestra aveva perso al primo turno pur prendendo quasi 29 mila voti. La Lega, che sembra la nuova padrona della regione, arriva a 14 mila voti.

1.6 Game over (2019)

Il 2019 è anche l’anno della rielezione di Romizi a sindaco di Perugia, che avviene già al primo turno. Il centrosinistra nel capoluogo è ridotto a 23 mila voti, ne ha persi 40 mila rispetto a quindici anni prima, quando veniva rieletto Locchi. Il Pd ha la metà dei voti che i soli Ds riscuotevano nel 1999. La sinistra non esiste praticamente più: nelle sue varie articolazioni riscuote 3 mila voti rispetto ai 10 mila degli anni d’oro. Romizi è eletto al primo turno con un numero di voti molto inferiore a quelli di Locchi e pari a quelli del primo Boccali. La Lega ha 12 mila voti. Cadono anche i comuni di Foligno e Orvieto, in entrambi la Lega diventa il primo partito. Alle Europee il Pd prosegue nella sua discesa e si ferma a 107 mila voti, la sinistra rimane nella ridotta dei 20 mila. I cinque stelle collassano a 65 mila dopo l’alleanza con la Lega al governo nazionale e il centrodestra torna ai tempi d’oro con 230 mila voti, solo che adesso 170 mila sono della Lega, che pare invincibile. Forza Italia è ridotta a 30 mila consensi, così come FdI, che pare la lontanissima parente dell’An che arrivava a sfiorare i centomila voti. Alle Regionali di ottobre 2019 – anticipate a causa delle dimissioni della presidente Marini conseguenti alle indagini della magistratura su alcuni concorsi truccati nell’ambito della sanità, che hanno portato anche all’arresto del segretario regionale del Pd, Gianpiero Bocci – si arriva con Salvini nelle vesti di dominus: il leader della Lega investe Donatella Tesei della candidatura, il Pd si attesta a 93 mila voti e ne lascia per strada 40 mila rispetto a 5 anni prima. Il centrosinistra sta a 110 mila voti ed è un terzo di quello che fu; la Lega è a 154 mila e Fratelli d’Italia cresce a 43 mila. La destra tocca il record di consensi in Umbria: 255 mila.

1.7 Come stiamo oggi

Si arriva così ai risultati del settembre 2022. La Lega vive la sua distopia, tracolla a poco più di 30 mila voti e si riduce a un quinto rispetto solo alle Regionali di tre anni prima. Forza Italia rimane sotto la quota dei 30 mila voti e, di rimescolamento in rimescolamento, si riconferma l’ultimo partito della coalizione. FdI fa il pieno superando i 130 mila voti. Ma la destra nel suo complesso, ferma sotto i 200 mila consensi, è lontana dai 237 mila delle Politiche 2001, dai 240 mila del 2006, e anche dai 255 mila delle Regionali 2019. I consensi ottenuti oggi sono gli stessi raccolti da Ronconi, il primo sfidante di Lorenzetti alle Regionali dell’alba degli anni Duemila: 199 mila. All’epoca valsero una sconfitta netta, oggi nell’astensionismo dilagante paiono un successo epocale. Quello a cui si assiste è l’ennesimo passaggio di voti all’interno dello stesso schieramento, con un travaso impressionante dalla Lega a FdI. Il centrosinistra crolla a precipizio: il Pd con 91 mila voti è ai minimi storici e raccoglie oggi i voti che An riscuoteva quando era il terzo partito dell’Umbria. L’alleanza Verdi-Sinistra sta praticamente in piedi col respiratore (15 mila voti) e il M5S è a un terzo dei voti (55 mila) rispetto ai tempi in cui voleva trasformare il Parlamento in una scatoletta di tonno. C’è un cambiamento sostanziale, però: oggi l’identità della formazione di Conte non è più è quella di un movimento né di destra né di sinistra, ma di una forza saldamente ancorata a un’idea e a un possibile schieramento progressista. C’è l’avanzata del Terzo polo, che con i suoi 35 mila voti va ad aggirarsi intorno al bacino che fu dei centristi alleati di Berlusconi nella prima decade degli anni Duemila. Se si unissero insieme, centrosinistra, M5S e Terzo polo, sarebbero maggioranza in Umbria, ma sarebbe come tentare di mettere insieme un vaso volato giù da un attico. Il primo partito è ormai, e di gran lunga, quello del non voto: 206 mila persone. A questo ultimo proposito va fatta una annotazione. Tra le Politiche del 2001 e quelle del 2022 le persone che hanno scelto l’astensione sono raddoppiate. Il blocco di centrodestra come si è visto, più o meno, riesce a tenere quasi i consensi di vent’anni fa. Vista così, sembrerebbe che l’astensione in questa regione sia un fenomeno che riguarda quasi totalmente l’elettorato al di qua del centrodestra che fa capo ai partiti tradizionali, cioè il blocco che negli stessi vent’anni ha perso per strada la bellezza di 150 mila voti.

2. Il contesto nazionale

L’Umbria ha una sua peculiarità profonda che l’ha portata a perdere completamente, in pochi anni, la sua caratteristica di regione rossa. Cosa che è avvenuta ad esempio in misura più contenuta nelle vicine Toscana ed Emilia Romagna, che erano gli altri due vertici, del cosiddetto triangolo rosso. È un fenomeno macroscopico. Ma quelle registrate dai risultati elettorali sono trasformazioni che non possono essere spiegate solo con quello che è successo all’interno di questo fazzoletto di terra. Questa è una regione pienamente inserita nelle vicende italiana ed europea che in qualche modo ha seguito – enfatizzandole in molti casi e ridimensionandole in altri – tendenze che sono state nazionali e che hanno anche risentito di veri e propri cambi di paradigma continentali. Per questo vale la pena soffermarsi, seppure sommariamente, su quello che nel ventennio preso in esame accadeva a livello politico-istituzionale ed economico nel Paese. Tutto ciò si è intrecciato in maniera che in alcuni casi è diventata indistinguibile con gli accadimenti regionali. Le ripetute capriole all’interno dello schieramento progressista hanno avuto ripercussioni dirette nei protagonisti umbri, che le hanno riprodotte fedelmente, anche amplificandole, poiché qui l’Ulivo prima e il Pd poi sono stati dei partiti-regione che governavano tutto. E le correnti, gli schieramenti, i richiami ai leader nazionali, le iniziali diffidenze tra gli ex Pci e gli ex Dc, sono state ancora più rilevanti che altrove, viste le dimensioni dello schieramento umbro e l’assenza di fatto, per lunghi anni, di un’opposizione in grado di contendere il potere. A seguire, la ricerca da parte dell’opinione pubblica e dell’elettorato di nuove conformazioni di governo, ha fatto registrare anche qui come altrove il passaggio di migliaia di voti, in pochi anni, da un partito all’altro, e la nascita e l’estinzione repentina di fenomeni politici, una cosa che sarebbe stata inimmaginabile solo fino alla prima decade dei Duemila.

2.1 Le date spartiacqua

Le trasformazioni seguono delle loro logiche, indifferenti ai calendari, ma se si volessero rintracciare delle date simboliche per fare da spartiacque, queste potrebbero essere almeno due: una è il 24 gennaio 2008, quando il Senato sfiducia il governo di Romano Prodi. L’altra è il 16 novembre 2011, quando entra in carica l’esecutivo di Mario Monti. La musica di sottofondo che ha accompagnato queste date è quella della crisi economica scatenatasi nel 2007 in seguito all’esplosione della bolla del mercato immobiliare statunitense e riverberatasi in Europa per più di un decennio. Da essa è scaturita l’imposizione di un regime di austerità a livello continentale che si è andato a sovrapporre a una corrente di opinione pubblica attiva già dalla metà del 2007, quando viene pubblicato La casta, libro-inchiesta di enorme successo scritto da due delle firme più prestigiose di allora del Corriere della Sera, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, in cui gli autori denunciano inefficienze, sprechi e privilegi del sistema di potere politico-burocratico. Vale la pena di rilevare l’aspetto essenzialmente politico della critica che venne fatta, poiché il sistema economico, che era parte di quella che venne definita casta, fu del tutto risparmiato dagli strali di un’opinione pubblica che si fece negli anni sempre più puntuta e aggressiva, e che in qualche modo si coagulò, almeno in parte, nel primo “Vaffa-day” dell’8 settembre 2007 che tenne di fatto a battesimo un Movimento cinque stelle con caratteristiche molto differenti dalle attuali.

2.2 Radici insospettabili

Negli anni tra il 2008 e il 2011, come si è visto nel capitolo precedente, si rilevano delle oscillazioni nelle tornate elettorali che fanno registrare degli scricchiolii all’interno del sistema di potere politico-istituzionale dell’Umbria rossa. Ma i risultati del centrosinistra e della sinistra, a volte alleati e a volte no, portano a trascurarli. Le vittorie cancellano qualsiasi tipo di analisi, e se anche nelle dichiarazioni post voto si rileva qualche preoccupazione, a volte per le percentuali ottenute via via sempre più basse, a volte per l’astensionismo crescente, tutto viene più o meno liquidato con una scrollata di spalle. In quegli anni sembriamo essere insomma lontani dagli smottamenti, dalle frane e dalle macerie con le quali si avrà a che fare di lì a poco. Eppure le radici dei sommovimenti sembra siano rintracciabili proprio lì.

2.3 Il centrosinistra alla ricerca di una nuova forma

Dal 1995, subito dopo la sconfitta subìta dal fronte berlusconiano nel ‘94, le forze che si richiamano a un orizzonte progressista si mettono alla ricerca di un nuovo modo di stare insieme. Il sistema elettorale maggioritario peraltro, le incentiva a farlo. Uno dei principali protagonisti di questa stagione è Romano Prodi, al quale si deve l’invenzione dell’Ulivo nel 1996, che fu, con l’unione delle gambe ex Pci ed ex Dc (Democratici di sinistra e Margherita), l’incubatore del Partito democratico che nacque dopo un decennio, nel 2007. È il periodo in cui ex comunisti ed ex democristiani, che negli ultimi cinquant’anni erano stati su fronti opposti, cercano di mettersi insieme ma non riescono a superare del tutto le reciproche diffidenze. In Umbria tutto questo si traduce in una sorta di spartizione che è una ottima metafora dei rapporti tra le due forze: agli ex Pci spetta di candidare i sindaci dei due capoluoghi di provincia, agli ex Dc si lasciano le nomine dei candidati per la presidenza delle province di Perugia e di Terni (nel capoluogo sud in alternanza con ciò che resta dei socialisti). Una unione dimezzata, si direbbe.

2.4 La doppia crisi: economica e politica

A livello nazionale il centrosinistra non riesce a dare grande prova di sé. I meccanismi per molti versi insondabili che portano alla caduta del secondo governo Prodi nel 2008 si depositano nell’incomprensione di buona parte dell’elettorato progressista, che nelle elezioni di quell’anno si ritrae, come si è visto nel capitolo precedente, e pur concedendo ancora fiducia all’esperimento democratico, comincia a manifestare segni d’insofferenza. Alle elezioni politiche di quell’anno è il centrodestra a vincere di nuovo, Berlusconi s’insedia a Palazzo Chigi e tutto procede fino a che, nell’aprile 2009, le cronache rivelano di una relazione del presidente del Consiglio con una diciottenne napoletana, Noemi Letizia. È l’avvio di una serie di scandali a sfondo sessuale che porteranno all’eclissarsi dell’astro berlusconiano. Ma non c’è solo questo: in quegli stessi anni in seno all’Unione europea si stanno cominciando a fare strada politiche di austerità che sono pensate come le migliori per rispondere alla crisi arrivata da oltre Atlantico. Sono gli anni in cui la Grecia viene di fatto commissariata e sottoposta a una serie di privatizzazioni a causa del suo debito, cosa che apre per quel paese una crisi drammatica. Il 5 agosto 2011 due banchieri, il presidente della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e il suo successore designato, Mario Draghi, inviano una lettera riservata al governo italiano con la quale chiedono la liberalizzazione di alcuni servizi pubblici, l’agevolazione della contrattazione di secondo livello nelle aziende a discapito di quella nazionale e, più in generale, una politica di contenimento della spesa. Il governo Berlusconi, stretto nella tenaglia degli scandali di cui è protagonista il suo presidente e delle richieste sempre più pressanti provenienti dai vertici dell’Ue, che bandiscono di fatto la possibilità di misure espansive che potrebbero consentire un recupero di consenso, è costretto alle dimissioni. L’incarico di formare il nuovo governo viene affidato a un tecnico, l’economista Mario Monti, che garantisce la condivisione degli obiettivi europei e apre una fase di taglio delle spese praticamente in tutti i settori.

2.5 Le conseguenze della crisi

I fatti che sono stati sommariamente ripercorsi, portano a una serie di conseguenze che si riveleranno di medio-lungo periodo. In prima battuta Forza Italia, che era stata uno dei perni attorno al quale si era retto il sistema della cosiddetta seconda repubblica, si avvia al declino seguendo il destino del suo inventore e leader, Berlusconi. Tutto ciò si riverbererà sull’intero sistema politico anche perché il discredito che comincia a maturare a livello di opinione pubblica coinvolge l’intera classe politica. Scandali, crisi economica e pervasivo contenimento delle spese, lungi dal premiare l’ex opposizione di centrosinistra, colpiranno anch’essa in una comunanza di destini che porterà l’elettorato, dal 2013 in avanti, di volta in volta alla ricerca di forze e/o volti nuovi sui quali concentrare il consenso alla ricerca di una fuoriuscita dalla crisi che pare ormai connaturata alla globalizzazione, che solo qualche anno prima veniva benedetta come sorte progressiva. I partiti che potremmo definire tradizionali, ancorché nati con la Seconda repubblica, entrano in una spirale che pare ottunderli. La dimostrazione plastica dello stallo sta nella vicenda che porterà nell’aprile 2013 alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, un evento del tutto inedito nella storia della Repubblica. Con i partiti sbandati, un tecnico a Palazzo Chigi che taglia tutto il possibile assecondando l’austerità imposta dall’asse franco-tedesco a Bruxelles, e la crisi che morde, l’opinione pubblica perde gli orientamenti tradizionali e il voto comincia a farsi liquidissimo. È così che si passa dal successo del M5S alla scalata del Partito democratico da parte di Matteo Renzi; dalla successiva accensione delle speranze in Matteo Salvini al dirottamento dei consensi su Giorgia Meloni. Tutti questi giri di giostra si accompagnano, come si è visto, da un lato all’assottigliamento del numero di persone al voto che ha toccato i massimi alle ultime elezioni politiche, e dall’altro all’emersione di un fenomeno, il cosiddetto civismo, che è l’altra faccia del discredito della politica, e che porta alla proliferazione di liste non partitiche nelle elezioni amministrative. I partiti stanno via via incarnando l’idea di male, e a risentirne è la fiducia nelle istituzioni tout court. Ne è testimonianza anche la terminologia: i Cinque stelle si definiranno movimento, Fratelli d’Italia bandirà, come avevano già fatto Forza Italia e Alleanza nazionale, la parola partito dal suo nome, Mario Monti conierà per la sua formazione il nome di Scelta civica. Si tratta di una serie di rivoli cominciati a sgorgare dalla Tangentopoli degli anni Novanta del secolo scorso che generano una corrente anti partitica di cui la principale formazione di centrosinistra (che quel sostantivo, partito continua invece a utilizzarlo), diventata nel frattempo sempre più di governo e sempre più in linea con le politiche restrittive di Bruxelles, patirà le conseguenze peggiori, anche in Umbria.

3. Il contesto regionale

Le trasformazioni nel voto, con l’astensionismo crescente che sanziona in maniera sempre più massiccia i partiti tradizionali e segnatamente quelli di centrosinistra e sinistra, le peripezie del Pd, e la crisi di sistema, che come abbiamo visto è politica ed economica al tempo stesso, e che porterà al dissolvimento nell’arco di meno di una legislatura di una serie di salvatori della Patria, oltre che di un intero assetto politico-istituzionale, hanno una serie di ricadute impressionanti nell’Umbria in cui sembra fino a un certo punto che non debba cambiare mai niente. La prima decade degli anni Duemila, è quella in cui si assiste a una sorta di diarchia, quella che vede protagonisti il sindaco di Perugia Locchi e la presidente di Regione Lorenzetti. La vicenda ternana rimane più sullo sfondo, connotata da sue peculiarità che non le consentono però di incidere a livello regionale.

3.1 La personalizzazione

Personalizzare eventi storici non è mai un’attività consigliabile. Se si accenna qui specificatamente alle figure di chi nel primo decennio degli anni Duemila ha avuto così importanti cariche istituzionali è perché quello è il periodo in cui si vanno a saldare gli effetti di due trasformazioni. La prima è quella degli assetti istituzionali, con la scelta a tutti i livelli del sistema maggioritario, che vede in misura crescente la messa dell’accento sulla scelta delle persone e sul loro governo più che sui partiti e sulle rispettive elaborazioni politico programmatiche. La seconda, direttamente proporzionale alla prima, è quella della progressiva evaporazione dei partiti. Quest’ultimo è un fenomeno che in quegli anni, da dentro, poteva anche mimetizzarsi, ma che arrivati all’oggi, assume evidenze macroscopiche. Tanto che ora non si sa neanche più dove i partiti si riuniscano. Per anni e anni invece, è stato risaputo, e visibile con tanto di insegne, che la sede del Pd a Terni era in via Mazzini, e quella di Perugia in piazza della Repubblica; oggi alzi la mano chi, al di là di qualche residuo attivista, sa dove quel partito tiene (se le tiene) le proprie riunioni, dove elabora le proprie strategie. Sull’onda del successo ottenuto in Umbria Matteo Salvini venne a inaugurare nell’agosto 2020 la nuova sede della Lega a Fontivegge, sostenendo in quella occasione che quello voleva diventare anche un presidio contro la microcriminalità che ammorba una delle aree più problematiche del capoluogo. Bene: per tutta la campagna elettorale delle elezioni politiche che si sono tenute il 25 settembre scorso quella sede è rimasta chiusa. E infine: dove sono le sedi regionali e cittadine di Fratelli d’Italia, del M5S? Dove sono finite le insegne che hanno puntellato per decenni la geografia delle città? Si tratta di questioni solo in apparenza simboliche, poiché i simboli in questo caso sono assai di sostanza.

Tornando alla personalizzazione evocata con Locchi e Lorenzetti, quello che va sottolineato in questa sede è che i loro incarichi amministrativi arrivavano a fine corsa rispettivamente nel 2009 e nel 2010, cioè proprio nel momento in cui si venivano producendo trasformazioni che avrebbero portato a conseguenze fondamentali, come abbiamo in parte già visto e come si vedrà anche nel capitolo successivo. Ed è fisiologico che chi sta a fine corsa non sia propriamente nel pieno del vigore e della forza per avvertire le trasformazioni e affrontarle. Se c’era da fare uno sforzo di riconversione e di comprensione da parte del centrosinistra umbro, Locchi e Lorenzetti, al potere da anni e abituati da decenni a un certo modo di fare politica, non erano le persone più adatte in quel momento. Il tutto poi, avveniva nelle difficoltà segnate dal quadro nazionale, economico e istituzionale, come si è visto. E avveniva nella progressiva evaporazione del partito, che se da un lato poteva liberare chi governava di qualche vincolo ritenuto eccessivo, dall’altro privava di un afflato ideale e di un apporto di visione politica complessiva come è quella che arriva da una comunità pensante.

3.2 Il partito degli amministratori

Che la questione non sia di mera personalizzazione, e meno che mai ad personam, è testimoniato dal fatto che nel periodo a cavallo tra gli anni zero e gli anni dieci del Duemila si va facendo strada una locuzione: partito degli amministratori. All’interno del Partito democratico va prendendo sempre più piede la schiera di sindaci, presidenti di qualcosa e assessori che gestiscono il potere. Si viene cioè a creare una  divaricazione crescente tra la visione complessiva, il radicamento territoriale e l’elaborazione che caratterizza una comunità politica e l’amministrazione dell’esistente pura e semplice. Se si considera che la personalizzazione derivante dall’adozione del sistema elettorale maggioritario tende a squilibrare la bilancia dalla parte di chi viene eletto ad amministrare, si comprende come questo fenomeno abbia portato progressivamente quasi a far coincidere del tutto la politica con l’amministrazione. Si tratta di una tendenza che potrebbe essere intesa con una accezione positiva, e in larga parte è stato così, nella vulgata che ha travolto la politica in nome di un pragmatismo a cui non ci si rendeva conto di star recidendo le radici ideali. Il progressivo schiacciamento sul qui e ora dell’amministrazione ha provocato, oltre a distorsioni di rapporti che hanno assunto anche la forma del clientelismo, un ridimensionamento dell’orizzonte del fare politica progressista, dell’elaborazione su un piano più ampio e di più lungo periodo, che aveva portato questa regione a riscattarsi dal margine agricolo che era stata fino agli anni Sessanta del Novecento. Anche in questo caso si è trattato di un fenomeno fisiologico, connaturato ad alcune delle tendenze di fondo dell’epoca. Solo che, col senno di poi, si può concludere che è stato male assortito, nel senso cioè che l’amministrare ha preso del tutto il sopravvento sull’elaborare e sul capire quello che stava avvenendo. Anche in questo caso, per capire da quale parte pendesse la bilancia, può essere utile un esercizio di memoria: chi è che, al di là degli attivisti che sono sopravvissuti, ricorda, oltre alle presidenti di Regione e ai sindaci dei maggiori centri, la successione dei segretari del Partito democratico che gli si sono affiancati negli anni?

3.3 Il potere logora anche chi ce l’ha

Le profonde trasformazioni che spuntavano comunque qua e là carsicamente e che avrebbero potute essere notate anche in tempi che parevano non sospetti, calano in un’Umbria che pare immutabile. Centrosinistra e sinistra sono saldamente al potere da sempre, dopo la seconda guerra mondiale, e quel tipo di potere sembra essere eterno. La vera attenzione dei mass media e di chiunque si interessi di politica in Umbria si concentra a un certo punto neanche tanto sulla vita dei soli partiti di maggioranza, ma sulle lotte che lì si tengono per essere candidati, essendo la candidatura intesa come un’elezione in pectore, per chi si trova nei partiti al governo. Per lustri non balugina neanche l’idea che il centrodestra possa competere davvero per la Regione o per i principali comuni. Tre delle quattro persone candidate alla sconfitta alle elezioni regionali che si sono tenute dal 2000 al 2015 – cioè Maurizio Ronconi, Pietro Laffranco e Fiammetta Modena – sono state poi candidate in posizioni utili per essere elette al Parlamento nazionale: si trattava di una consuetudine venuta meno nel 2015 con Claudio Ricci, quando si era già nell’occhio del ciclone delle trasformazioni; era una sorta di risarcimento per aver affrontato una elezione che si sapeva in partenza che avrebbe portato alla sconfitta.

3.4 Il “pensiero” maggioritario

Su questo panorama si è venuto innestando quello che nel corso del tempo è diventato non più il sistema elettorale originariamente inteso, bensì il pensiero maggioritario. Così il Partito democratico, sul modello di quello statunitense da cui ha mutuato il nome, invece di risolvere nelle sedi che erano state utilizzate fino a quel momento le questioni relative alle candidature e alla elaborazione più complessiva, sceglie la via delle elezioni primarie sia per eleggere i segretari, sia per scegliere i candidati alle cariche amministrative. Ma la pratica statunitense cala su una storia e su culture politiche profondamente diverse. E le primarie diventano una sorta di one shot in cui si consuma lotta fratricida sempre più personale, sempre meno programmatica e, per questo, vissuta dall’opinione pubblica come una sfida sempre più volgarmente per il potere fine a se stesso. Questo è il volto che il maggiore partito al governo, che tende sempre più a trasformarsi in comitato elettorale, dà di sé a un’opinione pubblica che sta già mutando in profondità, anche per le condizioni materiali che vive. Si tratta dello stesso partito che, a livello tanto nazionale che regionale, viene travolto dal renzismo che ne torce in profondità i connotati e lo disancora da quel poco che ancora c’è della difesa di chi sta in basso nella società. E si tratta dello stesso partito che, nonostante quell’ex segretario abbandoni la nave dopo un fallimento senza precedenti, non riesce a fare un’esame di ciò che gli è successo e gli sta succedendo in profondità, e appare anche per questo a un pezzo sempre più consistente dell’opinione pubblica e della sua gente, sempre più attaccato al potere fine a se stesso.

3.5 La leva della spesa

Il partito di maggioranza relativa – e più in generale l’intero schieramento, perché in queste vicende è sempre presente pro quota anche la sinistra cosiddetta radicale – è diventato praticamente sovrapponibile all’amministrazione, e subisce un’altra pesante conseguenza dalle trasformazioni che stanno lavorando a livello nazionale. Il pesante taglio della spesa pubblica e l’innesco del conseguente processo di privatizzazione a tutti i livelli, che sono le missioni fondanti del governo Monti, ridimensionano di molto una delle leve principali dell’amministrare in Umbria. Il Dipartimento per gli affari territoriali del ministero dell’Interno certifica che dal 2007 al 2016 i trasferimenti statali ai cinque comuni più popolosi della regione calano da 99,4 a 73,7 milioni. L’Istat conferma, rilevando che le entrate dei Comuni derivanti dallo Stato a livello nazionale si dimezzano dal 2007 al 2015 passando da 18 a 9 miliardi. Altri due dati aiutano a capire la tendenza: nel 2013, nel pieno dell’effetto Monti, l’assessorato regionale alla Sanità dimezza il numero delle Asl facendole passare da quattro a due; le aziende partecipate del Comune di Perugia erano 27 nel 2009, erano già passate a 15 nel 2011 e oggi sono 9 in tutto. È una stretta per certi versi doverosa: negli anni si erano moltiplicati i centri di spesa e i posti di sottogoverno che garantivano un consenso di tipo clientelare, in Umbria come nel resto d’Italia. D’altro canto però, la pesante riduzione della spesa mette gli enti locali in difficoltà, e il consenso per chi si trova al governo, già eroso da molteplici fattori, ne risente ulteriormente.

4. L’Umbria profonda

Ma quando ci si chiede cosa è successo all’Umbria non si può prescindere dalle persone in carne e ossa. L’andamento elettorale e dell’astensionismo che abbiamo analizzato nel primo capitolo serve a descrivere una tendenza, ma non è sufficiente a capirla fino in fondo. I cambiamenti a livello di sistema politico-economico-istituzionale, possono aiutare a leggere alcune trasformazioni, ma anche in questo caso si tratta di fenomeni tutto sommato parziali. Questo tentativo di analisi non sarebbe completo se non tenesse conto delle trasformazioni sociali e finanche di vita quotidiana che si sono succedute in Umbria mentre nasceva il Pd, irrompeva l’austerità e i partiti al governo in regione, presi dal proprio ombelico, avevano cominciato a tralasciare il tentativo di capire cosa stesse succedendo. Partiremo da una analisi macro, per cercare gradualmente di scendere sempre più nel dettaglio, per quanto possibile.

4.1 I settori trainanti

La base produttiva dell’Umbria ha delle peculiarità. Qui un apporto relativamente più alto in termini di produzione di ricchezza rispetto al resto d’Italia arriva dalle costruzioni e dall’industria. All’interno di quest’ultima, giocano un ruolo importante il settore metallurgico e quello alimentare. Bene: per capire cosa succede all’interno di questi settori e soprattutto cosa accade alle persone che ci lavora(va)no occorre guardare i dati in una maniera che non tenga conto solo del Pil. Dal 2008 al 2019 le imprese del settore metallurgico passano da 4.200 addetti a 3.300 e il monte salari da 128 a 106 milioni. Le imprese del settore alimentare, che occupavano 9.224 persone nel 2008, undici anni dopo arrivano a stento a 8 mila, un calo di circa il 13 per cento mentre nello stesso periodo il fatturato del settore aumenta del 4 per cento. Il settore delle costruzioni passa nello stesso periodo da 35.376 a 20.805 addetti e il monte salari complessivo qui si contrae da 461 milioni annui a 306. Questo è il settore che con la ricostruzione del post sisma 1997 è stato alla base di tanta creazione di ricchezza per tutta la prima decade degli anni Duemila. Il modello umbro ne fa un perno, ma nei dieci anni in cui si assiste al suo pesantissimo ridimensionamento non si riesce a pensare ad altro, a tentare almeno una riconversione dell’economia. Ne è testimonianza il fatto che, bloccato il mercato immobiliare delle abitazioni, si comincia sempre più a puntare sulla realizzazione pressoché incessante di aree commerciali. Federdistribuzione ha censito nel 2020 985 punti vendita della grande distribuzione in Umbria. Nel rapporto di Bankitalia relativo all’economia regionale nel 2001 se ne contavano 240. La superficie dedicata alla grande distribuzione è quindi quadruplicata, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di consumo di suolo e di assetti generali delle città, ma ciò non ha minimamente contribuito ad attenuare gli effetti della crisi sulle persone che lavoravano in edilizia.

4.2 I redditi e le condizioni materiali

Proviamo adesso a vedere prima cosa è successo nel ventennio che coincide più o meno con quello che è oggetto di questa analisi, e poi più da vcino che cosa succedeva proprio negli anni in cui, come abbiamo visto, alcuni degli indicatori dei capitoli precedenti registravano smottamenti. Dal 2003 al 2019 c’è stata una crescita più che doppia rispetto alla media italiana delle famiglie la cui fonte di reddito principale deriva da lavoro dipendente. Solo che nello stesso periodo il reddito medio delle suddette famiglie è aumentato della metà rispetto a quello dei nuclei che hanno la loro entrata principale da lavoro autonomo. Tradotto in parole semplici, c’è stato un impoverimento relativo delle famiglie, che sono passate a redditi da lavoro dipendente più ridotti rispetto a quelli da lavoro autonomo. Per di più, stesso periodo i lavoratori dipendenti a tempo determinato, cioè precari, sono passati dal 13,7 per cento del totale, al 18,3 per cento. E i precari, oltre a scontare già di per sé una situazione di difficoltà, guadagnano una retribuzione media oraria più bassa rispetto agli assunti a tempo indeterminato. Se non bastasse poi, la retribuzione oraria nel settore privato è già di suo storicamente più bassa in Umbria che in Italia: nel 2019 il divario era di quasi il 3 per cento. Il numero di persone disoccupate dal 2000 al 2020 è cresciuto in Umbria del 25 per cento (erano 25 mila, sono 32 mila) mentre in Italia è calato del 4 per cento (da 2,4 a 2,3 milioni). I giovani sotto i 29 anni che non lavorano né studiano sono aumentati dal 13,8 al 18,7 per cento, praticamente cinque punti percentuali. Si tratta di capitale sociale di fatto disperso. Le famiglie povere, che nel 2002 erano il 6 per cento, oggi sono salite a una su dieci. Ed è del dieci per cento anche il numero di pensionati che vive con assegni di meno di 500 euro al mese. A questo proposito è interessante notare come dal 2012 al 2019 quell’incidenza, che calava a livello nazionale, si incrementava in Umbria.

4.3 Gli anni delle trasformazioni non viste

A questo punto può essere utile soffermarsi su quello che succedeva negli anni in cui gli indicatori elettorali cominciavano a segnalare smottamenti. Nel 2018, ad esempio, si tocca l’apice percentuale di famiglie povere (14,3 per cento); le famiglie che si dichiarano in difficoltà ad arrivare a fine mese sono intorno al 30 per cento in Umbria, ma hanno toccato la punta massima dal 2012 al 2015. Nel 2013 c’è stato il record con il 41,1 per cento del totale. E sempre nello stesso 2013 si è toccata la punta più alta di famiglie che rientravano nel quintile di reddito più basso. Nel 2012 e nel 2014 il reddito netto delle famiglie umbre va sotto la media di quello nazionale. Nel 2014 è inferiore del 2,14 per cento, e per capire costa stia succedendo in quegli anni, è utile forse fare riferimento al fatto che nel 2002 il reddito medio delle famiglie umbre era il 3,7 per cento in più rispetto alla media italiana. Siamo insomma di fronte a fenomeni che remano verso un’unica direzione e che hanno portato la società umbra a impoverirsi complessivamente e a vivere sempre più di lavori precari. Il tutto succedeva seguendo una curva secondo la quale gli anni in cui si stringevano i cordoni della borsa e i partiti di governo diventavano sempre più autoreferenziali, erano gli stessi in cui si inasprivano di più le condizioni materiali delle persone.

4.4 Le persone

Al di là dei conteggi sui redditi e sulle povertà, in questo ventennio di tramonto dell’Umbria rossa si registrano altri cambiamenti che incidono sul tessuto regionale. Negli anni che vanno dal 2009 al 2020 sono aumentate da 97 mila a 128 mila le persone che vivono da sole. Al tempo stesso sono tornate ad aumentare le persone al di sotto dei 34 anni che restano in casa dei genitori. Da un lato c’è una progressiva tendenza alla privatizzazione delle esistenze. Dall’altro si tratta di persone che evidentemente non riescono a darsi un piano di vita autonomo e sono costrette a rimanere dove hanno vissuto l’infanzia. Quest’ultimo è un dato che fa il paio con l’innalzamento dell’età media alla quale si diventa padri e madri, che aumenta in Umbria più che nel resto d’Italia. Ancora: dal 2011 al 2013 sono diminuiti i medici di medicina generale e il numero degli assistiti per medico (da 1.035 a 1.048). Se si cala questo fenomeno su una popolazione sempre più anziana non è difficile rilevarne l’impatto.

4.5 La metropolizzazione dell’Umbria

C’è infine un fenomeno che potremmo definire di metropolizzazione dell’Umbria, che si verifica proprio a cavallo degli anni che stiamo prendendo in esame. In parte rientra in questa tendenza anche l’aumento di persone che vivono sole, cui abbiamo appena accennato. Ma c’è pure di più. Nel 2013, un anno con una sua crucialità nelle vicende che stiamo trattando, in Umbria si registra il picco delle persone (26 per cento) che segnalano la criminalità come un problema che le affligge. Nello stesso anno l’Istat annota anche il record di reati denunciati alle forze dell’ordine in Umbria: oltre 38 mila. Se si uniscono i puntini, se ne ricava l’idea di una società in cui aumentano le paure. E se si collega tutto questo all’impoverimento e alla precarizzazione crescenti non se ne può che ricavare una generale percezione di peggioramento della qualità della vita. Si tratta di un fenomeno particolarmente importante a Perugia, dove in seguito all’omicidio di Meredith Kercher nel novembre 2007, che ha portato la città alla ribalta nazionale, c’è stato un progressivo inasprimento della questione-sicurezza e soprattutto della percezione del fenomeno da parte dei residenti. Quella che era una regione tranquilla, lontana dalle dinamiche tipicamente metropolitane di altre aree, insomma, per tutta una serie di questioni comincia a vivere fenomeni che vengono anche amplificati a causa del fatto che erano stati inediti fino ad allora. La questione, nel caso del capoluogo, ha anche altri risvolti. In seguito all’omicidio della studentessa inglese, gli iscritti alle due università cittadine calano dagli oltre 35 mila della prima decade dei Duemila ai poco più di 22 mila dell’anno accademico 2015-2016. È un dato su cui gioca un ruolo anche la proliferazione degli atenei in tutta Italia, ma in cui l’immagine della città in qualche modo incide, anche a prescindere dalle responsabilità dirette di chi si trovava ad amministrarla. È così, per chiudere il cerchio da cui siamo partiti, che dal 2001 al 2021 le persone a cui non interessa la politica salgono dal 55,2 al 64,5 per cento. E c’è un altro dato che ha poco a che fare con l’astensionismo e con la politica, ma certamente vi si riflette: nel 2010 erano l’11,4 per cento le persone che davano un voto insufficiente al loro livello di soddisfazione generale; nel 2021 erano salite al 13,9 per cento. È questo coacervo di elementi che ha portato i pochi elettori che vanno ancora alle urne, nella ricerca di qualcosa che in qualche modo li risarcisca, e a premiare oggi una parte politica che nei suoi programmi pare accentuare la spinta alla privatizzazione esistenziale, potremmo dire, che è l’unica offerta politica chiara e non a caso utilizza spessissimo la parola difesa. Dalla privatizzazione della sanità che si tocca con mano a quella impalpabile ma pervasiva dei destini e dei problemi delle persone, la ricetta della destra al governo in questa regione, in linea con quella nazionale, pare infatti tendere a una individualizzazione a più livelli, elemento che può restare indifferente alle persone che hanno i mezzi per farcela da sole; ma che rischia di marginalizzare ulteriormente chi già vive difficoltà e di atomizzare una società già piuttosto piagata da quelle tendenze.

5. Conclusioni

Quelli che abbiamo messo insieme sono una serie di mattoni che possono contribuire alla comprensione delle forme che ha assunto quel fenomeno complesso che possiamo racchiudere nella definizione del tramonto dell’Umbria rossa. Non si riuscirebbe a capire, come in effetti non si è riuscito a fare finora – almeno pubblicamente – la portata della serie di trasformazioni che si sono intersecate tra di loro se si partisse da un dato meramente politico-elettorale o solo economico. La complessità delle vicende e la multiformità dei piani sui quali esse si sono dispiegate richiedono una articolazione di analisi che non pretende qui, come già chiarito nelle premesse, di essere esaustiva. L’inadeguatezza del potere a capire le trasformazioni che si succedevano e che scavavano solchi profondi è derivata sicuramente in parte dalla sua stessa autoreferenzialità, che ha assunto nel tempo dimensioni ingombranti. Di pari passo però succedevano cose ben al di sopra dell’Umbria che mitigano le responsabilità, pur non costituendo alibi per la progressiva deriva e per il conformismo sostanziale con cui si è continuato a governare una situazione che stava cambiando in maniera straordinaria. Se però il problema è stato in gran parte quello dell’autoreferenzialità del potere, ha un senso chiudere questo abbozzo di analisi con una constatazione. L’autoreferenzialità del potere politico, economico, burocratico continua a persistere come se nulla fosse accaduto nonostante sull’Umbria si sia abbattuto un ciclone. I ragionamenti che si continuano a fare nelle sedi che potremmo definire istituzionali di tutti gli schieramenti sono quelli delle alleanze, della tattica e sono istrisi di una retorica bolsa che porta a parlare di luoghi geografici (destra, sinistra, centro) invece di affrontare problemi reali. Ciò deriva proprio da quella autoreferenzialità che mostra radici profonde e, purtroppo, una coda, ancora così lunga da alimentare una vera e propria coazione a ripetere. Perché è impopolare dirlo, ma tutti questi discorsi, che accomunano la destra che governa, il centrosinistra che fu di governo e la sinistra che fu scapigliata, prescindono dal fatto che le cose migliori a livello di comunità che si stanno muovendo nella società stanno fuori dai palazzi della politica e lo fanno con pratiche del tutto nuove: aiuti materiali a persone in difficoltà, progetti di inclusione sociale sul campo, vertenze ambientali, produzioni innovative, stimoli culturali, percorsi partecipati di riqualificazione urbana e sociale e molto altro sono tutte cose che stanno accadendo in Umbria. Solo che il potere che c’è, e quello che c’è stato, non le vedono perché le mura del Palazzo costituiscono un confine mentale pressoché invalicabile. Questo, forse, è il problema più grave. Mitigato dal fatto che qua fuori le cose, comunque, succedono. E sono anche buone. A prescindere da chi rimane intrappolato dentro. Resta il problema di come contaminare ciò che sta dentro il Palazzo con il meglio di ciò che sta succedendo fuori, che a sua volta pare fieramente avulso da una politica istituzionale che da troppo tempo ormai si è allontanata dalla società.

Foto da pixnio.com

 

3 commenti su “Cosa è successo all’Umbria

  1. Analisi e chiave di lettura dei processi economici , sociali , politici ed istituzionali che hanno riguardato la RegionenUmbria e le sue principali Città fra gli anni 2000’2019. Senz’altro interessante e utile alla comprensione delle trasformazioni che hanno cambiato in profondità la nostra regione.
    Una precisazione : a Terni, nella elezioni comunali del 2014 , il Sindaco uscente On. Leopoldo Di Girolamo ( 2009-2014 ), PD, candidato centro sinistra, fu sfidato non da Antonio Baldassarre , candidato del Centro destra nel 2009, ma da Paolo Crscimbeni, ex Consigliere Regionale, esponente MSI, Alleanza Nazionale FdI, candidato del centro destra.
    Due elementi e fattori vanno presi in considerazione nelle ricostruzioni dei fatti e nelle rappresentazioni delle dinamiche e dei contesti:
    1- il ruolo, la funzione politica ” militante”, delle testate giornalistiche locali e di quelle dei siti on line. Loro intrecci con gli ambienti economici, finanziari, imprenditoriali e politici nazionali e regionali. Peso e rilevanza nella sollecitazione , ed orientamento di un “clima” , di una tendenza nell’opinione pubblica regionale.
    2 – peso, incidenza, “frastuono” , e contraccolpi delle inchieste giudiziare condotte dalle polizie giudiziarie , al servizio delle Procure delle Repubbliche e delle Procure della Corte dei Conti Sezione dell’Umbria.
    Dall’anno 2000, con la soppressione dei Comitati di Controllo Regionale degli Enti Locali ( CORECO ) ed il passaggio dei compiti di controllo, vigilanza e repressione dei “reati contabili e finanziari ” degli enti locali alle Corti dei Conti , abbiamo assistito ad una crescita degli “inviti a dedurre” e dei rinvii a giudizio di tanti amministratori locali. Ed in Umbria,
    stando ad alcuni dati, più che in altre regioni. Sarebbe interessante ed utile una analisi e ricerca specifica sulla quantità di indagini avviate, concluse ed andata in giudizio E sulle sentenze emesse. E sui rapporti fra ambienti e Magistrati delle Corti dei Conti con la Politica!
    Quanto alle inchieste giudiziari delle Procure delle Repubbliche . Solo per limitarsi a quelle a raffica che hanno riguardato la Città di Terni negli anni 2016/2018 – senza economie nell’impiego di uomini e mezzi , di terra, di cielo ( elicotteri sopra Palazzo Sapda ) e tecnologiche , di intercettazioni telefoniche ad personam ed ambientali – con momenti drammatici per la Città, il Comune e le persone coinvolte -con gli arresti domiciliari del Sindaco e di Assessori, conclusi con i processi che hanno pronunciato sentenze di assoluzioni “perché il fatto non sussiste”. Al netto dei giudizi politici sull’operato delle amministrazioni , su errori e limiti, forse inadeguatezza complessive di partiti e coalizioni rispetto alla bisogna, non può essere taciuta e non considerata la indubbia incidenza negativa e l’impatto sulle dinamiche politico elettorali .
    Alcuni magistrati , coinvolti nelle inchieste, rilasciarono interviste a testate giornalistiche “militanti’ , soddisfatti di avere fatto piazza pulita e di aver contribuito a rendere migliore , più pulita e sicura la città di Terni.
    I Cittadini e la Città di Terni stanno ancora aspettando che questi Sacerdoti della Giustizia chiedano scusa per le loro parole in libertà dissennata.

    1. Grazie per la precisazione riguardante lo scambio di persona tra Baldassarre e Crescimbeni. Sul resto del commento ci sono diversi spunti di riflessione.

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