Una bandiera della pace che sventola
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Le domande della pace

 

Mi è capitato di vedere tre bandiere della pace appese in luoghi civili da quando la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina. Due davanti a delle scuole, l’altra dentro un supermercato.

Nel 2003, quando la Nato decise di bombardare la Serbia con aerei che partivano anche dall’Italia, passeggiando per una qualsiasi delle nostre città ti potevi specchiare nei balconi, nelle finestre: lì ci abitano persone che come me sono contrarie ai bombardamenti, ti dicevi. Ed erano decine, centinaia gli arcobaleni in cui ti imbattevi.

La pace non si fa esponendo bandiere, intendiamoci. Ma l’assenza di arcobaleni alle finestre è il sintomo di una difficoltà pesante, diciamocelo almeno tra noi. E poi specchiarsi in tutti quei colori aiutava se non altro a sentirsi meno soli e non del tutto smarriti, che non è poco, ed era anche una forma di educazione per i più piccoli.

C’è stata una costante nel rosario laico che abbiamo cominciato a snocciolare nel 1991 con la prima guerra del Golfo, nel 1999 con la ex Jugoslavia, nel 2001 con l’attacco all’Afghanistan, e nel 2003 di nuovo contro l’Iraq: la guerra la portava la parte di mondo nella quale abitiamo. Manifestare a migliaia in piazza, esporre la bandiera della pace alla finestra, scandire non in mio nome, aveva perciò un senso. Era politica. Significava schierare una parte di opinione pubblica contro i governanti del nostro paese o di quello di paesi alleati che in quel momento stavano facendo la guerra. Era un tentativo di fare pressione per spostare equilibri. Quelli che mettevamo in campo scendendo in piazza e appendendo drappi erano corpi e oggetti che non funzionavano solo come testimonianza, erano anche lotta politica.

Oggi di quelle attività non se ne vede traccia, o se ne scorgono pochissime. E non succede perché, come potrebbero desumerne i detrattori di sempre, non essendoci di mezzo gli americani che bombardano, gli antiamericani mascherati da pacifisti non hanno motivi di fare il movimento che hanno agito in altri momenti. Succede perché a muovere guerra è un altro che non abbiamo votato, un autocrate nei confronti del quale lo schieramento dell’opinione pubblica è ancor meno efficace che nei confronti dei nostri democraticissimi leader che a turno si sono messi l’elmetto. Beninteso: meno efficace, non significa non efficace, anche se il sentimento di impotenza è grande. E questo è il punto.

Ci sono domande da farsi. Per decenni siamo stati convinti che a muovere guerra potessimo essere solo noi, l’occidente, la Nato. Di conseguenza, oltre ad alimentare un movimento che ci pareva potesse avere qualche efficacia nei momenti di guerra, abbiamo chiesto e chiediamo lo stop alla proliferazione delle armi e la riduzione delle spese militari. La possibilità che ad attaccare siano altri però – e Putin ce lo sta dimostrando – ci pone un primo pesantissimo interrogativo: possiamo permetterci di trascurare l’elemento della difesa, e quindi della odiosa spesa militare, in presenza di potenze e autocrati e interessi che potrebbero attaccarci una volta che fossimo scoperti? (Ciò, detto tra parentesi, al netto del problema di chi con la produzione ed esportazione di armi anche a dittatori fa profitti milionari: quella è una vergogna da tagliare con l’accetta, subito).

E ancora: come porci di fronte allo scenario che si è aperto in Ucraina? Le diverse posizioni che dividono anche i meglio disposti sono la testimonianza di una ulteriore difficoltà ad agire. Quando ad attaccare erano i nostri, bastava dire: fermatevi, fermiamoci. Oggi no. Si è costretti a scegliere se passare armi alla resistenza ucraina, o addirittura scendere al suo fianco oppure no. Dandogliele si rischia di alimentare una guerra e di essere complici di ulteriori spargimenti di sangue, ancorché quello potrebbe essere un tentativo per spingere Putin a desistere; se non gliele si forniscono, scegliendo la pace integrale, si condanna però una popolazione attaccata a cadere inerme sotto le bombe. Il fatto che la scelta l’abbia già presa chi ci governa, non ci esime dal chiederci che fare, cosa faremmo noi. Perché quella scelta non rimanda solo alla politica che noi metteremmo in campo qualora fosse possibile, ma anche alle eventuali attività propedeutiche a scongiurare conflitti armati fra truppe.

Insomma: che cosa è oggi una politica che eviti la guerra, e che non prescinda dal fatto che sullo scacchiere ci sono altre potenze in grado di muovere guerra, cosa che, diciamocelo, avevamo finora scarsamente considerato? E poi: preso atto oggi della sostanziale inefficacia del nostro scendere in campo a cose fatte, per muovere l’opinione pubblica, continueremo a muoverci nei tanti, piccoli, sacrosanti e imprescindibili progetti di cooperazione internazionale tra Ong, nel consumo critico e nella finanza etica oppure dovremmo anche cominciare a pensare ad aggiungere a queste attività di igienizzazione del mondo a lunga scadenza qualcosa in senso più politico, cioè globale, anche se può sembrare fantascienza, visto che ai tavoli dei decisori, l’opzione pacifica è bullizzata?

Sono sfide sovrumane, per noi. E possono sembrare fuori scala, se ventilate, come in questo caso, in un piccolo mezzo di informazione per di più di respiro regionale. Però la nostra impotenza non dovrebbe trasformarsi in alibi per non scegliere, per non sfidarci, perché ciò equivarrebbe per noi a sparire. E poi, questo è un mezzo regionale, sì, ma sta nella regione in cui hanno operato Francesco d’Assisi e Aldo Capitini.

Foto dal profilo Flickr di Eugenio

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