Editoriali

Il grigio spento che deprime la regione

 

Il passaggio storico del cambio di potere in Regione e nelle principali città pareva promettere un cambio di stagione che non c’è mai stato. In Umbria si continua a dibattere di questioni superate o inutili. E quando si fanno scelte, spesso sono dannose

Quello che è successo a metà del 2014 alle elezioni comunali di Perugia, quando il pluridecennale governo cittadino del centrosinistra venne sconfitto dagli elettori che premiarono per la prima volta il centrodestra, è stato un fatto epocale. Lo si avvertì subito, vista la portata della cosa in sé. E lo si può dire a maggior ragione oggi, avendo acquisito un minimo di prospettiva storica. Negli oltre sette anni che ci separano da quell’evento, hanno cambiato colore le amministrazioni delle principali città dell’Umbria ex rossa. È come se la scossa del 2014 nel capoluogo abbia sbilanciato la prima tessera di un domino a crescente intensità che ha finito per travolgere anche quella più importante, il governo della regione.

Oggi, la lontananza dal clamore che avvolge certi accadimenti e contribuisce alla loro non corretta messa a fuoco, consente di riflettere su cosa abbia significato quello che è stato salutato come un passaggio cruciale la cui dimensione formale però, sovrasta di gran lunga quella della sostanza.

È del tutto evidente che, per una serie di ragioni che non sono state ancora adeguatamente analizzate, sia venuto meno un assetto di potere che era andato via via accomodandosi più sul versante della gestione del potere in sé che sulla ricerca di possibilità evolutive che l’aveva caratterizzato in passato. Quello che non si riesce a capire è che cosa l’abbia sostituito. Anzi, pare di poter dire che l’altezza delle aspettative di una fetta consistente di elettorato e di opinione pubblica che ha accompagnato la presa del potere da parte del centrodestra sia inversamente proporzionale alla piattezza del panorama con cui tocca fare i conti oggi.

Da un cambio di potere così epocale ci si sarebbe aspettati inversioni di tendenze e pure conflitti e opposizioni al livello della sfida. Invece Terni ha fatto notizia per cacciare decine di associazioni dalle loro sedi, per i continui rimpasti di giunta, e per un’ordinanza contro la prostituzione che è stata difesa dal sindaco e dai suoi sostenitori con la motivazione che sarebbe ricalcata su un provvedimento analogo preso a Rimini, città governata dal centrosinistra. A Perugia un servizio importante come quello degli educatori nelle scuole per bambini e ragazzi con disabilità, istituito da due decenni, gestito da cooperative locali e su cui c’era un giudizio unanimemente positivo, viene dato in appalto dal Comune a un’impresa di Pavia del tutto avulsa dal territorio e dalla conoscenza delle sue peculiarità. In Regione, nel cuore di una crisi climatica su cui ormai si fanno vertici internazionali ogni sei mesi e di una transizione verde e digitale perseguita dall’Ue, il dibattito si avvita sul Nodo di Perugia, un’opera progettata venti anni fa e basata su un’idea di mobilità ormai anacronistica. Nel frattempo, entrambe le province scivolano sempre più in basso nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita.

Insomma, al di là delle scintillanti definizioni che si sono sventolate per descrivere il cambio di colore nei palazzi del potere, la tonalità che pare dominare continua a essere quella del grigio spento verso cui ci si era già avviati, superato dai tempi e pure un po’ deprimente. E rimangono del tutto inevase le questioni che stringono una regione e delle città che hanno perso la capacità, la voglia, la gioia di sperimentare l’innovazione e di ragionare con cognizione di causa su un territorio che si impoverisce e si va svuotando sempre più di risorse umane, di competenze diffuse e di intelligenza collettiva.

Si procede – quando va bene – tra ipotesi bislacche, come quella di fare dell’Umbria una nuova Silicon Valley, dimostrando di non saper tenere conto dell’humus storico-territoriale e imprenditoriale necessario per inverare una ipotesi del genere, e un grande operismo che poteva andare bene negli anni Novanta del secolo scorso. Quando va male invece, si pensa a conculcare diritti, come insegna il caso dell’obbligo di ricovero per la somministrazione della pillola Ru 486 che la Regione voleva reintrodurre.

Così, alla faccia di una presa del potere che pareva annunciare una rivoluzione, le poche idee che si trasformano in atti sono appesantite dalla polvere del tempo che le rende inadatte ad affrontare un futuro che pare essere l’unica categoria definitivamente cancellata neanche tanto dal potere, ma dal dibattito pubblico, che è anche peggio.

Foto da pixabay.com

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