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Terni, il rimpasto del vuoto

Terni, la facciata di Palazzo Spada

di Fabrizio Marcucci

La cacciata del vicesindaco di Terni, Andrea Giuli, dalla giunta municipale di Terni a trazione Lega-FdI di cui egli ha fatto parte per tre anni è la rappresentazione del vuoto che regna all’interno delle più importanti istituzioni regionali. Lo è perché quella vicenda non ha niente di politico ma è solo una questione di potere, e quindi, in quanto tale, è fine a se stessa. Gli esegeti della realpolitik obietteranno che la lotta politica si nutre di scontri del genere. E sarebbe vero. Se non fosse per il fatto che i partiti politici sono nati per essere portatori di idee all’interno delle istituzioni. Qui di idee non se ne sente neanche l’odore; nessuno ha pubblicamente esposto il motivo per il quale la seconda carica dell’esecutivo ternano è stata scaricata; che cosa gli venga addebitato nell’esercizio della sua funzione e che cosa invece adesso si intende fare. Per questo il rimpasto della Giunta Latini appare come un riequilibrio di poteri senza idee che assume le sembianze di uno scontro tribal-personale più che politico.

La ragione di quel rimpasto sta nel corto circuito mediatico politico che ha desertificato il dibattito pubblico. L’esclusione di Giuli è originata dal rimbalzare di sondaggi che danno il partito di Meloni in ascesa. Siamo cioè al punto che un partito non rivendica maggiore peso nell’esecutivo in virtù di una tornata elettorale andata particolarmente bene, ma lo fa sull’onda di sondaggi continuamente rilanciati dai media che non di rado vengono peraltro smentiti dai fatti. Cioè: scontato il fatto che non si stia parlando di idee in contrapposizione, perché di idee non ce ne sono, non c’è neanche una questione di peso da riequilibrare, stante che stiamo parlando di un peso che è al più virtuale.

Il rimpasto della Giunta Latini è la prosecuzione naturale della sua nascita e del suo sviluppo. La città di Terni viene da decenni di crisi di identità e grigiore, e una volta che la destra è riuscita a sovvertire il regime dei rossi ci si sarebbe aspettata, se non la rivoluzione, un deciso cambio di passo. Invece si è mostrata una inanità che fa a cazzotti con la mascolinità turgida dei proclami che ne avevano accompagnato la vittoria. Se la cacciata di Giuli è la metafora del vuoto, il governo municipale di Terni è la quintessenza dell’occupazione di posti fine a se stessa. Dov’è la discontinuità col vituperato passato? Dove i segnali di nuovo benessere? Dove stanno i contenitori di idee da sviluppare? Come si pensa la trasformazione di una città piegata su di sé? Nessuna risposta; il vuoto, appunto.

Non è un caso isolato, quello della giunta Latini, votata a furor di popolo da persone esauste del recente passato, disabituate alla complessità ed esistenzialmente fiaccate dal precariato; un popolo a cui è stata via via amputata la voglia di pensare in grande, come se pensare in grande fosse un lusso, una velleità da non potersi permettere; un popolo che ci si illude di governare dandogli in pasto dei capri espiatori facili da vituperare perché deboli. L’esecutivo ternano, come quello regionale, anch’esso cambiato di colore ma non di sostanza, non riescono ad andare oltre il piccolo cabotaggio di chi finalmente è entrato nella stanza dei bottoni e si illude di poter prescindere dal resto. Solo che la politica serve al resto, non a saziare appetiti.

È in questo senso che la politica pare stare fuori dalle istituzioni. Nelle tante occasioni di rigenerazione e mutualismo che sorgono qua e là per la regione e che sono in grado di cambiare la vita delle persone. Di fare cioè quelle cose di cui dovrebbero occuparsi le istituzioni, se non fossero governate dal vuoto.

Foto di Marcello Arcangeli da wikimedia commons

Ultimo aggiornamento 22/6/2021

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