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La mozione sulle foibe passata all’unanimità, ovvero la storia tra propaganda e incompetenza

di Ulderico Sbarra

Il 18 febbraio scorso il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità una mozione presentata dalla Lega riguardante il tema delicato delle foibe con la quale si impegna la Giunta a migliorare e amplificare la conoscenza dei fatti legati all’esodo e all’eccidio della popolazione di nazionalità italiana residente nei territori di Istria, Dalmazia e Fiume. La mozione pur contenendo una condivisibile richiesta di «conoscenza dei fatti» e di verità su quegli eventi che a distanza di anni rimangono ancora non del tutto chiariti, assume un chiaro intento politico di condanna verso i criminali “titini“ e di assoluzione verso civili e soldati italiani allora presenti in quei territori. In tempi di sovranismi e nazionalismi di ritorno, una mozione del genere meritava di essere attenzionata con maggiore prudenza, e occorreva soprattutto verificare quanto di quella richiesta tende a fare chiarezza reale dei fatti e quanto invece serve a discriminare una storia di resistenza all’occupazione nazifascista per giustificare l’agire nazionalista a discapito della lotta di liberazione dall’oppressione e della lotta partigiana. Tenere occupanti e occupati nello stesso sacco e spostare l’attenzione solo sulle conseguenze di quella storia – peraltro trascurando l’esodo che fu il fatto storico più rilevante – rischia di non consentire di cogliere il tema vero, cioè che su quelle vicende è giunta l’ora di dire tutta la verità, che non può che tenere insieme i fatti e le conseguenze, il prima, il durante e il dopo degli eventi che non possono che essere valutati nella loro interezza.

Occorre partire dalla fine della prima guerra mondiale, quando vennero assegnati all’Italia parte di quei territori che furono gestiti nel segno dell’italianizzazione prima e del fascismo poi, e che produssero un clima ostile verso le popolazioni slave: nel 1920, per fare un esempio, a Trieste fu data alle fiamme la casa della cultura slovena e 100 mila jugoslavi furono costretti ad andarsene.

L’intento non dichiarato, ma abbastanza evidente, della mozione – ancora una volta sfuggito all’opposizione, ma non poteva essere altrimenti – non è quello di chiarire i fatti e cercare di ricostruire una verità accettata da tutte le parti in causa, occupati, occupanti e costretti all’esodo; di perseguire il dialogo attraverso il riconoscimento delle reciproche sofferenze. Una mozione seria avrebbe dovuto semmai puntare ad attivare progetti per conoscere i fatti accaduti al confine orientale nei 29 mesi di occupazione nazifascista dei Balcani, tra cui si devono annoverare anche i fatti delle foibe, cui lo stato italiano ha dedicato il 10 febbraio il giorno del ricordo, una ricorrenza nazionale che ha sempre trovato contraria la repubblica Slovena e molti intellettuali e cittadini italiani di origine slovena e italiana, e soprattutto gli storici (che concordano su, cifre, fatti e motivazioni) che più giustamente chiedono di fare chiarezza su tutto il periodo storico, incluso l’esodo e l’eccidio degli italiani. Con una ricostruzione parziale si agevola invece un racconto sostanzialmente fascista, basato su falsi e opinioni ideologiche. Un racconto che mette a rischio i valori fondanti della nostra Costituzione e della Repubblica Italiana, capovolgendoli, presentando una lettura unilaterale per cui l’esercito di liberazione popolare juogoslavo era il carnefice mentre i nazifascisti occupanti erano le vittime, una vicenda dove sembra tutt’ora un crimine cercare di capire cosa è realmente successo.

Particolarmente importante è la denuncia dello scrittore Boris Pahor (108 anni ), insignito da Mattarella dell’onorificenza di Cavaliere della gran croce per meriti letterali e testimoniali per le vicende storiche vissute e narrate. Lo scrittore, come l’unione italiana-slovena di cultura e di storia, che ha svolto un’indagine accurata dei fatti durata anni, e che ha prodotto un rapporto “condiviso“ praticamente sconosciuto, trovano sconveniente l’istituzione del giorno del ricordo cosi come si è fatto nel 2004, o il mettere sullo stesso piano gli occupanti con chi ha lottato per la libertà. È un lavoro, quello prodotto dalla commissione mista italo-slovena, riconosciuto encomiabile e condotto con il rigore storico e la serietà richiesti. Purtroppo il rapporto conclusivo, presentato nel luglio del 2000, e che senza dubbio può essere considerato la più precisa e attendibile ricostruzione dei fatti, continua a essere ignorato.

Sono temi questi ripresi dallo storico torinese Eric Gobetti nel suo ultimo lavoro “E allora la Foibe?“ pubblicato da Laterza, che cerca di portare un ulteriore contributo storico e non propagandista su quei fatti e quel periodo, con l’autorevolezza di uno studioso che ha dedicato molto tempo e attenzione agli eventi bellici nei Balcani. Lo stesso Pahor ha scritto al presidente Mattarella chiedendo la soppressione della ricorrenza per le vittime delle foibe, perché cosi come viene raccontata è un falso storico. La discriminazione e l’intolleranza verso le minoranze etnico linguiste (12 in Italia) erano già iniziate con il fascismo, che vietava qualsiasi forma di espressione associativa e di pensiero agli sloveni e proibiva l’uso della loro lingua nella comunicazione per colpirne l’identità culturale: una vera persecuzione.

I nuovi governanti in Umbria, tra le altre cose, si stanno caratterizzando nel riscrivere la storia e cercare di legittimare le posizioni sovraniste e nazionaliste “prima gli italiani, prima i lombardi, prima gli umbri”, temi che sono il nucleo delle campagne elettorali contro gli immigrati e i rifugiati, che tanto consenso hanno portato alla Lega e ai suoi alleati negli ultimi anni. La Lega persegue i propri interessi, e siccome è evidente a tutti che il governo della regione non brilla per discontinuità con il precedente di centro-sinistra, deve aver pensato di spostare l’attenzione, orientando la questione dal governo alla propaganda.

La Lega dunque fa il suo gioco. Il soggetto mancante ancora una volta è l’opposizione, che ha condiviso la mozione, senza cogliere in questa proposta la discriminazione e la condanna dei valori di libertà, giustizia e democrazia propri della sinistra e di una Costituzione inclusiva e antifascista. Accettando la semplificazione come “crimini titini”, di vicende complesse e rilevanti, e di conseguenza la giustificazione dell’occupazione nazifascista, che nello scenario apparecchiato dalla mozione leghista diventa vittima della furia comunista e della barbarie slava.

Purtroppo dovrebbe essere l’opposizione a mantenere il controllo sui lavori e le proposte del consiglio regionale, e nello specifico avrebbe anche avuto l’occasione per provare ad aprire soprattutto nelle scuole – come peraltro richiede la mozione – la possibilità di studiare la storia complessiva di quei fatti, comprensiva di cause, effetti, e responsabilità. L’approvazione all’unanimità di una mozione del genere è possibile solo grazie alla presenza di un’ignoranza storica e di un’impreparazione politica straordinarie, per cui il consiglio regionale umbro purtroppo sembra distinguersi negativamente.

La premessa di una riflessione di questa natura, deve prendere atto che sull’occupazione dei Balcani ed in particolare nella zona in oggetto, le informazioni e le testimonianze risultano essere carenti e a volte insufficienti e possono basarsi su limitati documenti ufficiali o fatti storicamente comprovati, tutto questo nonostante gli sforzi egli studi prodotti a diversi livelli e dalle diverse parti. Si può però essere certi che si è trattato di un’occupazione delle truppe nazifasciste, in cui i nazisti si occuparono della guerra determinandone l’andamento e le ricadute sul territorio, mentre gli italiani si occuparono della gestione e del mantenimento dell’ordine nei territori che gli furono assegnati dai nazisti in assoluta condizione di subalternità.

Altra cosa accertata è che per l’Italia fu una decisione politica voluta dal fascismo, e dalla politica colonizzatrice ed espansionistica che lo caratterizzava, portando a replicare l’esperienza coloniale etiopica in uno scenario diverso e sconosciuto come quello dei Balcani. Inoltre non va sottovalutato che si trattò di un’occupazione in piena regola con l’utilizzo di 30-35 divisioni delle 65 allora disponibili, con la presenza stabile nell’area slovena-dalmata della II divisione, a cui dobbiamo uno dei documenti più autorevoli sullo svolgimento dei fatti. La relazione della seconda armata si caratterizza per le pesanti considerazioni, ad esempio sul comportamento degli alleati, come gli Ustascia croati (una delle milizie filonaziste più feroci dell’epoca) «che governavano con il terrore e la pulizia etnica», mentre i tedeschi che avevano libera scelta sui mezzi con cui condurre la guerra «rapinavano sistematicamente la popolazione per farla morire di fame». Se si dovesse arrivare ad una sintesi seppur precaria, si dovrebbe constatare che fu un’occupazione di sopraffazione, miope ed avventata, segnata da disorganizzazione, scarsa disciplina, e di impreparazione al comando, che produsse l’ostilità della popolazione e ne suscitò la resistenza e il sostegno al movimento partigiano, nazionalista e di classe. Una spedizione quella italiana, che era completamente subordinata alla strategia dettata dai tedeschi, senza nemmeno avere la certezza di qualche programma sensato, né che quei territori una volta concluso il conflitto fossero rimasti all’Italia. L’amministrazione fascista fu fallimentare, e si contraddistinse per inefficienza e corruzione sin negli alti comandi e le istituzioni civili, con questo personale privilegiato e ben alloggiato nelle città mentre le truppe disorganizzate furono dislocate nel territorio e sottoposte a sofferenze, miseria ed attacchi improvvisi.

La lunga circolare 3c del generale Roatta (molto legato al fascismo) del 1° marzo 1942 cerca di dare alla missione una strategia militare e non politica richiamando i fondamentali delle truppe d’occupazione, quali: fucilazioni, sequestri, distruzione di case, confisca dei beni, con qualche attenzione agli eccessi e alle devastazioni. Le truppe italiane furono costrette ad eseguire gli ordini, in una situazione compromessa dalla cattiva gestione e dai cattivi comportamenti, priva di strategie e certezze, dove si cercò di porre rimedio applicando la massima durezza nella repressione «testa per dente»; il generale Robotti stesso era uso lamentarsi affermando «che non si ammazza abbastanza». Si tratta di ricostruzioni riscontrabili anche nelle lettere dei soldati alle proprie famiglie che sottolineano la crudeltà e i saccheggi realizzati dalle truppe italiane, che parlano di rastrellamenti metodici, feroci e distruttivi, propedeutici alla bonifica e alla sostituzione etnica che si sarebbe sicuramente realizzata se non ci fosse stato l’8 settembre.

La testimonianza di don Pietro Brignoli cappellano militare aggregato ai granatieri di Sardegna racconta il saccheggio del paese di Kotel dove gli uomini validi furono tutti uccisi, le case bruciate e vecchi, donne e bambini derubati e privati di ogni mezzo di sussistenza «li lasciammo ignudi a morire di fame». Dalle testimonianze è emerso anche l’atteggiamento dei partigiani, che fucilavano le camicie nere mentre avevano un comportamento più benevolo con l’esercito, e accettavano i disertori (un migliaio secondo Giacomo Scotti). Anche sulle bande partigiane che agivano con grande autonomia scarseggiano i dati e le informazioni attendibili, comprese le perdite sostenute, e l’unica cosa certa è il forte consenso e il crescente sostegno popolare lungo il corso del conflitto.

Altro aspetto da considerare quando si solleva il tema dell’esodo è quello riguardante le deportazioni, su cui si hanno notizie più certe (grazie allo studio ventennale di Carlo Spartaco Capogreco sui campi del duce) che nello specifico riguardarono decine di migliaia di civili, soprattutto sloveni, ma anche dalmati e istriani, perlopiù compiute a titolo preventivo. Circa 50 furono i campi gestiti dal ministero degli Interni italiano dislocati nell’Italia centromeridionale, una decina gestiti dall’esercito nell’Italia settentrionale, e una quindicina in Dalmazia di cui alcuni di notevoli dimensioni, nel totale è difficile stabilire una cifra esatta ma di certo non ci furono meno di 100 mila deportati; nell’isola di Arbe (Rab) tra il 1942 e il 1943 morirono di fame e di stenti un quinto dei diecimila prigionieri.

Alcune cifre ci potrebbero aiutare a comprendere meglio il fenomeno: la Slovenia italiana contava 340 mila abitanti, la forza di occupazione su quei territori più la Dalmazia e Fiume contava circa 300 mila soldati dell’esercito italiano, riconducibili alla II armata. L’esercito Italiano nei Balcani dispiegò 600-650 mila uomini nell’arco delle operazioni belliche 1941-1943, la maggior forza militare italiana impegnata sui vari fronti, enorme fu il traffico navale per trasporto di uomini e merci a conferma dell’importanza che il regime dava allo sforzo bellico in quei territori. Per il fascismo il sogno dell’impero proseguiva nei Balcani con il regno del Montenegro, la Slovenia e la Dalmazia e più a sud la “grande Albania”, il Dodecanneso e altre isole ioniche, e l’occupazione della gran parte della Grecia, territori a vario titolo occupati da una forza e da un comando inadeguati, e gestiti con le regole del colonialismo e della repressione.

Nonostante la considerevole carenza di informazioni, alcuni fatti e i documenti ufficiali non lasciano dubbi su tutta la vicenda: lo stato di occupazione, la repressione, la resistenza, le motivazioni politiche, il ruolo delle forze in campo compresi gli Ustascia croati, gli ambigui cetnici e gli anticomunisti sloveni (belogardisti e domobranci).

La sintesi precaria, qui proposta tende a mettere in luce la vera natura della mozione presentata dalla Lega e il valore puramente propagandistico e di parte che essa persegue, che è esattamente il contrario dell’affermazione della verità che invece sarebbe stato il punto vero su cui orientare quella richiesta, se solo ci fosse stata un’opposizione degna di questo nome seduta nei banchi dell’assemblea regionale.

Terminando queste brevi seppur intense considerazioni si può constatare ancora una volta quanto delle vicende contemporanee, tra cui la mozione in oggetto, siano frutto del falso mito degli “italiani brava gente”, che ha accompagnato la storia dell’Italia repubblicana e che continua a fornire carburante alla retorica di una destra populista come quella leghista. Anche in questo caso il falso mito è stato possibile prevalentemente perché gli italiani sono sempre sfuggiti ai tribunali dove invece sono incappati altri popoli occupanti e colonizzatori, e non hanno cosi risposto delle gravi efferatezze compiute in Europa e nelle terre d’oltremare, che non sono state né dissimili né meno gravi di quelle messe in opera dalle peggiori potenze coloniali o nazionaliste. Eventi che furono possibili grazie al lassismo, la complicità, l’occultamento e la ragion di Stato dei primi governi repubblicani, che istituirono commissioni per rispondere alle richieste di crimini di guerra presentate dagli stati che ne erano stati vittime e dalla commissione delle nazioni unite.

Un capitolo di storia questo che non fa onore alla repubblica e si incrocia con il famoso armadio della vergogna scoperto anni dopo (nel 1994) nelle sedi istituzionali (la cancelleria della procura militare) contenente documenti sulle stragi naziste in Italia volutamente occultate; pochi furono i criminali nazisti accusati dall’Italia, forse anche per non sollevare la ritorsione tedesca ed evitare la verità sui crimini italiani nelle battaglie comuni. Inoltre andrebbe aggiunto che oltre che non essere perseguiti, molti di quei responsabili continuarono le loro carriere, alcuni furono persino promossi come il generale Taddeo Orlando, che avanzò nella carriera militare e in quella istituzionale. Il generale Roatta fu imprigionato e processato, non per i crimini in Jugoslavia ma per i servizi repressivi in favore del fascismo come responsabile dei servizi d’informazione militare (SIM) che lo avrebbero condotto ad una condanna all’ergastolo; tuttavia a processo in corso riuscì ad evadere e riparare in Spagna dove godeva di potenti amicizie quale ex comandante delle truppe volontarie italiane nella guerra civile spagnola. In seguito sarà amnistiato come altre migliaia di fascisti, rientrato in Italia scrisse le proprie memorie, una ricostruzione segnata da falsi, omissioni e ambiguità che descrive i fatti sloveni come se si fosse trattato di un’occupazione voluta e desiderata dal popolo sloveno, felice di sottomettersi alla superiorità italiana.

I fatti umbri non andrebbero sottovalutati, come qualsiasi tentativo di riscrivere la storia seguendo la propaganda e il consenso politico, ma soprattutto quando a cavalcare temi patriottici è un movimento come la Lega, che si è distinto per confusione e improvvisazione delle vicende storiche e fondative dei popoli, i raduni di Pontida, l’ampolla dell’acqua del Po, il sole delle alpi, le origini celtiche, ma anche il vilipendio della bandiera, gli attacchi al Presidente della repubblica, all’inno nazionale, e tanto altro ancora; insomma un bel minestrone di storia, cultura, tradizioni senza senso né fondamento. Soltanto la conoscenza del fenomeno leghista avrebbe dovuto destare allarme sulle finalità e la bontà di una mozione su fatti ancora delicati e sensibili, su cui servirebbe al contrario autorevolezza e spirito di “serena ricerca”, evitando il tentativo ignobile della propaganda a discapito dell’accertamento della verità. La pessima gestione della mozione proposta, non può che essere considerata l’ennesima occasione persa per portare un contributo alla storia e alla verità dei fatti, mentre si teme per il futuro dell’Isuc (l’Istituto per la storia contemporanea dell’Umbria) e si stanno promuovendo monumenti alle foibe in alcuni comuni umbri, il caso in oggetto, non potrà che contribuire ad alimentare la propaganda razzista contro i profughi e i migranti, contro la civiltà del diritto, i valori costituzionali e quelli universali di umanità e solidarietà.

In particolare in momenti come quello attuale, segnato dall’emergenza e da larghe coalizioni e improbabili convergenze, diventa fondamentale fare chiarezza sui ruoli e sulle posizioni che si è chiamati a rappresentare, evitando cosi di incorrere in pericolose incomprensioni. I fatti descritti concorrono a fare notare quanto la perdita di conoscenza, di riferimenti, di valori, storie e ideali, abbiano contribuito alla caduta in basso della rappresentanza politica di centro-sinistra, e quanto lunga e tortuosa sia la strada per ricomporre un’idea di riferimento per un popolo di centro-sinistra sempre più spaesato e distante, da chi non è in grado nemmeno di riconoscere e distinguere fatti cosi importanti e politicamente divisivi.

Concludo questa precaria ricostruzione utilizzando le riflessioni di Manlio Cecovini, politico, scrittore e sindaco di Trieste, che nel difendere il prezioso lavoro della commissione italo-slovena (mai presa in considerazione) affermava: «Ci sono torti da entrambe le parti che possono spiegare, non certo giustificare, la violazione dei diritti elementari umani, ma io penso che, anziché esasperare le ragioni del dissidio, dovremmo imparare che su una frontiera la prima legge che si impone è quella della pacifica convivenza. Che significa: liberazione dai pregiudizi, contatti personali, rispetto di tutte le culture. Le lingue si possono imparare, la cultura non ha frontiere».

In copertina, immagine di Ulderico Sbarra

Ultimo aggiornamento 7/4/2021

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