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Le tasse? Se ne lamentano i ricchi, ma le pagano i poveri

Un'immagine di zio Paperone

di Fabrizio Marcucci

Nell’immaginario collettivo le tasse sono roba da ricchi. Sono loro – i ricchi – che sembrano i soli a essere costretti a pagarle, e quindi a mandare avanti il paese; perché in massima parte sono loro e chi li rappresenta ad agitare il tema dell’eccessivo carico fiscale. Berlusconi per dire, uno degli italiani più abbienti in assoluto, ne fece uno dei cardini della sua attività politica nella stagione in cui diventò l’uomo della provvidenza per la maggioranza degli elettori.

"Meno tasse per tutti", un manifesto elettorale di Berlusconi nella campagna del 1994

Le tasse sono un concetto legato ai ricchi anche perché quando si hanno notizie di evasione fiscale è difficile che il reato sia commesso da poveri. Chi ha pochi soldi, evidentemente, ha altrettanto poco da evadere al fisco. Spesso poi, chi ha pochi soldi, per campare lavora alle dipendenze di qualcun altro. Si tratta di una schiera di oltre trecentomila donne e uomini in Umbria che nel 2019 hanno dichiarato un reddito medio lordo inferiore ai ventimila euro, dei quali, quando gli hai sottratto un’Irpef media di 4.800 euro, restano all’incirca 1.200 euro al mese per mettere insieme pranzo e cena, pagare le bollette, vestirsi e mantenere eventuali familiari a carico. Allargando lo sguardo all’Italia, i lavoratori dipendenti che hanno compilato il 730 o il 740 l’anno scorso sono stati 22 milioni, e hanno dichiarato mediamente 22 mila euro, un po’ di più rispetto ai colleghi dell’Umbria, dato che rispecchia il fatto che in questa regione i salari sono mediamente più bassi della media. Ma la questione di fondo non cambia. Le tasse a dipendenti e pensionati vengono trattenute alla fonte: evasione zero. Non devono neanche scomodarsi a versare quel po’ che serve per mille cose che diamo per scontate: avere luce nelle strade, pagare insegnanti, medici e infermieri del servizio sanitario nazionale senza il quale saremmo condannati a una polizza assicurativa per garantirci il diritto alla cura. Difficilmente se ne lamentano, loro, delle tasse. Eppure hanno così pochi soldi per tirare avanti che ne avrebbero tutte le ragioni. Invece, no. Sarà per una sorta di saggezza insita; sarà che dentro di sé, da qualche parte, gli si è sedimentata la consapevolezza che senza tasse non avremmo vigili del fuoco per spegnere incendi, protezione civile per gestire le calamità, assistenti sociali, biblioteche, manutenzione dei parchi, centri per persone con disabilità. Scomparirebbe tutto, e ognuno sarebbe costretto a fare da sé. Se ne lamentano i ricchi, delle tasse. Come se fossero solo loro a pagarle. E invece non è per niente vero: le tasse le pagano in massima parte i povericristi. Lo dicono i numeri del Dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia.

I numeri reali e l’immaginario distorto

Per capirlo potremmo partire dall’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, che è «l’imposta fondamentale del nostro sistema tributario», secondo la definizione contenuta nell’ultima appendice statistica al bollettino sulle entrate tributarie del ministero dell’Economia. Stiamo parlando della voce che da sola, nel 2019, ha rappresentato il 76 per cento delle imposte dirette riscosse dallo stato. Le imposte dirette sono quelle che vengono pagate in base al reddito prodotto. Ed è qui che si può capire l’entità delle differenze tra quanto pagano i ricchi e i milioni di altri che ricchi non sono. Le altre infatti, le imposte indirette, le paghiamo ogni volta che prendiamo un caffè al bar (sotto forma di Iva) o facciamo il pieno di benzina (sotto forma di accise). E lì non c’è differenza: l’Iva sugli acquisti e le accise le pagano ricchi e poveri in egual misura.

Bene, proviamo a procedere con ordine prima di tornare all’Irpef. Nel 2019 lo stato ha incassato complessivamente 471 miliardi di entrate tributarie, secondo i dati forniti dal Dipartimento delle finanze; 252 miliardi sono stati sotto forma di imposte dirette (sul reddito), i restanti 219 sono stati pagati sotto forma di imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e davanti alle quali siamo tutti uguali, tranne che per il fatto che chi è più ricco consuma probabilmente di più e quindi paga di più; sta di fatto che un disoccupato, per acquistare un pacco di pasta, paga la stessa quota di Iva che paga Briatore per acquistare lo stesso pacco di pasta. Solo che non sappiamo quanti pacchi di pasta ha acquistato il disoccupato e quanti ne ha acquistati Briatore, per cui il calcolo delle differenze diventa difficile. Ecco perché, oltre che per il fatto che è l’imposta «fondamentale del nostro sistema tributario», come detto, per capire la sperequazione del sistema tributario va analizzata l’Irpef.

Allora, torniamo all’Irpef: nel 2019 gli italiani ne hanno versati 191 miliardi, circa il 40 per cento del gettito complessivo incassato dallo stato. Di questi 191 miliardi, ben 157 sono derivati dalle trattenute operate nei confronti di lavoratori dipendenti e pensionati. Si tratta dell’82 per cento del totale dell’ammontare della «imposta fondamentale del nostro sistema tributario». Per capire gli ordini di grandezza, nello stesso anno il gettito dell’Ires (l’imposta sul reddito delle società) è stato di 33 miliardi; l’Isos (l’imposta sui redditi da capitale) ha fruttato 8 miliardi; e l’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive) versata dai privati è stata di 15 miliardi.

Due miliardi vs. 300 mila euro

Le cose si capiscono ancora meglio se si restringe il campo a una realtà piccola come l’Umbria, che ha numeri in tutto e per tutto in linea con quelli nazionali. I redditi dichiarati complessivamente in regione nel 2019 hanno ammontato a 12,6 miliardi. Di questi, 10,5 miliardi sono stati dichiarati da dipendenti e pensionati, cioè da gente che vive con poco più di mille euro al mese. I redditi dichiarati di spettanza degli imprenditori, quelli derivanti da partecipazioni a imprese e da capitali non sono arrivati neanche a un miliardo. Ne è derivato che l’ammontare complessivo dell’Irpef pagata è stato di 2,2 miliardi. Di questi, 1,2 miliardi sono stati versati da lavoratori dipendenti, e altri 800 mila euro da pensionati. Anche in questo caso, per capire l’entità del fenomeno può essere utile rilevare che i versamenti dell’anno precedente di Ires e Irap, imposte che gravano sulle aziende, in Umbria avevano superato di poco i 300 mila euro. Semplificando: 2 miliardi (quelli versati nelle casse dello Stato da dipendenti e pensionati), contro poco più di 300 mila euro (quelli pagati da imprese e imprenditori). Appare lampante che nonostante l’immaginario collettivo sia convinto del contrario, le tasse non sono roba da ricchi. Tutt’altro. Il paese lo manda avanti, letteralmente, la gente che campa con pochi euro al mese.

Entrate tributarie in Umbria nel 2019

Entrate tributarie in Italia nel 2019

Meno tasse, ma per chi?

Alla sperequazione del pagamento delle imposte, va aggiunta l’aggravante dell’evasione fiscale, fenomeno che non può toccare dipendenti e pensionati, che come noto hanno la ritenuta alla fonte. In Italia, la stima dell’economia «non osservata» è di 108 miliardi; di questi, l’1,6 per cento è la quota che “sfugge” in Umbria: circa 1,8 miliardi, poco meno della totalità dell’Irpef versata in questa regione. Per quanto riguarda ancora l’Italia, si stima che solo di omesse dichiarazioni, manchino all’appello 30 miliardi. Questo è un altro dei motivi per cui la stragrande maggioranza del carico fiscale pesa sulle spalle dei povericristi, anche se sono gli altri che se ne lamentano. Gli stessi che chiedono, o propongono attraverso i loro rappresentanti, il taglio delle tasse, o anzi: meno tasse per tutti, a volte, addirittura: tasse uguali per tutti (la cosidetta flat tax). Che non è altro che una formidabile propaganda distorcente. Meno tasse per tutti, significa che, poniamo, togli una mela sia a chi ne possiede solo due, sia a chi ne possiede duemila. È ovvio che a beneficiarne sarà il secondo soggetto, cioè il ricco. Però meno tasse per tutti è un mantra rassicurante, e purtroppo anche distorcente, perché lo fa suo pure chi dovrebbe invece, per interesse personale, rivendicare un taglio mirato delle tasse.

Matteo Salvini in campagna elettorale

Per rimanere all’Irpef, le aliquote in Italia sono cinque, a seconda del reddito dichiarato. Se si abbassassero le due minori, quelle del 23 e 27 per cento, i redditi che ne guadagnerebbero sarebbero quelli fino a 28 mila euro lordi. Se si abbassasse l’aliquota più alta, quella del 43 per cento, a guadagnarne sarebbe invece chi dichiara più di 75 mila euro l’anno. È il concetto di chi ha due mele e di chi ne ha duemila, e di chi furbescamente vorrebbe farne pagare una a testa. Per il momento, chi manda avanti il paese è chi ne ha due, di mele. Sono i numeri che ci dicono che le tasse sono una questione di poveri, anche se a lamentarsene sono i ricchi. Ridurre le aliquote più basse e alzare le più alte, unendo all’operazione un decente ed efficace contrasto all’evasione fiscale, potrebbe andare nella direzione di ristabilire un minimo di equilibrio tra ricchi e poveri, che è però l’esatto contrario di meno tasse per tutti, slogan rassicurante ma distorcente. Ed è anche diverso dal generico abbassare le tasse.

Aggiornato il 7/10/2020

 

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