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L’esercito a Fontivegge, una sconfitta mascherata da vittoria

Il selfie del senatore Simone Pillone davanti alla stazione di Fontivegge presidiata dall'esercito

di Fabrizio Marcucci

A pensarci bene l’esercito chiamato a presidiare Fontivegge, quartiere alla deriva che ospita la principale stazione ferroviaria di Perugia, è una sconfitta. Talmente amara che per mandarla giù la si traveste da vittoria. Questa foto trionfante che il senatore della Lega Simone Pillon ha postato sul suo profilo facebook ne è la metafora migliore. È come se Antonio Conte si fosse fatto un selfie davanti all’Europa League che il Siviglia gli aveva appena soffiato.

L’esercito a Fontivegge è una sconfitta per chi governa la città da anni e non ha trovato di meglio che imboccare la scorciatoia dei rinforzi armati invece di prendersi il carico di svolgere un lavoro di sutura, cura e rivitalizzazione che con tutta evidenza in questi lunghi anni non è stato in grado di fare. Ed è una sconfitta anche per gran parte dell’opposizione, che alla bizzarra idea di sicurezza come militarizzazione del territorio che la destra sbandiera come una vittoria riesce ad opporre al massimo dei balbettii.

L’esercito in armi, le divise in generale, le armi spianate rimandano a scenari guerreschi: imboscate, trincee, sangue, bombe, proiettili, mors tua vita mea. L’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere una città in cui si vive vestendo abiti civili. Ma questa differenza così macroscopica non la vediamo più, sommersi come siamo da anni di ideologia del decoro. Un’ideologia passiva, impastata di polizie, esclusioni e repressioni. A cui occorrerebbe essere capaci di opporre un’idea di decoro attivo: fatta di partecipazione, vivibilità, cultura diffusa di strada, vie piene di gente. Un’idea di decoro semplice in fin dei conti, che consiste nel far sentire a proprio agio chi vive e cammina nelle strade della sua città. Come ci si può sentire a proprio agio in una via dove i militari stanno col mitra spianato ai piedi d’un carro armato? Ci si riesce solo dopo essere stati imbottiti di ideologia del decoro passivo, così come un tossico sta bene solo se c’ha l’eroina appena sparata in vena.

Si starebbe a proprio agio camminando in vie dove si suona, si recita, si beve un bicchiere, si guarda una mostra all’aperto, un film, si godono installazioni di artisti, si gioca a pallone se ce la si fa e a briscola se non si riesce a stare in piedi per troppo tempo; dove si possono lasciare i bimbi scorrazzare in pace senza stare col cuore in affanno per le macchine che sfrecciano. È una città piena di vita il miglior antidoto alla devianza che rende lugubri i quartieri. Invece le città le ammazziamo da anni, trasformate in banchetti per palazzinari e circuiti per auto su cui sfrecciano persone in cerca di cose da comprare. È così che le città diventano invivibili, anzi: prive di vita. Invece sono la vita e il benessere delle persone che fanno le città migliori; ed è il loro malessere che le incupisce. Ma questa cosa semplice non ci piace accettarla, e così additiamo capri espiatori (tossici, spacciatori) che sono escrescenze del nostro stesso stare male. E chiamiamo l’esercito, incapaci di fare altro, anche solo di immaginarlo.

Le vogliamo così le città. E le progettiamo di conseguenza: Fontivegge è un quartiere orrendo, costruito dagli interessi degli immobiliaristi e non certo per le persone in carne e ossa. E a nulla è valso il coworking inaugurato in pompa magna poco tempo fa, perché quel coworking è del tutto destituito di fondamento nel deserto di progetti e di vita che è Fontivegge e che sono diventati molti quartieri di Perugia.

Le vogliamo così, le città. Altrimenti ce le riprenderemmo, e faremmo come stanno facendo i ragazzi di Turbazioni col Parco Sant’Angelo, qui, nel cuore di Perugia; prenderemmo cioè esempio dalle più coinvolgenti rigenerazioni urbane guidate dalla partecipazione delle persone che sono state messe a punto qua e là in Europa.

Le vogliamo così, le città. È questa la sconfitta peggiore, perché non sappiamo neanche riconoscerla, chiusi in casa a vederci l’ultima serie su Netflix con l’ex cortile che faceva da campo giochi trasformato in parcheggio chiuso da una sbarra a delimitarne la privata proprietà. E ci dividiamo tra chi non sa che dire perché è imbevuto di ideologia del decoro nonostante senta che qualcosa stride, e chi maschera da vittoria la solenne sconfitta dell’arrivo dell’esercito, magari facendosi con un selfie trionfante di fronte a un’espropriazione di senso: l’esercito davanti alla stazione non lo si vedeva dall’ultima guerra, ma si esulta. Evviva! Contenti così. Fino a quando?

Nella foto, il selfie del senatore Pillon davanti alla stazione di Fontivegge dopo l’arrivo dell’esercito postato su facebook
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