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L’Umbria talebana contro Frigolandia

Illustrazione con Vincenzo Sparagna

di Ulderico Sbarra

Ogni volta che l’Umbria sia nell’accezione cittadina che in quella rurale viene chiamata ad una qualche prova, quasi sempre finisce in una sonora delusione. La refrattarietà al cambiamento e all’innovazione finiscono sempre per avere il sopravvento, ricordandoci quanto ormai sia lontana quella regione che negli anni settanta del Novecento riusciva ad essere d’esempio per altri territori su vicende di carattere politico, sociale, economico. Il ritorno al passato, ad un periodo conosciuto, alle tradizioni e alle credenze consolidate, alla tranquillità, sembra ormai essere il terreno più adatto verso cui volgere lo sguardo, che è evidentemente all’indietro. Questo ritorno all’isolamento ormai non più splendido, al cono d’ombra non più rifugio sicuro, al piccolo non più bello come ci siamo illusi di credere per anni, sta caratterizzando in negativo la nostra regione, e soprattutto ne contrassegna i limiti e i ritardi di una comunità che si sta rapidamente invecchiando e isolandosi.

Il fattore demografico segna irreversibilmente il declino dei nostri territori, evidenziandone soprattutto il rapido spopolamento, sia dei centri storici che in particolare delle aree interne. L’esercizio che si dovrebbe fare per capire dove ci stiamo dirigendo è quello di immaginare un’Umbria del futuro segnata dall’abbandono e dallo spopolamento, non attrattiva, con i giovani in fuga in cerca di qualche opportunità altrove. Con una crescita disordinata e caotica delle periferie e della città diffusa, che si va definendo lungo gli assi stradali più importanti, segnando in modo preoccupante le aree interne, che senza interventi sostanziali e concreti saranno inevitabilmente travolte dallo spopolamento e dalla depauperazione. E rendendo cosi un deserto ciò che invece potrebbe essere una potenziale opportunità, che se si guardasse con i parametri della grande bellezza – per l’Umbria significa circa il 90% del territorio regionale – potrebbe essere al contrario occasione di nuove opportunità di sviluppo.

Il tempo trascorso, le novità intercorse e molto altro ancora sembrano però avere mutato la natura degli umbri che si sono fatti più opportunisti e pessimisti, ma che soprattutto sembrano essere regrediti. Le paure reali e indotte, le contraddizioni, la demagogia politica sembrano alla fine avere preso il sopravvento sulla capacità di leggere la realtà e trovare la forza per organizzare un qualche positivo cambiamento che sappia disegnare un futuro per la nostra regione, soprattutto per le nuove generazioni che allo stato attuale non hanno nessuna opportunità se non la fuga.

Potremmo dilungarci oltre e magari esercitarci a mettere in evidenza come il declino complessivo sia frutto di una visione rachitica e conservatrice, e soprattutto di come fenomeni come invecchiamento, migrazione, immigrazione, istruzione e lavoro siano strettamente collegati e nel loro insieme causa di declino e isolamento del nostro territorio. La vicenda che ci interessa approfondire qui è però un’altra, anche se direttamente legata alle cose ricordate. In particolare tende a mettere in evidenza la questione delle aree interne, del processo di spopolamento e abbandono e di quanto sia ottusa la visione della classe politica locale, a tutti i livelli.

La vicenda che prendo a pretesto si svolge nel comune di Giano dell’Umbria, simile a tanti insediamenti regionali con cui condivide caratteristiche e problematicità. Mentre le vicende regionali proseguono con l’occupazione di posti e nomine, in questo comune il solerte sindaco di centrodestra (Lega) si è intestato una battaglia dal sapore ideologico puntando a sfrattare da un’ex colonia estiva situata sui monti Martani un’importante avanguardia artistica. Nello spettacolo naturale di quei monti si sta consumando un braccio di ferro che vede contrapposta una repubblica dell’arte mai vista, Frigolandia, al municipio locale, che facendosi forte di un recepimento da parte del Consiglio di stato di una normativa europea che riguarda le concessioni marine, e nello specifico il fatto che non possono essere più rinnovabili, tende a utilizzarlo per sfrattare Frigolandia. L’inasprimento della vicenda ha coinciso con il cambio di colore della giunta che tenta di utilizzare la questione ai fini di inasprire il conflitto politico, anche se va detto la giunta precedente di centrosinistra, dopo l’enfasi dell’aggiudicazione tramite bando dell’ex colonia – che era dismessa, abbandonata e ridotta a discarica – avviò essa stessa una procedura di sfratto. Tutte azioni, a destra e sinistra, tese a rimuovere una concessione rinnovabile automaticamente fino al 2035, questa in breve è la storia giudiziaria che attende il pronunciamento del Tar, ma che contiene una storia nascosta che ha bisogno almeno di essere ricordata.

La storia in questione è pesante perchè Frigolandia è l’ultima appendice di un percorso di quella che è stata riconosciuta un’avanguardia artistica e multidisciplinare che tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta del Novecento, ebbe il merito di trasformare il linguaggio del fumetto e di modificare e arricchire altre forme di espressione artistica, culturale e giornalistica. Un’esperienza intensa che faceva riferimento alle riviste Frigidaire, Cannibale, Il Male (pietra miliare nella storia della stampa satirica) Frizzer e molte altre animate e contaminate da persone, idee ed entusiasmo generativo capaci di raccogliere e rilanciare in molte direzioni lo spirito dirompente del movimento studentesco, delle radio libere, del punk nostrano e di dare un nuovo sbocco alle lotte e alle rivendicazioni di quegli anni rimettendo positivamente in discussione il dogmatismo politico imperante. Un’esperienza nuova che coglieva lo spirito del tempo e si muoveva reinterpretando i pensieri e innovando tecniche e linguaggi con un grande impatto sui giovani che erano da anni in attesa di una ventata di novità che li aiutasse a liberarsi di un clima diventato ai loro occhi, pesante, asfissiante, immobile ormai anche a sinistra e pervaso da conformismo e luoghi comuni.

Quel percorso di fatto non si è mai interrotto, ed è arrivato ai giorni nostri nella sua forma ultima: quella di Frigolandia e del suo rappresentante più in vista, Vincenzo Sparagna che oltre che depositario di questa bella storia di innovazione ne è anche il testimone vivente, e quello che fisicamente risiede a Frigolandia e si prende cura di un archivio, di un deposito di opere d’arte e di una memoria storica straordinaria di cui tutti dovremmo essergli grati.

Frigolandia non è solo memoria è anche un fermento di attività che spaziano nei vari campi dell’arte, della satira e della cultura più in generale, che in questi anni ha promosso e partecipato a numerose attività in tutta Italia, di cui molte realizzate presso la sede di Giano e nei comuni limitrofi. Può vantare la presenza continua di visitatori, di artisti e studenti in cerca di materiali per la tesi di laurea, mantiene relazioni con importanti università, in particolare quella di Yale nel Connecticut, la cui Library ha acquistato nel 2017 l’intera produzione editoriale, confermando in quell’insieme di esperienze e di uomini un’avanguardia a livello mondiale.

Detto questo, al netto del rancore ideologico, l’Umbria come ricordato soffre del problema dello spopolamento e dell’abbandono delle aree interne e da sempre i comuni soprattutto montani sono in cerca di opportunità per rendere interessante e appetibile il proprio territorio, o almeno di questo concetto i loro rappresentanti si riempiono la bocca ad ogni occasione. Sono continue le rivendicazioni e le denunce dei vari sindaci e dei mondi del commercio e del turismo per bocca delle proprie associazioni, che non fanno che rivendicare attenzioni, strategie e investimenti per il rilancio delle economie rurali e dei prodotti artistici ed eno-gastronomici. Dopo i fallimenti di piscine, percorsi di trekking, deltaplano, mountain bike etc, il rilancio di queste aree diventa davvero improbabile se accompagnato da tanta cieca ottusità.

A questo punto, la domanda nasce spontanea: ma perché il comune non sfrutta e mette a sistema le possibilità che offre Frigolandia? E qui entriamo nel campo dei misteri e delle insondabili e incomprensibili vicende della politica, con tutto il suo carico demagogico degli equilibri e della ricerca del consenso. Se in questa vicenda si usasse il buon senso apparirebbe evidente che le parti dovrebbero non solo interagire ma lavorare per allargare le possibilità di sviluppare un brand originale legato alla cultura e alle diverse forme artistiche per arrivare a valorizzare e salvaguardare il territorio. La sensibilità di Sparagna, già segnalatosi in passato per l’impegno in campo ambientale sarebbe una garanzia. Quale comune in particolare, se appartenente alle aree interne e alla fascia montana, può permettersi di rinunciare a un incubatore di opportunità cosi importante e riconosciuto?

Purtroppo la vicenda e la richiesta di sfratto non lasciano spazi al dialogo, ad un confronto insistentemente richiesto da Frigolandia e sempre negato dal giovane sindaco che si rifugia dietro un rifiuto categorico che cela male la volontà di liberarsi dell’esperienza.

Di fronte a tanta acredine e chiusura a Frigolandia non è rimasto altro che difendersi oltre che per via giudiziaria anche realizzando una raccolta di firme (si pensava a raggiungerne 5.000 e si è già quasi a 13.000) provando cosi a dare più visibilità e a questi gravi fatti che stanno avvenendo nel cuore dell’Umbria anche con un appello diretto al ministro Franceschini che è stato invitato a visitare Frigolandia e a interessarsi della vicenda.

Quello che ci dice la storia di Frigolandia è che nuovi amministratori e nuove generazioni, invece di segnare una positiva discontinuità si contraddistinguono per posizioni reazionarie e battaglie di retroguardia e per ottusità e chiusura verso il nuovo e “il mai visto”, con un assessorato al turismo che non si capisce bene neanche se sia in grado di comprendere una questione così rilevante dal punto di vista artistico-culturale, temi che paiono ostici per la coalizione che governa Giano. L’atteggiamento tenuto dal giovane sindaco purtroppo va ad aggiungersi a quello di altri rappresentanti istituzionali, più sensibili al consenso che al buon governo, ma soprattutto è spia di una indifferenza verso l’arte e la cultura che nel nuovo paradigma di governo locale non sembrano essere tra le priorità. Anzi, sembra che i nuovi governanti le percepiscano più come ostacolo che come opportunità, mentre la storia è evidentemente un tema da rivedere e correggere per legittimare il nuovo paradigma di governo sovranista e e di destra.

In queste nuove visioni e conseguenti atteggiamenti è evidente come forme d’arte “viventi” non siano non solo ritenute attrattive ma paiono pure difficilmente comprese. A malapena, e con fatica, si arriva a considerare arte solo quella vecchia di secoli, nel migliore dei casi da racchiudere in magazzini illuminati e di tanto in tanto visitabili. L’idea di vivere e interagire con l’arte in modo nuovo, diverso dai tradizionali musei, peraltro praticata con successo in molti paesi, non pare sfiorare la bucolica Umbria che sembra chiudersi piuttosto che aprirsi all’innovazione, non riuscendo ad andare oltre il vino e l’olio che continuano a essere considerati ostinatamente le uniche risorse.

La nostra regione, che da vent’anni era sprofondata in un conservatorismo asfissiante e arrogante, anche con la nuova guida si conferma refrattaria al cambiamento, e questa nuova ondata di rigore dal sapore talebano contribuirà soltanto ad alimentare uno già splendido quanto penoso isolamento. Le vicende, tradotte in politica, sembrano condizionate dalla ricerca del consenso e da posizioni reazionarie dettate sostanzialmente dall’ignoranza, mentre i giovani, che avrebbero l’opportunità di ampliare la conoscenza e scoprire linguaggi nuovi attraverso l’esperienza di Frigolandia – che continua ad animare con contributi da tutta Italia e non solo la rivista Frigidaire – sembrano disinteressati, distratti, quasi anestetizzati.

Quella di cui parliamo è una vicenda paradossale quanto tragica, che segnala come l’ignoranza, l’ottusità e l’indifferenza possano essere dannose e non far cogliere le opportunità nemmeno quando queste sono a portata di mano. Non esistono ormai forze politiche che siano in grado di intestarsi una battaglia una volta tanto d’avanguardia, dall’indiscusso valore artistico-culturale, e di mettere in campo tutte le iniziative necessarie per trovare una positiva soluzione, e magari evitare l’ennesima umiliazione della nostra regione, che anche attraverso questa vicenda segna il passaggio ad un oscurantismo culturale militante, ormai sempre più evidente e purtroppo tollerato.

Qui il link per sottoscrivere la petizione.

Illustrazione di Ulderico Sbarra

Ultimo aggiornamento 24/7/2020

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