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La questione della stampa e del pubblico

Mazzetta di giornali

di Fabrizio Marcucci

In questa regione è rimasto un solo giornale di carta con il suo nome scritto nella testata: il Corriere dell’Umbria. Ce n’era anche un altro, il Giornale dell’Umbria, ma quella è diventata da anni materia per il giudice fallimentare. Il Corriere dell’Umbria peraltro è anche più antico del suo collega mandato al macero, e nei primi due-tre decenni della sua vita è riuscito non senza ragioni ad accreditarsi come il giornale della regione. Una capillare rete di collaboratori e tanto spazio dato alle cronache anche dei centri più piccoli, e comunque tante pagine dedicate alla vita di un posto la cui vita non era mai stata raccontata da nessun mezzo di comunicazione l’hanno fatto diventare un punto di riferimento. Tutto questo ha però contribuito alla costruzione di una credenza del tutto irrazionale, cioè che quel giornale fosse di tutti: tu c’avevi la polisportiva che vinceva la medaglia?, mandavi il comunicato e il Corriere pubblicava (nelle pagine sportive credo lo faccia tuttora). Tu ti candidavi a sindaco con le stesse probabilità di farcela che ha Sgarbi di rimanere tranquillo nel corso di un dibattito in tv?, il Corriere ti garantiva il tuo momento di gloria dedicandoti un’intervista. Così al Corriere dell’Umbria la gente si è affezionata. E quando ci si affeziona si comincia ad aspettarsi cose, si alzano le aspettative, che spesso tracimano fino a diventare pretese. Ma soprattutto così si è alimentata la costruzione di un falso storico: il giornale di tutti. Perché il giornale è sempre di qualcuno. Sempre.

Il giornale (non più) di tutti

E qui arriviamo a oggi. A quando cioè, dopo tutta una serie di cambi di proprietà e di direzioni che ne hanno fino a un certo punto perpetuato l’immagine di giornale pacioccone, di tutti, arriva un proprietario, Angelucci, che sceglie di usarlo, il giornale. Di usarlo in maniera diretta, intendo dire, non soffusa, come avviene in qualsiasi giornale; senza infingimenti. Così Angelucci, che deve le sue ricchezze molto più alle cliniche private che ai giornali che detiene, mette il Corriere al servizio del suo core business, la sanità privata. Con tutto quello che ne consegue: in sede di campagna elettorale, appoggio alle destre (più sensibili al richiamo della sanità privata rispetto ai loro competitori) e, una volta vinta la campagna elettorale, via all’altra di campagna, quella per la sanità privata: la ciccia vera. Cosa c’è di male in tutto questo? Niente. Niente di niente. Tu la tua macchina la fai arrivare dove vuoi tu, non dove vorrebbero gli altri.

Di sbagliato semmai c’è quello che sta avvenendo ormai da mesi, anni, nel campo avverso. Le grida di scandalo sul Corriere che signora mia non è più quello di una volta; le accuse di lesa maestà e via indignandosi. Fino ad arrivare alle settimane scorse, in cui l’ex candidato sindaco del centrosinistra di Perugia e il Corriere hanno ingaggiato una battaglia come se l’Apocalisse fosse alle porte l’uno, l’ex candidato, rinfacciando la campagna pro sanità privata al Corriere dell’Umbria; l’altro, il Corriere dell’Umbria, attaccandosi a una presunta gaffe dell’ex candidato sul numero di palme nelle Marche. Roba forte, eh?

Il fatto è che stracciandosi le vesti per quello che il Corriere dell’Umbria è a differenza di quello che si vorrebbe che fosse, si alimenta in se stessi e si contribuisce ad alimentare in quelli che stanno dalla tua stessa parte che il giornale, quel giornale che era così pacioccone e sembrava di tutti, debba essere a tua immagine. Che tu lo possa usare come una bacheca su cui attaccare il tuo volantino, che siccome a te la sanità privata non piace il Corriere non ne debba parlare. Nossignori. Il giornale – qualsiasi giornale – ha delle sue logiche e, soprattutto, ha una proprietà che ne decide la linea più o meno direttamente, più o meno a gamba tesa, più o meno spregiudicatamente. Gli esiti sono gli stessi, anzi, spesso le proprietà apparentemente più liberali sono quelle che usano il pugno più duro nei confronti delle redazioni, se ci sono dei dissenzienti. A questo fraintendimento si prestano anche i giornalisti, che dissimulano per ragion di stato i rospi che si ingoiano nelle redazioni, se si ha un pensiero, e preferiscono sbandierare una libertà che è solo parziale e sempre più ridotta, visto lo scadimento del potere contrattuale della categoria. La questione semmai non è la libertà, ma la trasparenza nei confronti dei lettori (ma questo è un altro file, non opportuno da aprire qui).

Il pluralismo da creare

Ciò che è in ballo qui non è solo il contribuire a una falsa verità, pur essendo in buona fede. Ci sono un altro paio di conseguenze non da poco in questa crociata contro il Corriere dell’Umbria reo di essere diventato de destra. Si dimentica infatti che un giornale (cioè chi lo edita e, se ci riesce, chi ci lavora) è libero; può scrivere quello che vuole, imbracciare le battaglie che crede, rivolgersi a chi desidera. Il pluralismo – e qui arriviamo al cuore del problema – non lo si può cercare in un solo mezzo. Il pluralismo lo garantisce il sistema dei media nel suo complesso, se è sano. E sottolineo se. Ma per farlo diventare sano, occorre che la platea dei fruitori sia avvertita di ciò che maneggia quando si parla di informazione. Pretendere che il Corriere torni pacioccone è come chiedere a un leone di diventare vegano: senza senso. Inoltre, nel caso di specie, sostenere che sia scandaloso che un giornale faccia campagna per la sanità privata equivale a spostare il problema su un piano che non conviene proprio a chi vuole che la sanità resti pubblica, universalistica e di qualità. La battaglia va condotta sul piano delle idee. Come?

L’errore e i rimedi

Già, come? Cominciando a ragionare sull’errore madornale che si fa quando si vorrebbe a propria immagine un giornale che di immagine ne ha un’altra, quella dell’editore e dei suoi interessi. Cominciando a pensare di finanziare la stampa di qualità o che si ritiene utile all’affermazione dei propri principi. Praticando cioè il pluralismo, non pretendendolo. Il punto non è vietare che il Corriere parli di sanità privata; lo scandalo è semmai che non ci sia in ambito di informazione chi perora la causa della sanità pubblica e universalistica che ha fatto la fortuna di questo paese e di questa regione. Certo, tutto questo è assai più complicato e dispendioso di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo. Ma gridare non serve a nulla. E per di più in questo caso è pure sbagliato, nel senso che non serve alla causa. Perché mentre si menano scandali inesistenti la stampa e il pluralismo muoiono, questo è lo scandalo vero. E la colpa non è tanto di quelli che fanno i giornali (editori in primis e direttori e giornalisti più o meno allineati o che tengono famiglia e non possono permettersi troppe speculazioni filosofiche). La responsabilità è di quelli che sbagliano diagnosi e prognosi. E dovrebbero cominciare a pensare di costruirselo, il giornale che vogliono, se lo vogliono; pagandola, sostenendola l’informazione che si vuole, come si paga un bel film, un buon libro, l’entrata al museo, un hamburger decente; spingendo affinché il pluralismo del sistema diventi punto dell’agenda pubblica. Questo andrebbe fatto, più che gridare allo scandalo sbagliato.

Foto da pixabay.com
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