Terni dall'alto con l'acciaieria in primo piano
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Terni, metafora in purezza

 

«La serie D è un pianeta fantastico» cantavano tanti anni fa i Freak Brothers, trasformando la necessità in virtù e il fallimento in trionfo, al punto da reclamare a viva voce la voglia di tornare a giocare con il Ladispoli.

Anche i Freak hanno avuto storicamente il loro da fare con le proprietà della Ternana calcio, anche ai tempi dei Freak la città si è ritrovata ostaggio di una tifoseria che pretendeva carta bianca per gli interessi dei presidenti, anche a quei tempi, detto in parole povere, non si è potuta avere una discussione disinteressata e aperta sulle contraddizione tra bene comune e profitti privati, proprio perché la Ternana, essendo considerato bene comune primario doveva “garantire” ogni tipo di diritto al proprietario di turno.

Siamo così divenuti esperti dei più svariati temi, dalla termovalorizzazione, dalla capacità di recupero energetico a mezzo rifiuti o loro derivati, alla sanità convenzionata, all’insano rapporto pubblico privato, sorvolando fischiettanti su prestanome di improbabile caratura e arcane e fantomatiche società. Talmente esperti da risolvere la questione con la famosa frase: e mica possono veni’ qui pe’ rimettece.

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Insomma, se ieri gli inceneritori andavano alimentati a tutta birra unendo la ragionevolezza insana del: do’ li mettemo i rifiuti, sennò? al sogno promesso della serie A, oggi la clinica va convenzionata senza se e senza ma, rifacendosi al fidato campanilismo nutrito dall’odio verso Perugia, un complesso di inferiorità che reclama il pareggio delle cliniche private a spese pubbliche.

Liberandoci per un attimo dai paraocchi che ogni tifoso pensa di non avere, accecato come è dall’amore incondizionato verso la squadra, avremmo la possibilità di comprendere come questi corsi e ricorsi storici siano base della più masochista tra le debolezze, la dipendenza da un simbolo collettivo che da patrimonio di tutti diventa proprietà di uno. Perché l’imprenditore “interessato” assume questa certezza come garanzia, perché quell’uno sa che qualsiasi suo prurito alla fine viene legittimato. Una sorta di terra di conquista, dove il mito del machismo operaio già ribelle e ora disincantato, si incrocia con la genuflessione razionale verso il tornaconto del presidente. Sia chiaro, questo è un meccanismo che coinvolge l’intero mondo del calcio, non è esclusiva della conca, ma Terni all’interno di questo ingranaggio generale ha sempre avuto un posto privilegiato.

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La lotta ovviamente è impari dall’inizio, da una parte la dipendenza dei tifosi, dall’altra la libertà di azione della proprietà. Da una parte i tifosi che professano imparzialità di giudizio e padronanza della situazione, dall’altra la proprietà che si limita a lanciare l’esca nel miglior modo possibile, ben sapendo che è la via preferenziale per far ingoiare l’amo, che in troppi aspettano di ingoiare. Eh sì perché le pretese dei tifosi non sono mai reclamate come tali, come rivendicazione di parte, ma prospettate come logiche esternazioni da circolo ermeneutico. Eh sì perché il lancio dell’esca padronale non è mai azione singola, ma sempre anticipata da sapiente pastura. Ci ritroviamo così ogni volta a giustificare l’ingiustificabile, affibbiando colpe a destra e manca, con il risultato sempre uguale a se stesso di veder le mirabolanti promesse di gloria infrangersi contro la realtà di una città di appena centomila abitanti in crisi continua. Ci ritroviamo così a dover dipendere sistematicamente dalle velleità dei padroni, avallate dalla pretenziosità dei tifosi. E il resto della città? E i cittadini non tifosi che pensano che il bene comune dipenda dalla qualità della vita e dalla vivibilità quotidiana? E i cittadini che vedono i simboli comuni come beni non ricattabili? E i ternani che credono che la salute pubblica venga prima di ogni trionfo sportivo, di ogni inceneritore e di ogni clinica privata? Devono subire silenti e sottomessi questo incastro che intreccia la passione con l’utile disarcionando di fatto il diritto di opposizione?

Gli inceneritori sono lì a ricordarci come eravamo, l’affare stadio-clinica imposto al pubblico dominio con virulenza e opportunismo dal presidente di ieri sindaco di oggi, sta lì a dirci che in fondo non siamo cambiati.

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In fondo, i tifosi più appassionati possono rivendicare il tutto come orgoglio identitario, come dimostrazione lampante di una città che non si flette (ma si genuflette al presidente di turno) e non si piega (ma si dispiega a mo’ di banderuola servile). Il fatto è che sistematicamente arriviamo al fondo del barile e non contenti continuiamo a grattare forti delle nostre ragioni che altro non sono se non colpe altrui.

L’aver rincorso le bislacche possibilità legislative che permettevano di associare la costruzione dello stadio a quella della clinica e l’aver associato la proprietà della Ternana, dopo passaggi intermedi, a imprenditori della sanità privata è stato il suggello finale di una storia in cui la tracotanza l’ha fatta sempre da padrona indiscussa.

Il più tracotante tra i tracotanti, il burattinaio che ha sempre mosso i fili per poi farli sparire rivendicando estraneità, la fonte sorgiva della cascata che ha prodotto la rovina attuale, oggi veste gli abiti della vittima e la fascia tricolore del sindaco, oggi si considera parte lesa spingendo il Comune ad agire di conseguenza. I nemici da affrontare sono gli amici importati a mo’ di parafulmine e “messi” a capo della squadra e i soliti politici incompetenti che si frappongono al “suo” illuminato volere. Le vittime predestinate sono i tifosi che oggi ne hanno per tutti i soggetti coinvolti, facendo di un’erba un fascio e presentandosi come unici intestatari del bene più prezioso («la Ternana siamo noi»), e ancor più vittime sono i cittadini, che senza eccezione e con unica regola continuano a subire il castello incrociato di arroganza e prepotenza. Ancora la situazione risulta non chiara anche se il ciglio sembra essersi fatto burrone, quindi in attesa del nuovo ricorso che seguirà il corso della solita storia non resta che tornare a cantare: la serie D è un pianeta fantastico voglio tornare lì con Narnese e Ladispoli…

Nella foto di Sailko da wikimedia commons, l’acciaieria vista dall’altocon la città sullo sfondo

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