Il Delta del Po a Scanarello
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Wu Ming 1, «propaganda col fatto»

 

Ci sono così tanti congegni collegati tra loro, così tanti riferimenti, così tante esortazioni implicite a cammini da intraprendere dentro “Gli uomini pesce”, l’ultimo lavoro solista di Wu Ming 1 edito da Einaudi, che solo l’idea di tentare di mettere insieme qualche pensiero su questa opera rischia di dare le vertigini. Corriamo il rischio per soddisfare l’esigenza di restituire almeno un pizzico della meraviglia suscitata dalla lettura e, lo dichiariamo dall’inizio, per invitare a misurarcisi chi non l’avesse ancora fatto e dovesse trovare in queste righe spiragli incuriosenti. Lo facciamo con un’avvertenza ulteriore, e magari ovvia, che però serve come pretesto per introdurre il primo dei tasselli che compongono il mosaico della nostra meraviglia: non tenteremo qui di raggiungere l’esaustività. Ogni persona, ogni opera serbano in sé un’ombra di ineffabilità che le rende uniche, indefinibili fino in fondo. Ciò protegge l’originalità di ciò che si guarda da un lato, e dall’altro preserva la facoltà di chi ci si specchia dentro di immergerci se stesso. E ha a che fare, più in generale, con l’inadeguatezza del simbolico a definire l’esistenza, come aveva intuito il sociologo Franco Crespi. Questo è ciò che abbiamo scorto noi immergendoci dentro “Gli uomini pesce”, è il nostro tentativo (ontologicamente vano) di circoscrivere l’esistenza col nostro simbolico.

La categoria dell’indeterminatezza, che aveva fatto capolino in “Ufo 78”, l’ultimo romanzo collettivo dei Wu Ming, edito anch’esso da Einaudi, riemerge qui con forza e si incarna – oseremmo dire – come uno dei più formidabili e intimi congegni antifascisti, nel senso di presentarsi come antagonista a qualsiasi forma di ordine arbitrario calato dall’alto, come elasticità esistenziale opposta alla rigidità dell’imposizione. L’indeterminatezza è, in ultima analisi, fluidità della vita contrapposta alla morte della classificazione manichea, e per questo rende plasticamente la a-umanità del fascismo inteso come tentativo di ordinare il tutto entro argini ottusamente immobili.

La messa in discussione della classificazione non come tentativo di comprendere la realtà, bensì come punto di partenza per manipolarla a proprio piacimento, ci porta al secondo tassello della nostra meraviglia: la critica radicale dell’antropocentrismo, che a sua volta risulta strettamente connessa all’antifascismo. La malintesa centralità dell’essere umano rispetto al resto dell’esistente ha portato paradossalmente gli umani a doversi difendere dalle loro stesse creazioni. Così, come è stato vitale liberarsi dai fascisti facendo la Resistenza, oggi è vitale opporsi alla manipolazione insensata del territorio, cioè smetterla di pensarsi come razza padrona, dominatrice. Anche in questo caso “Gli uomini pesce” si riconnette al più vasto corpus dell’opera dei Wu Ming, in particolare a un altro lavoro solista di Wu Ming 1, “Un viaggio che non promettiamo breve”, in cui con un’opera di decostruzione sistematica si mette a nudo l’ideologia asfittica del grandeoperismo per evidenziarne la sostanziale obbedienza a criteri, ancora una volta, a-umani perché non attinenti alla autenticità delle funzioni vitali nostre e di ciò che abbiamo intorno, bensì rispondenti a precise categorie economiche travisate da entità naturali.

Così il territorio – nel caso del romanzo, specificamente, siamo nella zona del Delta del Po, ma si può parlare di territorio tout court – diventa il vero protagonista sconosciuto dell’opera: non parlante ma operante, alleato e nemico al tempo stesso, irriducibile, come l’indeterminatezza, alle rigidità fasciste o fascistoidi. Ma ciò non oscura il protagonismo degli umani. Il terzo tassello del mosaico della nostra meraviglia è costituito dalla constatazione della rappresentazione dei tortuosi percorsi esistenziali che ognuno e ognuna di noi compie, è la messa in scena delle discese e delle risalite, mai manieristica, sempre vibrante, e mai disgiunta da ciò che succede intorno, che ne è anzi parte integrante.

Come detto, di tasselli ce ne saranno altri n, almeno tanti quanti quelli che leggeranno “Gli uomini pesce” moltiplicati per n. Noi ci siamo specchiati in questi, che restituiscono un’opera la cui caratteristica ci è sembrato rinvenire in un passo del libro. «L’azione – fa dire l’autore a uno dei suoi personaggi – andava compiuta in modo non solo efficace ma bello. Quella che gli anarchici chiamano “propaganda col fatto” è tale solo se concilia significato politico e valenza artistica. In assenza del primo, l’atto apparirà puerile. In assenza della seconda, apparirà tedioso. In entrambi i casi, risulterà inutile». Parafrasando, potremmo concludere così: “Gli uomini pesce” è un atto di propaganda col fatto poiché unisce significato politico e valenza artistica, sublimando entrambi, e candidandosi così a entrare nella nostra indeterminatezza, con tutte le carte in regola cioè per farsi nostro, di ognuna e ognuno di noi.

Nella foto, dal profilo Flickr di Guido Andolfato, il Delta del Po nella zona di Scanarello

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