Barche a vela sul mare
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Siamo davvero tutti sulla stessa barca?

 

Questo articolo è tratto dalla prefazione di “Tutti sulla stessa barca? Disuguaglianze, pandemia e reddito di base” (edizioni Morlacchi)

Le disuguaglianze sociali, purtroppo, fanno parte del mondo in cui viviamo, e non da oggi. C’è chi ha più e chi meno, chi può curarsi meglio e chi per niente, chi ha maggiori possibilità di riuscire nello studio e nel lavoro e chi non le ha, e via così. Le disparità sono ingiuste quasi per definizione perché derivano solo in parte dalle capacità, dall’impegno, dall’onestà di ciascuno di noi; per larghissima altra parte esse sono conseguenza dell’origine sociale degli individui, delle chance che si hanno di raggiungere livelli di istruzione elevati, tessere l’adeguata rete per trovare un buon lavoro o permettersi viaggi e conoscenze di lingue straniere. Oltretutto, le disuguaglianze sono aumentate molto negli ultimi anni, aggiungendo ingiustizia ad ingiustizia. E fanno male, perché minano la coesione sociale e il benessere collettivo: creano comunità politiche piramidali in cui convivono soggetti di serie A, di serie B e di serie C, sono strettamente associate alla povertà e alla deprivazione materiale e sociale, si inseriscono perfettamente in un contesto lavorativo, economico e culturale (in termini di senso comune) fatto di competizione e corsa al successo, alimentano l’incertezza sul futuro e sono responsabili di buona parte della rabbia, del risentimento, della frustrazione sociale che di certo non legano le persone tra loro.

La copertina del libro di Ugo Carlone
La copertina del libro di Ugo Carlone

Dagli anni Ottanta si sono diffuse «idee economiche molto di comodo», come le definisce Naomi Klein, che vanno sotto il nome, un po’ semplicistico, di neoliberismo e che hanno senz’altro favorito l’aggravarsi delle disuguaglianze: il realismo capitalista, nuovo paradigma dominante, ci dice che non esistono alternative e che è più probabile la fine del mondo che quella del capitalismo; e ci dice anche che dobbiamo pensarci individualmente come aziende, performare, essere imprenditori di noi stessi, stressandoci non poco e rischiando ogni giorno di sentirci inadeguati e falliti (come le aziende, appunto). Idee che non sono il frutto del destino o degli astri: pazientemente costruite e consolidate nel tempo, sono diventate economicamente e culturalmente egemoni. E politicamente sovrane, attraverso scelte fatte da uomini e donne in carne e ossa che hanno preso decisioni, scritto leggi, indirizzato finanziamenti, tagliato servizi, deregolamentato il lavoro. Questa è sia una cattiva, sia una buona notizia: è cattiva perché significa che molti di coloro che detengono il potere e orientano la direzione della rotta, evidentemente, travisano il bene comune o ne hanno una concezione proprietaria; è buona perché vuol dire che altrettanti individui dello stesso tipo possono deviare la direzione stessa e cambiare meta.

Una grande occasione, sotto questo punto di vista, è (o è stata?) la pandemia, pur nella sua tragicità. Abbiamo visto l’enorme impatto su una quantità sterminata di ambiti delle nostre vite; l’incredibile emergenza che ne è scaturita ci dovrebbe aver fatto capire moltissime cose, tra cui, solo per citare quella che ha ispirato la stesura di questo libro, l’importanza del welfare, delle politiche sociali e pubbliche che cercano di migliorare il benessere di tutti, partendo dai più deboli. Perché, nonostante la retorica dell’essere tutti sulla stessa barca, il virus non ha colpito (non sta colpendo) ugualmente, sia in termini di malattia vera e propria, sia come conseguenze sull’occupazione, sui redditi, sull’istruzione, sulla salute mentale, etc. I più danneggiati sono stati (e sono) i più svantaggiati, quelli che stavano già peggio; e ancora prima del marzo 2020, il futuro non appariva, a moltissimi individui, con le fattezze di un cielo sereno: quante volte abbiamo parlato di precarietà, incertezza, disorientamento, di generazioni che stanno peggio delle precedenti, di effetti della Grande Recessione del 2008 e oltre, insomma di difficoltà nell’immaginare un domani senza pioggia o temporali, già prima della pandemia?

Allora, continuando con la metafora, chiediamoci cosa facciamo quando piove: prendiamo l’ombrello, banalmente. Ecco: fuori piove; dal 2008 ha cominciato a piovere forte; dal marzo 2020 abbiamo incontrato la grandine; le previsioni del tempo ci dicono che nei prossimi mesi con tutta probabilità arriverà neve e gelo: serve almeno l’ombrello. Il welfare state è spesso raffigurato sinteticamente proprio con questo oggetto o con un paracadute o una rete di protezione o un salvagente; simili strumenti e ombrelli larghi, cioè misure di welfare radicali, permanenti e strutturali, servono oggi più che mai, proprio per combattere le disuguaglianze e le loro conseguenze.

È per questo che, nelle ultime pagine, riproporremo l’idea del Reddito di Base Incondizionato, un sostegno economico universale, erogato senza contropartita. Si tratta di un intervento di politica sociale che va, come tale, oltre l’individualismo e verso la solidarietà sociale, in grado di mitigare le disparità di reddito e contrastare efficacemente parecchie delle difficoltà di chi sta peggio: arrivare a fine mese con serenità, pagare le bollette in tempo, non sentirsi sempre sotto ricatto nei lavori precari; sapere che domani, anche se pioverà, avremo un ombrello (piccolo o grande, ma ce l’avremo) per ripararci.

A questo link la scheda libro nel sito dell’editore.

Foto da pixabay.com

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