Un'opera di Alberto Burri
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C’era una volta la contemporaneità

 

“Attraversamenti. Linee della nuova arte contemporanea italiana” è stata una mostra allestita a Perugia nel 1984 a cura di Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo corredata da un catalogo che, come dovrebbero essere tutti i cataloghi delle mostre, è un libro d’arte nel quale i due curatori dicono la loro sull’arte italiana di quegli anni con due saggi importanti tutt’ora leggibili e necessari.

Una mostra sull’arte contemporanea con la quale dalla Rocca Paolina al palazzo dei Priori e quello del Capitano del popolo fu possibile attraversare l’arte italiana del dopoguerra grazie ad opere di artisti del livello di Piero Manzoni, Fontana, Guttuso, il concettuale Giulio Paolini, lo spoletino Leoncillo, Ceroli, artisti stranieri che si erano sistemati in Italia come Tàpies e Cy Towmbly, Vedova, Schifano, Consagra, Mimmo Rotella, Pascali e tanti altri. Praticamente c’erano tutti a partecipare a questo dialogo tra il Medioevo dei contenitori e il presente della loro arte. Lo stesso Burri, restio a queste manifestazioni, accettò, pur non partecipando alla mostra, che il Grande Nero alla Rocca Paolina venisse inaugurato iin coincidenza con quell’esposizione e citato nel catalogo.

Ma a Perugia non si tenne solo quella mostra, pochi anni prima grazie a Italo Tomassoni, sempre alla Rocca Paolina, c’era stato il memorabile incontro tra l’arte di Burri con una scultura ora a palazzo Albizzini e le “Lavagne di Beuys” per fortuna rimaste a Perugia. E mentre accadeva questo, a Spoleto Menotti ogni anno portava la contemporaneità presente in tutte le arti: “Sculture in città” fu dirompente in una regione piccola e culturalmente conservatrice come l’Umbria; alle acciaierie di Terni si fondeva l’obelisco di Pomodoro; Berverly Pepper si sistemava a Todi lasciando sue sculture in Umbria; a Foligno trovava una “casa stabile” lo scheletro cosmico di De Dominicis; così Sol Lewitt all’Accademia di Belle Arti di Perugia e a Brufa le sculture di tanti artisti e artiste; per non parlare della generosità di Burri verso la sua terra.

Ora, fermo restando che l’arte è sempre contemporanea finché parla ai contemporanei, perché per viverla con la stessa irruente forza di quegli anni bisogna andare a cercarla fuori regione (a palazzo Strozzi di Firenze a partire da questi giorni aprirà qualcosa di simile ad “Attraversamenti”) mentre a Perugia e in Umbria ci si protegge all’ombra di in un eterno ritorno al passato? E se da un lato è ammirevole, dall’altro è paradossale ed emblematico che per trovare nuovi segni lasciati oggi dalla contemporaneità a Perugia si debba salire fino alla Galleria Nazionale dell’Umbria per le vetrate di Vittorio Corsini alla Sala dei Decemviri, per ammirare l’intervento di Roberto Paci Dalò che con una specie di murale fa riflettere su date della storia e dell’arte in Umbria, per finire con opere di Dottori, Burri, Dorazio, Mecarelli che con la loro attività sono tra i protagonisti del Novecento artistico italiano.

Nella foto, “Grande cretto nero, terra e vinile bruciato su isorel”, opera di Alberto Burri esposta al Centro Pompidou di Parigi (fal profilo Flickr di Jean-Pierre Dalbéra

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