Uno scorcio di Terni Est, sullo sfondo le acciaierie
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Ast, ora serve l’Accordo di programma con la città

 

La presentazione del Piano industriale per l’Ast da parte della nuova proprietà fa uscire la discussione sul futuro prossimo delle storiche acciaierie di viale Brin dalla nebbia dell’incertezza e consente alla comunità ternana di esprimere un giudizio su dati più certi. Ora chi istituzionalmente rappresenta la collettività ternana dovrebbe impegnarsi affinché l’azienda presenti il proprio bilancio di sostenibilità ambientale per valutare più in dettaglio l’impatto dell’attività siderurgica di Ast sul territorio e affinché si ponga mano, concretamente, al tavolo del Governo, ad un Accordo di programma con il quale, in modo trasparente, si evidenzino le possibili convergenze e collaborazioni strategiche tra fabbrica e città, capaci di affrontare i nodi principali, come l’equilibrio fra incremento della produzione e tutela di ambiente e salute, i temi della mobilità e dei trasporti, quelli del rapporto con i corsi dell’Università e il sistema scolastico e formativo tecnico, il rapporto con le imprese che formano il sistema di subfornitura locale di Ast, le iniziative socioculturali e sportive che possono essere promosse, in collaborazione, per il benessere non solo economico della cittadinanza.

Si dice che l’imprenditore Arvedi abbia una inclinazione olivettiana per i rapporti con i territori d’insediamento delle sue fabbriche. Non si può che esserne lieti e verificarne gli effetti concreti sulla realtà ternana, sulla base dei contenuti di un Accordo di programma.

Un punto rimane centrale: l’aumento della produzione di acciaio fuso, fino a un 50 per cento in più rispetto ai volumi massimi attuali, deve muovere dalla consapevolezza che viene proposto nel territorio più inquinato dell’Umbria. Se si guardano i superamenti annuali delle Pm10, le concentrazioni di Pm 2,5, la presenza di metalli pesanti, come nichel e cromo nel particolato disperso nell’atmosfera cittadina; se si guarda alle alte emissioni climalteranti di CO2, ci si può rendere conto che a un incremento di produzione non può corrispondere un impronta ecologica ancora più pesante di quella ereditata dalla storia; ciò vuol dire che serve introdurre nel ciclo produttivo, nei sistemi di abbattimento delle emissiomi e nei sistemi di trasporto, delle innovazioni tecnologiche e organizzative, non incrementali ma di rottura, come quelle basate sull’idrogeno, capaci di produrre un vero e proprio salto di qualità tecnologico. Ast, pur appartenendo ad un settore “hard to abate” le proprie emissioni, può, proprio per questo, giovarsi delle incentivazioni europee e nazionali disposte in favore di attività produttive che vogliano diventare più sostenibili. Con l’Accordo di programma possono essere offerte certezze su questo punto. Ast, riciclando rottami di acciaio, appartiene, da un punto di vista del ciclo produttivo, alla economia circolare; non lo è, ancora, da un punto di vista ambientale e climatico. Dopo 130 anni di storia ci sono le condizioni per arrivare ad una chiusura del cerchio.

Nella foto di Andrea Cimarelli tratta da wikimedia commons, uno scorcio della zona est di Terni, sullo sfondo l’Ast

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