un operaio dell'Ast di Terni
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L’acciaieria ad Arvedi è un passaggio cruciale

 

L’acquisto della nostra storica acciaieria da parte del gruppo siderurgico Arvedi, ad un primo esame, va a rafforzare l’azienda di Cremona, inserendo nel ventaglio delle sue sei unità produttive del nord Italia, il gioiello Ast, leader nazionale ed europeo nei laminati piani d’acciaio inox. Ma, ad un esame più attento, si può intravedere in tale passaggio di proprietà, dai tedeschi di Thyssen Krupp alla società italiana Arvedi, una operazione che riguarda l’assetto e le prospettive della sidurgia italiana nel suo complesso, a partire dagli acciai speciali.

La siderurgia italiana è la decima nel mondo e la seconda in Europa, dopo la Germania. Tuttavia le aziende italiane di trasformazione continuano ad importare acciaio dall’estero. Mentre, nella fase della globalizzazione che abbiamo alle spalle, tutto ciò veniva considerato naturale effetto della riorganizzazione dei mercati, a caccia della riduzione dei costi, tramite il prolungamento delle “catene del valore”, oggi, alla luce delle lezioni e degli allarmi venuti alla sicurezza economica nazionale dalle crisi finanziaria del 2008, e sanitaria del Covid nel 2019, il recupero di capacità produttive strategiche per un paese, o per una comunità di Stati, come quella europea, è tornato ad essere una priorità politica ed industriale.

È da credere che in questo quadro vada posto anche l’interesse mostrato, sempre da parte dal gruppo Arvedi, per l’acquisizione delle acciaierie di Piombino, in mano agli indiani di Jindal, dopo numerosi e infruttuosi passaggi di mano fra multinazionali. Insomma, c’è in ballo il rilancio di un grande player nazionale ed europeo in siderurgia. In tale quadro, per Terni, si può pensare ad un ritorno del “magnetico” e con esso a un rilancio di una piattaforma idrogeno basata sulla produzione verde di tale gas, e di un aumento della produzione di acciaio liquido del 50 per cento, cioè fino a 1,5 milioni di tonnellate.

È di tutta evidenza come in tale prospettiva si ponga un problema di confronto, per una intesa sugli effetti e le compatibilità delle scelte industriali, fra azienda e città. Si potrebbe pensare a un vero e proprio “accordo di programma” che apra una nuova fase storica per il sito produttivo di viale Brin, all’interno del quale valutare il Piano industriale che Arvedi dovrà presentare, con le previsioni su volumi produttivi, mercati, occupazione; su impatto ambientale e climatico, su impatto sociale ed economico, relativi alle condizioni di lavoro e ai rapporti con la subfornitura locale. C’è solo da sperare che la politica tutta, nazionale e locale, e le istituzioni, si attivino per portare la città e le sue ragioni e aspettative a tale appuntamento, sapendo che si sta dentro una grande vicenda nazionale ed europea.

Un lavoratore dell’Ast. Foto da acciaiterni.it

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