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“I Campi di Tullio”, da Bettona agli arbeitslager nazisti

 

Rivive in un volume il dramma dei militari italiani che vennero deportati nei campi di lavoro della Germania nazista all’indomani dell’8 settembre 1943. Secondo alcune stime, potrebbero essere stati 5 mila i prigionieri provenienti dall’Umbria. Se ne è parlato ad Assisi nel corso della presentazione del volume “I campi di Tullio”

Oscilla tra 5mila e 9mila il numero dei soldati provenienti dall’Umbria finiti negli arbeitslager, campi di lavoro, nell’Europa Orientale occupata dai nazisti. E oscillano tra 650mila e 810mila le valutazioni sul numero di componenti dell’Esercito italiano fatti prigionieri dalla Wermacht germanica subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una contabilità complicata di un capitolo poco esplorato per almeno mezzo secolo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, una realtà che genera sorpresa e sconcerto una volta che la si mette a fuoco: ad allineare le lenti di questo obiettivo metaforico ci ha pensato Luigino Ciotti, con l’attenzione centrata su Assisi. Le 19 sessioni di consultazione all’Archivio di Stato di Spoleto gli hanno consentito di riportare alla luce i nomi dei 282 uomini partiti da Assisi, per il richiamo di leva.

Questa è la cornice dell’azione che ha portato Ciotti alla stesura di un agile volumetto, “I campi di Tullio” (Edizioni Era Nuova), che è stato presentato davanti a una settantina di persone in un incontro tenuto nell’auditorium della scuola media “Alessi” di Santa Maria degli Angeli. Tullio Ciotti, classe 1924, era il padre di Luigino, e il suo racconto (riportato anche in video) è la testimonianza di quello che è stato sopravvivere nei campi di prigionia tedeschi. Vennero sfruttati come manodopera a costo zero nelle fabbriche e nei campi della Germania e dell’Europa orientale occupata dalla Wermacht: un trattamento in aperta violazione della Convenzione di Ginevra, che vietava esplicitamente di impiegare nelle lavorazioni di qualsiasi tipo i prigionieri di guerra. Proprio per questo venne data loro la denominazione “Internati militari italiani”, in sigla “Imi”.

La copertina de "I campi di Tullio"
La copertina del libro

Una tragedia rimossa per mezzo secolo

L’intreccio dei motivi che hanno generato l’ombra su questa ennesima tragedia della guerra è riportato in alcune pagine del libro che ha come co-autore Dino Renato Nardelli ricercatore dell’Isuc: «Tra le ragioni di politica interna ed estera che ostacolarono per anni la consapevolezza collettiva dei drammi della prigionia ci fu la volontà di non aprire un dibattito intorno alla gestione della guerra da parte del fascismo». Del resto la caduta del regime non produsse l’azzeramento degli apparati statali (magistratura, burocrazia, esercito stesso): «L’apparato statale e parte della classe politica, che garantirono il funzionamento dell’amministrazione pubblica con elementi di continuità con il Ventennio, non si rivelarono pronti a sottoporre a critica le pesanti eredità lasciate dal regime», scrive Nardelli citando anche una competizione di memorie: la Resistenza e la nuova Costituzione, gli ex-detenuti politici passati dai lager e dall’esilio al nuovo Parlamento erano la parte “vincente”; “perdenti” erano i soldati di un esercito sconfitto su tutti i fronti e letteralmente dissolto con l’8 settembre.

L’incontro alla scuola “Alessi” di Santa Maria degli Angeli

Si tratta di questioni ribadite nell’auditorium della scuola “Alessi” dalla voce dello stesso Nardelli, tra i relatori dell’incontro protrattosi per circa tre ore: un tempo speso bene perché “I Campi di Tullio” e tutto quello che cresce attorno a questa ricerca costituiscono un corroborante della tensione civile e culturale, molto viva nella provincia italiana, per il recupero della memoria di vicende che rischiano l’oblio. Così l’esperienza militare di un 19enne strappato alla vita tranquilla che scorreva a Passaggio di Bettona è diventata il perno di un racconto corale sul destino di coloro che sono destinati a diventare carne da cannone, mandati a soffrire quando non a morire, per le scelte di chi muove la storia dalle stanze ovattate del potere e dei quartieri generali. Tullio Ciotti ha raccontato in prima persona quella vicenda, in una video-intervista realizzata col figlio nel 2009, arricchendo il grande patrimonio di documenti su cui si basa la ricostruzione della memoria: uno sforzo che ben contribuisce alla crescita culturale della comunità. In fatto di tessitura, da rimarcare la proposta rivolta alla sindaca di Assisi, Stefania Proietti, presente all’inizio del dibattito, di intitolare una via o una piazza agli Internati militari italiani: un’idea accolta dalla stessa Proietti anche per manifestare la disponibilità dell’amministrazione comunale ad appoggiare il lavoro di ricerca sugli “Imi”.

I numeri dell’Umbria

Ma come si risale alla cifra di 5.000 persone originarie dell’Umbria fatte prigioniere dalla Wermacht? Si tratta di una proiezione su scala regionale che utilizza il numero di prigionieri nei lager individuato nella sola Città di Castello (250 persone) nella tesi di laurea di Davide Baccarini, discussa nell’anno accademico 2010-2011, “Gli internati militari nella Seconda guerra mondiale, uno studio riportato dal volume “R-Esistenze Umbria 1943 – 1944” (Editoriale Umbra) in occasione della mostra organizzata dall’Isuc per il 70° anniversario della liberazione. L’altra cifra citata in apertura (9mila unità) deriva dalla proporzione tra soldati di Assisi finiti in Germania e abitanti della città serafica, elaborata dello stesso Ciotti, e proiettata sulla popolazione regionale dell’epoca (circa 730mila abitanti).

L’opposizione al fascismo

Quella degli “Imi” va considerata come un’esperienza di opposizione al fascismo e alla guerra: merita infatti di venire costantemente indagato il sentimento che accomunò centinaia di migliaia di uomini (soprattutto ventenni) che decisero di rimanere in prigionia, di patire la fame e gli stenti (il racconto di Tullio Ciotti al riguardo è esemplare), di vivere l’incertezza totale sul proprio futuro e l’impossibilità di avere contatti con le famiglie: solo una piccola parte di loro (meno del 10 per cento) accettò di rientrare in Italia per combattere con la Repubblica sociale di Mussolini. Non è forse la dimostrazione di una esplicita ostilità per chi aveva portato il paese alla rovina? La vicenda degli “Imi” non perde forza col trascorrere del tempo e continua ad ammonire sull’insensatezza della guerra e di tutto ciò che la va permanentemente preparando. Una sorta di inconscia consapevolezza che ha afflitto migliaia di quei soldati e ufficiali, al punto di seppellire nel silenzio quell’esperienza una volta rientrati in Italia: questo il racconto fatto all’auditorium da Marina Marini, il cui padre Renato, sottufficiale di artiglieria, non rivelò nemmeno alla moglie ciò che gli era capitato. Una realtà emersa solo dopo la morte quando i figli hanno riordinato le sue carte.

All’incontro di Santa Maria degli Angeli del 6 dicembre hanno preso parte, tra gli altri, Marco Terzetti (presidente Anei, Associazione ex-deportati) e l’autore di questo articolo. È intervenuta anche Donatella Casciarri (presidente del Consiglio comunale di Assisi). Un incontro che ha dovuto attendere più di un anno per potersi tenere: fissato inizialmente per la fine di ottobre nel 2020 è incappato tra le maglie delle misure anti-covid e slittato man mano al 5 dicembre dell’anno successivo. Un intervallo che ha consentito all’instancabile Ciotti di venderne quasi 1.500 copie, un risultato ragguardevole in assoluto, trattandosi di un traguardo che molti titoli lanciati sul mercato nazionale di frequente debbono limitarsi a sognare.

In copertina, una baracca del campo polacco di Breslau, foto di Fallaner da wikimedia commons

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