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Editoria locale, il futuro è in rete

L'interno di una libreria

di Veronica Perrone

La pandemia fa aumentare il numero di persone che leggono libri. Questo rileva un’indagine del Cepell (Centro per il libro e la lettura – ministero dei Beni culturali) sviluppata insieme all’Aie (Associazione italiana editori): coloro che dichiarano di aver letto un libro (compresi eBook e audiolibri) negli ultimi dodici mesi si attesta al 61 per cento contro il 58 per cento del 2019 e il 55 per cento del 2018.

In un quadro del genere si collocano i 1.796 titoli librari pubblicati in Umbria nel 2020 dai soggetti più disparati (editori puri, dipartimenti e singole cattedre universitarie, associazioni, istituti scolastici, parrocchie e diocesi, sindacati, pro loco). Potrebbero essere l’indicatore di una discreta vitalità culturale per una regione che non arriva alle 900 mila persone residenti. Quella cifra ragguardevole può venire ulteriormente incrementata di quasi 500 unità corrispondenti ai libri editati solo in forma digitale (e-book): sono 1.488 i titoli digitali (senza corrispondenza cartacea) complessivamente registrati nel Catalogo dei libri in commercio aggiornato annualmente da Informazioni editoriali.

La banca-dati Informazioni editoriali, con la collaborazione preziosa di Giulia Ambrosi, ci ha messo a disposizione una sintetica mappa di contesto che offre la possibilità di cogliere elementi di notevole interesse sulla produzione editoriale locale. Da tenere presente che per “marchi editoriali” si intendono i soggetti che hanno ottenuto una partizione Isbn: nel database di Informazioni editoriali l’Umbria ne ha 345. L’Isbn non viene concesso solo a “case editrici” ma a chiunque lo richieda per pubblicare almeno un titolo, comprese le riviste scientifiche (semestrali o annuali): i “marchi” rimangono nel conteggio anche se si sono fermati a quell’unica uscita.

La mini–serie storica 2016–2020 fornitaci da Informazioni editoriali offre, comunque, una sensazione di vitalità e stabilità produttiva, se si esclude la caduta del cartaceo avuta nel 2017 con 1.479 titoli; in parallelo si nota l’incremento delle unità in formato e-book, con un incremento significativo soprattutto a partire dal 2018 (evidente la differenza con il 2016) che fa da cerniera tra le due dimensioni in graduale e costante riavvicinamento di cifre negli anni successivi. Si può comunque affermare che entrambi i formati hanno ripreso un andamento di crescita costante mettendo in circolazione 13.206 titoli nell’arco dei 5 anni. Abbiamo chiesto a Francesco Tozzuolo, quarant’anni di attività editoriale alle spalle, titolare dell’omonima casa editrice a Perugia, un’interpretazione di questi dati da intrecciare con quella che è la sua esperienza produttiva. «Diciamo subito – premette – che le case editrici attive in Umbria oscillano tra le 60 e le 70. L’80 per cento degli editori locali (in quasi tutta Italia) ha un mercato che non va al di là del contesto regionale in cui si opera. Nel 99 per cento dei casi le case editrici sono davvero piccole, e non tutte richiedono l’Isbn, quindi non risultano nemmeno nelle statistiche; bisogna aggiungere che, di frequente, chi si occupa di editoria lo fa come secondo lavoro».

Che cosa significano 1.796 titoli cartacei in un anno pubblicati in una regione che ha poco meno di 900mila abitanti?

«Al di là delle cifre assolute bisogna capire che cosa viene pubblicato per tracciare una linea sulla vivacità culturale di questa regione. Bisogna avere il coraggio di dire che si tende a pubblicare di tutto dando scarso peso alla qualità ma puntando sulla quantità. Non è difficile capire perché: sia i piccoli che i medi editori, se vogliono campare devono pubblicare il più possibile. In questo modo mantengono in movimento una sorta di “giostra dei criceti” in cui a noi tocca il ruolo dell’animaletto che non si ferma mai, la gabbietta circolare sono i distributori, il supporto del tutto le banche. Cento copie di un libro a 20 euro significano ricevute bancarie per 2.000 euro, di queste se ne incassano la metà corrispondenti alla metà delle copie vendute. Lo “scoperto” che si genera viene ripianato con una nuova emissione di un nuovo titolo in attesa del “colpo grosso” che riesca a mettere tutto in paro. Per poi ricominciare. Un meccanismo del genere incentiva l’editore a pubblicare e quindi non si potrà guardare tanto alla qualità del libro ma si punterà sicuramente alla quantità. Si capisce bene quindi che su sessanta o settanta titoli, quelli di qualità sono pochissimi. In pratica la cosiddetta grande produzione di libri scaturisce da un aspetto economico che però permette agli editori di sopravvivere. Da un punto di vista prettamente personale preferirei tantissimo che uscissero meno libri ma di qualità».

Avevamo già interpellato Tozzuolo in occasione di un annuncio – riportato con grande evidenza nell’estate 2020. Repubblica titolava “Pioggia di seicento titoli in Inghilterra in arrivo il 3 settembre”. Anche in quell’occasione il suo giudizio era stato tagliente: «La notizia non mi sconvolge, e anzi penso che non possa venir considerata tale. Suppongo che concentrare le uscite in un unico giorno sia stato un modo per recuperare dopo la pandemia; comunque il numero in questione equivale alle uscite in Italia nell’arco di tre giorni, dal momento che il nostro Paese ha numeri nettamente superiori: circa 72mila volumi l’anno, equivalenti, a centosettanta uscite medie al giorno».

Quell’articolo diventò l’occasione di un approfondimento del programma Fahrenheit di Rai Radio3. In quell’occasione Cristina Giussani, presidente del Sindacato italiano dei librai, sottolineò l’esigenza di un tavolo di confronto meglio strutturato tra editori e autori. Il problema non è nelle novità di per sé ma nel bisogno o meno di essere continuamente sommersi dalle novità?

«Sicuramente sì, ma va detto che a livello locale il problema è relativo. Infatti non si può parlare realmente di novità perché si pubblica per lo più per la propria regione, senza avere un riscontro a livello nazionale. Ma poi il punto principale su cui dovremmo concentrarci è il termine novità; bisognerebbe capire cosa si intende per novità, perché non tutte le nuove uscite si devono per forza considerare novità. La novità dovrebbe essere qualcosa che è davvero interessante. Se poi ne escono tante si bruciano a vicenda e questo sicuramente non è positivo. Per me la novità si lega indissolubilmente alla qualità e alla sua potenzialità di diventare best seller. Questa quindi non può corrispondere a numeri ma alla qualità delle uscite».

Invece qual è la media delle sue pubblicazioni?

«Pubblico in media venti titoli all’anno e mi colloco, in teoria, tra i distributori medio-alti. Infatti in editoria è in uso questo tipo di schema: fino a dieci uscite all’anno si è considerati piccoli editori; dalle dieci alle venti medi e da trenta a salire grandi editori. Io mi colloco nella fascia media perché da circa quattro anni, accanto alla produzione editoriale locale, ho avviato una collana distribuita a livello nazionale. La collana in questione è detta delle anastatiche, e sarebbe la riproduzione fedele delle pubblicazioni che non sono più in commercio e che hanno perso i diritti d’autore. Ci sono titoli abbastanza vendibili che mi danno quindi un ulteriore canale di distribuzione. Poi cerco, nei limiti del possibile, di fare editoria di qualità. Nello specifico mi interessa e punto di più sicuramente sulla storia locale e molto meno sui romanzi o sulla saggistica».

Quindi segue una linea specifica e mira ad un unico settore?

«Sì, e questo sicuramente mi penalizza a livello economico però la mia è una scelta di qualità. Faccio questo lavoro da trentotto anni e avrò pubblicato all’incirca quindici o venti romanzi nel corso della mia carriera. Ammetto di essere molto selettivo e i pochi romanzi che pubblico li investo in proprio, cioè non me li faccio pagare; perché un fenomeno comune ma da sottolineare è che ormai scrivono tutti e tutti si autofinanziano (e qui si ritorna all’aspetto economico). La mia è stata una scelta ben mirata, ne pubblico pochi ma che secondo me sono di qualità».

Cosa le è mancato di più durante il lockdown a livello editoriale? Per esempio le presentazioni di libri? Un libro in uscita può essere ben presentato anche solo tramite canali social?

«Per noi editori locali le presentazioni di libri si sono rivelate  fondamentali. È chiaro che durante le quarantene diventa impossibile organizzare incontri se non in streaming. Per quanto riguarda i canali social va detto che hanno aperto una nuova dimensione per chi fa questo lavoro: la distribuzione on line va molto bene, mi pare un dato assodato. Personalmente ho fatto vari tentativi per coinvolgere altri colleghi e organizzare la consegna a domicilio dei titoli, seguendo l’esempio delle librerie con il loro “bookdealer”. Dopo le difficoltà iniziali abbiamo finalmente trovato una formula comune con i distributori librari (e non con le multinazionali): debbo ammettere che le mie perplessità iniziali si sono gradualmente dissolte. Basti dire che, una volta andato a regime il meccanismo distributivo, mi sono trovato – mese su mese – con il fatturato aumentato del 600 per cento».

Foto da pixabay.com

Ultimo aggiornamento 14/2/2021

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