Il pubblico a un concerto rock
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La musica in Umbria ai tempi dello streaming usa-e-getta

 

Scrivere della situazione musicale in Umbria dopo Sanremo 2022 assomiglia a un esercizio acrobatico visto che Michele Bravi, tifernate doc, ha cantato la sua “Inverno dei Fiori” sul palco dell’Ariston portandosi a casa anche un degnissimo decimo posto.

Allo stesso tempo però, è impossibile non considerare un fattore che ha decisamente lanciato la carriera dell’unico umbro a quanto pare dotato di una sensibilità artistica da giustificare una performance in mondovisione: il fattore X, l’X-Factor. Inutile dilungarsi su cosa i talent show abbiano causato nell’industria (e mai questa parola è stata più calzante) musicale mondiale, dato che ogni argomento risulterebbe stagnante o già sentito.

Il fatto che Michele Bravi, discreto interprete, sia però giunto su tali palchi, dovrebbe far riflettere tutte le persone appassionate di musica che vivono da queste parti e fargli balenare una domanda in testa: «C’è solo questo nella mia regione?». Non che sia un crimine farsi piacere Michele Bravi, sia chiaro, ma comunemente una persona che si ritiene cultore o perlomeno amante della buona musica magari si aspetta qualcosa di più rispetto a “Fioriamo adesso prima del tempo, anche se è inverno” cantata sopra un tappeto d’archi. La risposta a questa secondo me necessaria domanda si trova in una zona grigia estremamente influenzata da una moltitudine di fattori.

Dando per scontata la definizione della musica contemporanea come “Opera d’arte nell’era della riproducibilità tecnica”, citando il titolo di un famoso saggio di Walter Benjamin, nel sottobosco dei quartieri delle nostre città e tra le vie dei nostri borghi, si possono trovare discrete realtà musicali, molte ancora acerbe, dotate di una predisposizione artistica che andrebbe sicuramente valorizzata. A questo punto però, si dovrebbe andare ad aggiungere un altro pezzo del puzzle riguardante la scena musicale regionale: la mancanza totale di infrastrutture e sovrastrutture necessarie allo sviluppo di progetti a livello nazionale.

La differenziazione industriale/sociale è molto importante in questo caso: è decisiva la diversità e la sussidiarietà che strutture pensate per le esibizioni musicali (live club, pub, discoteche ecc.) hanno nei confronti nella creazione di un sistema sociale dove le giovani generazioni hanno un motivo per fare musica, oltre che ad un semplice e “classico” impulso artistico.

Un underground in Umbria c’è sempre stato,
ma da qui non è mai uscito
un progetto che abbia guadagnato
considerazione a livello nazionale

Un substrato culturale, un underground in Umbria c’è sempre stato, ma da qui non è mai uscito un progetto musicale che abbia guadagnato considerazione su scala nazionale. Nemmeno i Fast Animals And Slow Kids di Perugia, quelli che ci sono andati più vicini, negli anni Dieci di questo secolo, ci sono riusciti compiutamente. Umbria Jazz, l’evento cardine musicalmente parlando dell’intera zona, si adagia sugli allori, nel tentativo di rimanere a metà tra un festival di nicchia e l’invito di ospiti pop dalla grande attrattiva dimenticandosi però di tutti i giovani locali non necessariamente interessati alla musica jazz cui gioverebbe sicuramente l’esposizione mediatica fornita da un brand affermato come quello perugino. Sarà dunque interessante esplorare insieme le possibilità che i musicisti umbri hanno per far conoscere la loro musica e di come a livello sociale gli artisti si incrocino tra di loro dando vita a una vera e propria cultura.

Una riflessione su questi temi non può prescindere dalla tendenza contemporanea, dettata dalle leggi di mercato, che punta sulle singole canzoni quasi a simboleggiare la dittatura dell’ascolto rapido che cancella la possibilità di scoprire cose nuove senza mai concentrarsi a comprendere ciò che le nostre orecchie hanno appena udito. Questo ha purtroppo condizionato gli stessi artisti, i quali tendono a puntare su singoli brani che toccano solo fugacemente alcune corde dell’animo piuttosto che sulla creazione di una lunga opera coerente e capace di descrivere sensazioni complesse.

Anche le band più promettenti
rischiano di farsi contagiare
dalla sindrome dell’ascolto facile
da consegnare alle piattaforme streaming

Anche in Umbria gli artisti sono stati contagiati dalla sindrome del facile ascolto. Quello che è uno dei migliori gruppi della nostra regione, Falegnameria Marri, band perugina formata da otto elementi, ne è l’esempio lampante. L’EP d’esordio della band, intitolato “Ritmi Bizzarri”, è un disco di una densità sonora e lirica semplicemente incredibile. Suoni ricercati si fondono con la voce delicata ma potente della giovane cantante realizzando un cocktail dalle potenzialità internazionali. Eppure dopo l’attento ascolto di questo album, se si va ad ascoltare il loro ultimo singolo, il brano più ascoltato sulle piattaforme online, intitolato “In Questo Mare”, l’impressione che si ricava è quella di un brano poco ispirato, dove la densità sonora citata sopra prima viene meno e fa posto a un bel po’ di paraculaggine filo-indiepop. Non conoscendo i retroscena sulla composizione del brano, non si può concludere se è stato scritto nel tentativo di dare uno slancio di popolarità alla band o è semplicemente una composizione non a livello del disco d’esordio, ma in ogni caso risulta un esempio calzante che convalida la visione esposta sopra.

Di questo fenomeno si parla molto poco. L’avvento dell’ascolto web ha messo in un angolo l’unità di misura che, per decenni, ha indicato il valore artistico di un musicista o un gruppo di musicisti: il long-playng, l’LP. Come a scuola, gli LP pubblicati nella mia personale opinione riescono a fotografare perfettamente il percorso artistico di uno o più individui. I singoli brani, le emozioni rapide ed intercambiabili che l’ascolto streaming ci garantisce, nel mondo contemporaneo avranno sempre più rilievo rispetto all’attenta analisi di un’opera finita. D’altronde Mark Fisher nel suo libro “Realismo capitalista” l’aveva già descritto in un modo molto preciso: «La musica pop non viene vissuta per il suo potenziale impatto sullo spazio pubblico, ma relegata a «ediPodico» piacere consumistico e privato che ci trincera dalla socialità».

Foto da pixabay.com

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