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Il diario di una stagione al lavoro. Parte 5. È finita

Il mare in autunno

Questa è la quinta parte di un diario il cui autore è un neo laureato che ha scelto di lavorare in una città di mare nel periodo estivo. È un racconto in prima persona, che si è svolto in diverse puntate, delle vacanze viste con gli occhi di chi lavora. Qui c’è la prima parte, qui la seconda, qui la terza e qui la quarta

di Giorgio Fagioli

La penna, o per meglio dire, le dita sulla tastiera si fermano nello scrivere. Le settimane successive al mio ultimo articolo sono state ricche di impegni che non mi hanno permesso di produrre ulteriori parole sull’esperienza che stavo attraversando, complice anche la mancanza di un collegamento a internet che mi ha spinto a rimandare il tutto a quando mi sarei trovato in una condizione migliore. Non lo nego, l’ultimo mese della stagione estiva è stato tosto, sia per le temperature, sia per il carico di lavoro che ci è stato assegnato. Le prenotazioni sono aumentate e l’albergo è stato riempito per intero, inoltre con il ferragosto di mezzo e il cambiamento della clientela, con i momenti di svago ridotti a poche ore al giorno, ci si trovava in una routine consolidata che si ripeteva di giorno in giorno. Sembrava di essere entrato in un sogno ricorrente, dove solamente la sera si staccava la spina da quei luoghi che ormai trovavi familiari ad ogni tuo risveglio. Ogni angolo, ogni sedia, ogni tavolo o utensile utilizzato lo riconoscevi al tatto e all’odore, come se fosse stato sempre lì, integrato con la tua memoria. I clienti e le battute con i colleghi cambiavano, eppure sembrava di aver già vissuto il tutto almeno un’altra volta.

Ci sarebbero diversi aneddoti da scrivere, derivati da tutti coloro che hanno messo piede almeno una volta nell’ingresso principale della struttura, ma lascio all’immaginazione di coloro che si cimenteranno nella lettura di queste righe. Una struttura ricettiva che in soli tre mesi ha visto passare persone di tutte le tipologie e provenienze, venute per godersi momenti di svago e di relax, per staccare dalla routine consolidata che vivono. Persone che hai imparato a conoscere, anche se alloggiavano solo per pochi giorni, di cui hai conosciuto le abitudini, le caratteristiche, i nomi, le passioni e le storie.

Inizio con lo scrivere di alcune delle attività eseguite. Il cappuccino ha preso la forma di un cappuccino (non è sempre stato così), nonostante si possa sempre migliorare. Una schiuma chiara che non si smonta durante il servizio con il vassoio al tavolo. L’apertura dei vini non ha destato particolari intoppi, a parte alcuni colli di bottiglia (un bianco in particolare, che ha il collo ondulato nel quale bisognava prendere le misure con il goniometro) o sugheri che mi hanno creato diversi grattacapi, però nel mentre ho avuto la possibilità di rimanere a contatto con il cliente per alcuni secondi in più e scambiarci qualche battuta. Il rango a me assegnato, al centro della sala, combaciava con l’ingresso al pass per la cucina e con il punto verso il quale erano indirizzate le casse che servivano per trasmettere la musica che veniva utilizzata come sottofondo. Alcuni dei ritornelli ascoltati centinaia di volte non risuonano più, e devo dire che non sento la loro mancanza. La sala ampia e ben organizzata ha permesso l’utilizzo dei guéridon, il carrello di servizio, non tanto per portare le pietanze al tavolo, quanto per lo sbarazzo, soprattutto a fine servizio.

L’immagine più nitida che ricordo è stata durante il pranzo di ferragosto. Ho alzato lo sguardo – il più delle volte osservavo i tavoli – in direzione della sala e mi sono reso conto di quante persone erano presenti. Un sussulto mi ha accompagnato nel vedere dove mi trovavo e cosa stavo facendo in quel momento. Tavoli pieni di persone che mangiavano e parlavano tra di loro. Ho incrociato velocemente lo sguardo con alcune di loro e poi, sentendo la chiamata da parte del pass con la campanella, mi sono diretto a prendere i piatti che provenivano dalla cucina. Ho provato a replicare, nei giorni successivi, quella stessa immagine con le sensazioni annesse, ma l’impatto non è stato lo stesso. Mancava di sostanza, ma soprattutto di novità.

Sono passate due settimane, nel momento in cui scrivo, da quando ho messo piede nella sala del ristorante per l’ultimo servizio. La sala semivuota è diventata un luogo di ricordi e l’ultimo piatto servito, o l’ultimo riportato indietro, perché il cliente aveva finito di mangiare, mi ha lasciato un senso quasi nostalgico di ciò che ho fatto in questa estate. Gli attimi vissuti evocano immagini ricche di dettagli, in cui realizzi che la stagione è finita e ti ritrovi immerso nei luoghi che hai vissuto per anni, a partire dal numero civico in cui vivi. Per alcuni giorni, l’essere tornato a casa con le mie comodità, non è stato prettamente come mi aspettavo. Si è passati dalla frenesia e la corsa nell’allestire la sala ristorante, alla tranquillità di poter riposare e rilassarsi con modalità e tempi diversi.

Provare ciò che ti lascia un’esperienza simile non è del tutto spiegabile a parole, ma andrebbe vissuto. Abbandonate, per quanto possibile, la routine che avete e lasciatevi coinvolgere dall’ignoto della scoperta. Vi invito a partire, in qualsiasi luogo che vi porti a conoscere altri posti e dove l’unica persona su cui potrete fare affidamento deriva dalle vostre scelte.

Foto di copertina dal profilo di Elisabetta Di Girolamo nel sito fotocommunity.it

Ultimo aggiornamento: 11/10/2021

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