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Lavorare meno, lavorare tutti e tutte

Domenico De Masi

di Giorgio Fagioli

Nella redazione di Cronache Umbre è diffusa l’abitudine di ascoltare RaiRadio3: una fonte inesauribile di stimoli e strumenti per scandagliare la realtà oltre il rumore e la nebbia dei media e dei social. Volendo occuparci delle caratteristiche di profondità del modo di vivere italico, niente di più utile di un dialogo a sei voci (più quella del conduttore, Piero Del Soldà) tenuto nel giorno della Festa dei lavoratori di quest’anno: perfettamente inserito nell’occasione il tema scelto da Tutta la città ne parla.

Sarà per gli anni che lo alleggeriscono da ogni timore ma un pregio di Domenico De Masi, a buon diritto decano dei sociologi italiani, è quello di andare subito al nodo delle questioni: in Italia (e non solo) bisogna ridurre l’orario di lavoro. Un tema costantemente rimosso persino nel dibattito sul lavoro “agile” (cosiddetto smart, intelligente in lingua inglese). Tagliare il tempo dedicato alla produzione: esattamente il contrario di quanto è accaduto, durante la fase di confinamento, a tutte le persone impiegate in aziende private e alla parte più coscienziosa dei dipendenti pubblici.

Il “vizio” italiano degli straordinari

Una delle critiche più radicali di De Masi è quella contro la tendenza a rendere normale l’orario straordinario, ormai una voce strutturale degli stipendi di quadri intermedi, funzionari e manager. De Masi, all’inizio del suo intervento, evidenzia questo problema mettendo a confronto Germania e Italia: nella prima si lavora di meno e si guadagna di più rispetto alla seconda: «Bisognerebbe subito vietare l’overtime in Italia, gli italiani lavorano in media 1.800 ore all’anno contro le 1.400 ore dei tedeschi e così naturalmente il problema della disoccupazione non si risolve, con quegli orari tedeschi hanno il 79% di occupati mentre noi solo il 58%. Vietare l’overtime è la prima cosa, e poi ridurre l’orario di lavoro altrimenti alcuni lavoreranno 10 ore al giorno e i figli saranno completamente disoccupati».

Questioni di non poco conto diventate endemiche in un paese come l’Italia piegato da criteri ragionieristici che governano Stato e regioni, dall’evasione fiscale, dalla corruzione, dalle mafie. Un paese che sembra aver rinunciato a qualsiasi rivendicazione sociale, a cominciare dal diritto a un lavoro dignitoso. Ragioni per cui i pilastri del ragionamento di De Masi meritano di essere ben compresi, a partire dalla differenza tra telelavoro e lavoro agile: forme di impiego regolamentate in modi diversi.

La “pigrizia” dei dirigenti inchiodati al controllo dei processi

Il telelavoro viene regolamentato nel 2004 con l’Accordo interconfederale (per il settore privato) e lo smart working viene regolamentato dalla legge 81/2017. Ciò che viene criticato da De Masi è proprio l’entrata in vigore di questa possibilità lavorativa. Infatti, ricorda il sociologo: «Ci battiamo, almeno alcuni di noi lo fanno, per il telelavoro dagli anni ‘80 perché rappresenta un vantaggio per tutti: per l’azienda, per il lavoratore, per la città. Però il 3 marzo lavoravano 570 mila persone in telelavoro, secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano. Una settimana dopo lavoravano 8 milioni in smart working. Come mai non l’avevano fatto prima, visto che c’erano i vantaggi? Soprattutto il vantaggio di un 15-20% in più di incremento della produttività e non si è fatto! Perché dietro 8 milioni di lavoratori ci sono 800 mila capi, almeno, che non lo volevano, così come non lo volevano forse i sindacati, allora c’è da fare tutta la formazione. La formazione dei leader a convertire una organizzazione e una leadership basata sul controllo del processo a una leadership basata sul controllo degli obiettivi».

A sostegno delle sue considerazioni De Masi cita l’Osservatorio in materia del Politecnico di Milano: lo smart working consente di aumentare la produttività del 15-20%. I problemi rimangono quelli della formazione dei lavoratori e della definizione degli obiettivi. Il rischio, non è solo quello derivato dall’impossibilità di mettere in atto la pratica dello smart working per mancanza di competenze o di possibilità in termini di connessione a banda larga, ma anche quello di minare la libertà del lavoratore in termini di orario o di privacy. Quello che potrebbe accadere, tramite questa modalità, è che l’orario di lavoro effettivo non venga rispettato e si potrebbe lavorare di più rispetto a quanto definito nel contratto di lavoro.

Durante i tre mesi di quarantena a causa del Covid-19 il lavoro è stato sempre più pervaso dalle tecnologie informatiche. I social media hanno ampliato la possibilità di connettersi e fare rete, anche nel luogo di lavoro le modalità lavorative sono cambiate. La possibilità di lavorare da casa permette, in linea teorica, di autogestirsi il tempo e di scegliere le priorità. Potenzialmente si dispone di strumenti di confronto e colloquio, i diversi software sono funzionali agli obiettivi stabiliti. La tecnologa informatica alimenta la sensazione di infinite possibilità di intervento anche a beneficio di chi effettua un lavoro dipendente.

Cos’è il telelavoro

L’etero direzione del datore di lavoro si manifesta nell’esecuzione della prestazione sotto direttiva con cadenza di tempi lavorativi. Il telelavoratore svolge la propria attività da una postazione fissa ed è tenuto a rispettare gli orari d’ufficio. Riguardo alla sicurezza, il datore di lavoro ne è responsabile, e ai telelavoratori si applicano le medesime norme per i dipendenti in azienda o in ufficio. Il datore di lavoro deve informare e formare il lavoratore sulle fonti di rischio specifiche e generiche, adottando tutte le misure di prevenzione e protezione per ridurre i rischi professionali

Cos’è lavoro agile (smart working)

Nel lavoro agile, l’esercizio del potere di direzione e controllo del datore di lavoro è rimesso all’autonomia negoziale delle parti tramite l’accordo, dove si specificano le modalità di esternazione e gli eventuali comportamenti sanzionabili. In questa forma di lavoro, in sostanza, a differenza del telelavoro, il potere datoriale si realizza attraverso l’organizzazione del lavoro anche per fasi, cicli e obiettivi, nella scelta di  strumentazione e programmi informatici che permettono la connessione da remoto con la realtà interna aziendale, nei tempi di definizione del risultato, nello svolgimento dell’attività, secondo le finalità istituzionali pubbliche o private. Il rispetto della normativa in materia di salute e sicurezza è assicurato tramite la consegna al dipendente agile e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di un’informativa scritta in cui sono individuati i rischi generali e quelli specifici connessi alla modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. Al lavoratore in modalità agile, inoltre, viene riconosciuto il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche in dotazione, per evitare sovrapposizioni fra dimensione lavorativa e personale.

Lo smart working ha creato nuove possibilità lavorative, garantendo la possibilità di lavorare, ma anche quella di potersi organizzare. Lo straordinario – overtime, superiore alle ore lavorative pattuite (6-8 ore, in base al contratto), è un rischio molto più presente soprattutto in smart working.

Le infrastrutture

Un discorso del genere però, non si può concludere senza un rapido cenno alle infrastrutture digitali che scontano forti carenze in Italia per il divario tra territori, tra zone urbanizzate e rurali. A scontarne gli effetti sono tutte quelle persone e/o aziende che non hanno la possibilità di poterle utilizzare per carenza di competenze o di possibilità in termini concreti per la mancanza di strumenti.

Nella fase 2 del Covid-19, lo smartworking è la modalità di lavoro più utilizzata, per quelle aziende che possono riuscire a permetterselo. I dati ancora non sono stati elaborati, ma l’incremento è stato notevole. Coloro che ne hanno subito gli svantaggi sono state le Pmi, gli esercizi ricettivi e i liberi professionisti che non sono riusciti ad adattarsi a questa modalità.

Nel rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del 2019, Penetration of teleworking, 2015: Share of workers having teleworked at least once in their life, in How’s Life in the Digital Age?: Opportunities and Risks of the Digital Transformation for People’s Well-being (pag.152), viene data una panoramica dell’Italia a proposito del divario tecnologico:

«L’Italia è più esposta ai rischi della trasformazione digitale di quanto ne raccolga le possibilità, rispetto agli altri Paesi dell’Ocse. L’uso di Internet e la varietà di attività possibili per cui le persone utilizzano Internet sono bassi. Allo stesso tempo, il livello di disuguaglianza nell’utilizzo di Internet è tra i più elevati dei paesi Ocse, il che significa che mentre un piccolo gruppo di persone utilizza Internet per un’ampia gamma di attività online, la maggior parte delle persone queste attività non le conosce. Grazie all’utilizzo del computer, in Italia, le persone hanno avuto la possibilità di effettuare lavori meno stressanti e intensi, ma le industrie dell’informazione contribuiscono relativamente poco all’occupazione complessiva e si stima che il 15% dei posti di lavoro sia ad alto rischio automazione, dato che è superiore alla media Ocse. L’Italia è esposta ad alcuni rischi chiave della trasformazione digitale, tra cui una grande mancanza di competenze digitali tra gli insegnanti, con il 36% degli stessi, che indica un’elevata necessità di sviluppare le proprie competenze».

Ultimo aggiornamento 25/8/2020

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