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Il coworking di Perugia-Fontivegge, cronaca di un fallimento

La Biblioteca delle Nuvole di Perugia

“Binario 5”, il coworking aperto nella zona di Fontivegge a Perugia che in sede di inaugurazione fu descritto come la prima pietra per costituire in Umbria una nuova Silicon Valley, ha chiuso i battenti. Ripercorrere la vicenda disgraziata di quel progetto può aiutare a capire come la città va vista come un sistema, non come terreno di propaganda su cui innestare interventi spot

di Fabrizio Marcucci

A riportare le cronache di appena due anni e mezzo fa, quando si tenne l’inaugurazione in pompa magna, e a tracciarne un bilancio oggi, si rischia di fare la parte dei senza cuore. Ora che però “Binario 5” non esiste più, e che nei suoi locali è traslocata la Biblioteca delle Nuvole, questa sì, un’eccellenza perugina, una prospettiva ex post va pur tracciata, e un bilancio si deve pur fare. Per tutta una serie di ragioni, la prima delle quali non è la critica a chi fu protagonista del taglio del nastro e volle il progetto, ma la messa a fuoco di un concetto: dai fallimenti, se ci si dispone a comprenderne le ragioni, si può imparare.

Intanto, cosa è, o meglio, cosa doveva essere “Binario 5”? Uno spazio di coworking davanti alla stazione di Fontivegge che non doveva solo contribuire alla riqualificazione di un non luogo disgraziato, ma aiutare Perugia ad acquisire «il ruolo di baricentro dell’innovazione digitale e della new economy, grazie alle esperienze più innovative di incubazione e accelerazione di impresa che arriveranno», come disse l’assessore (all’epoca comunale, oggi regionale) allo Sviluppo economico, Michele Fioroni, il giorno dell’apertura, 12 dicembre 2018, secondo la cronaca che ne fece il sito Umbria24.

Si può capire l’enfasi. Fontivegge è stato uno degli epicentri degli episodi di microcriminalità che hanno contribuito alla percezione di Perugia come una delle capitali della perdizione; ciò ha aiutato la destra a conquistare il governo della città prima, e della regione poi, con campagne e slogan securitari. Aprire un coworking lì appariva come la svolta in grado di invertire la rotta con una mossa pure dal vago sapore progressista: non solo repressione ma anche riqualificazione. La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia mise sul progetto 440 mila euro, il sindaco Romizi disse che da quel giorno Fontivegge diventava «il cuore pulsante dell’innovazione del territorio», altro che crimine! Non è stato così. Nelle cronache dell’inaugurazione si dava conto di «un birrificio sociale, un’attività di welfare innovativo legato a un progetto di medicina a distanza e un hub agroalimentare a filiera corta» che avrebbero dovuto insediarsi nel coworking di lì a un mese. Non è successo niente di tutto questo se a settembre 2020, il presidente del raggruppamento temporaneo di imprese che gestiva il sito, Carlo Di Somma, dichiarava a Umbria 24 che quei locali erano stati per un periodo il punto d’appoggio del personale di Open Fiber che stava cablando Perugia e poco più. Decisamente poco per fare del capoluogo regionale «una nuova Silicon Valley».

Nel frattempo Fontivegge ha continuato a essere uno dei crocicchi perugini a più alta densità di spaccio, prostituzione e microcriminalità, con accoltellamenti periodici esattamente come avveniva ai tempi in cui Perugia era governata dai rossi.

Cosa è successo, allora? “Binario 5” è la testimonianza di come i progetti di riqualificazione calati dall’alto, nonché lautamente sovvenzionati e seppur concepiti con le migliori intenzioni, spesso non funzionano. Le Silicon Valley non sono fusioni a freddo, si nutrono di un ecosistema che si stabilisce in anni di relazioni e scambio di competenze. Un quartiere disgraziato, un non luogo che è solo spazio di transito, come è Fontivegge, non lo si riqualifica con un coworking dove ci si illude che andranno a lavorare i futuri Bill Gates perugini. La città, insomma, non è un insieme di articolazioni indipendenti le une dalle altre, ma un corpo pulsante che va concepito come un sistema in cui il movimento delle variabili interagisce continuamente. La città è mobilità, trasporti, aree verdi, cultura, capitale umano, istruzione, socialità, edilizia, ambiente, sicurezza tutti insieme, non un insieme di quei pezzi presi uno a uno. Per questo non aiutano gli slogan securitari, se non vengono accompagnati con progetti di sistema, e anzi, il sospetto è che quanto più si ricorre alle scorciatoie degli slogan tanto meno si progetti; per questo certe dichiarazioni rischiano di diventare impietosamente dolorose quando tornano indietro a mo’ di boomerang.

Nel progetto fallito di “Binario 5” sono stati coinvolti pezzi di politica, di istituzioni, di mondo della cooperazione che invece di continuare a rischiare di vivere in una bolla e a fare progetti dall’alto per acquisire fondi potrebbero tentare di contaminarsi con le buone pratiche che si manifestano qua e là per l’Europa e per il mondo: Gillett Square a Londra, solo per fare un esempio, è stato per anni un posto in cui andare a farsi di crack o a smaltire la sbornia, se è diventata la piazza multicolore che è oggi lo si deve a uno sforzo di associazioni di quartiere durato anni, non all’inaugurazione a effetto di un momento. “Binario 5” è importante perché ci dice come non deve essere formulato un progetto, come non devono essere spesi i soldi, e come la politica e certi pezzi di società molto ben inseriti dovrebbero trovare il modo di credere un po’ meno a se stessi, acquisire una prospettiva che vada oltre il claustrofobico qui e ora, e profondere sforzi maggiori per capire le città che governano, tenendosi lontani da clamore e propaganda.

Nella foto, i locali in cui era stato allestito il coworking in cui oggi si è trasferita la Biblioteca delle Nuvole

Ultimo aggiornamento 16/7/2021

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