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L’idea di Umbria (che non c’è)

Un picnic sul prato a Castelluccio di Norcia

di Fabrizio Marcucci

Non è il piano regionale per il Recovery fund. I 650 progetti di cui si è parlato nelle settimane scorse che l’Umbria ha recapitato alla conferenza Stato-Regioni non possono esserlo, non fosse altro perché il piano non è stato definito neanche a livello nazionale, e il cambio di governo ha ulteriormente complicato il quadro. La procedura peraltro sarà centralizzata presso il ministero dell’Economia, secondo quanto il neo presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha scandito davanti al Parlamento nel suo discorso per la richiesta della fiducia, e di quei 650 progetti per una spesa complessiva di 6,4 miliardi ideati in Umbria non si sa quanti supereranno il vaglio né se e come verranno modificati.

Però quella mole di documentazione rappresenta più di qualcosa. La presidente della Regione, Donatella Tesei, l’ha definita nell’aula del Consiglio regionale «un compendio di tutti i progetti disponibili che rientrassero nella possibilità di rendicontazione entro il 2026» fatto a beneficio del vecchio Governo che l’aveva richiesto nei mesi scorsi. Quelle insomma sono le direttrici su cui Palazzo Donini sta lavorando, a prescindere dal Recovery, e sebbene Tesei abbia derubricato il loro invio alla conferenza Stato-Regioni a «semplice lavoro tecnico degli uffici», in esse c’è, o dovrebbe esserci, l’Umbria che l’attuale Giunta regionale immagina nel medio periodo.

Di più. Poiché qualsiasi porzione di territorio non coincide col suo assetto di governo, ma è comunità, circolazione di idee, approccio alle cose, quel materiale, ancorché allo stato grezzo, consente una sorta di analisi dell’humus su cui sono conficcate le radici di questa regione. Si tratta quindi di documentazione che ha una sua valenza che si potrebbe addirittura definire strategica.

Si potrebbe, vale la pena usare il condizionale. Perché quello che pare mancare a quel corpus è proprio il collante di una strategia. Una lacuna che rende i progetti che in questo momento costituiscono il cuore del lavoro di Palazzo Donini un coacervo di buone intenzioni, ottime intuizioni, velleitarismi e visioni datate che faticano a evolversi in un’idea generativa, e che spesso sono in contraddizione. Convivono il progetto per la realizzazione di un polo regionale dell’idrogeno e della mobilità alternativa e quello di varianti stradali (il cosidetto “nodino” di Perugia) che mangerebbero suolo per richiamarci sopra i veicoli privati, con buona pace della mobilità alternativa stessa; c’è l’idea di fare dell’Umbria una Silicon Valley italiana e quella di un empowerment delle donne che esula completamente da una riforma del welfare e punta, se non esclusivamente in larga misura, sulla acquisizione di managerialità, tralasciando il dato di fatto che il problema delle donne non è quello delle loro competenze ma di una organizzazione sociale che le condanna spesso a scegliere tra genitorialità e lavoro. Ancora: la transizione ecologica è il cuore delle politiche che Bruxelles intende incentivare con i fondi del Recovery, eppure si scommette sulla produzione di combustibile dai rifiuti invece di puntare verso una compiuta strategia “rifiuti zero” che sarebbe il coronamento di un’economia circolare degna di nome.

Non è possibile qui fornire un punto di vista su ogni singolo progetto. Quello che vale invece la pena di sottolineare è la estrema atomizzazione delle vie che si intendono seguire per tentare di realizzare l’Umbria del futuro; una caratteristica che è la debolezza intrinseca di quella progettualità, e che è testimoniata dai doppioni che si rinvengono nella lista consegnata dai vari uffici in cui è parcellizzata la macchina amministrativa e assessorile della Regione: una serie di compartimenti stagni che fanno vita a sé, si direbbe. Per fare un esempio: gli studios di Papigno e del Centro multimediale di Terni dovrebbero diventare, a seconda dei diversi progetti di cui sono oggetto, o delle nuove Cinecittà o degli incubatori di imprese innovative. O, ancora: ci sono decine di progetti che riguardano la digitalizzazione della medicina e della pubblica amministrazione che non pervengono però mai a una visione compiuta né dell’una né dell’altra. Ancora: la questione del ripopolamento delle aree interne, invece che dall’offerta di servizi innovativi e dal risarcimento per i tagli degli anni passati, pare debba passare dal rendere l’Umbria il paradiso dello smart working. Si tratta di indizi che convergono verso una conclusione: le parti del corpo non comunicano tra di loro e manca un cervello a coordinarle. Il tratto distintivo pare essere insomma la mancanza di una visione sistemica di questo pezzo d’Italia che sembrerebbe non avere né storia né vocazioni. La chimica verde è una delle eccellenze del Ternano, ma fatta eccezione per la pur lodevole intuizione del polo per l’idrogeno, non compare altrove. La pubblica amministrazione è uno dei settori centrali del capoluogo di regione, si potrebbe approfittarne per puntare su una sua digitalizzazione spinta che ne faccia un esempio innovativo a livello nazionale, invece al di là di qualche singolo progetto manca, ancora una volta, la visione sistemica, il dialogo fra le varie parti del corpo. Ancora: se la transizione digitale sarà una delle colonne del Recovery plan, sarebbe bene formare dei tecnici che sappiano gestirla, invece non si va al di là di un generico piano di finanziamento degli istituti tecnici senza entrare nel merito. Di più: ci sono almeno un paio di progetti doppione che puntano a costruire itinerari per il turismo, ma non c’è niente che faccia pensare alla realizzazione di parchi a tema in una regione le cui ridotte dimensioni li renderebbero congeniali e attrattivi: l’Umbria delle acque, l’Umbria delle montagne, l’Umbria dei borghi, l’Umbria della cultura.

E poi ci sono altri due ingredienti che restituiscono la visione della regione piuttosto sfocata, anzi, monodimensionale. Ci sono una pletora di progetti che puntano al finanziamento, alla capitalizzazione e alla costituzione di fondi appositi per l’impresa. Non ce n’è uno che faccia leva sul capitale sociale diffuso delle associazioni, dell’impresa sociale in forma cooperativa, dello sforzo collettivo per il raggiungimento di obiettivi comuni. Il tratto saliente che emerge è quello della leva su un capitalismo datato, costituito dall’imprenditore singolo che trasmette per via ereditaria la propria azienda; una visione feudale, mentre l’idea alla base del Recovery è proprio quella della modernizzazione di un capitalismo stantìo. Un dato confermato dal fatto che la partecipazione delle persone è espunta dai progetti, i quali paiono per lo più calati dall’alto e, come detto, non sembrano poggiare su basi di realtà. Perché dire che si vuol fare dell’Umbria la Silicon Valley italiana può essere cool, ma mancano le fondamenta, che invece ci sono per fare altre cose (la chimica verde, ad esempio, come già sottolineato, un distretto tessile di qualità, un riappropriarsi della metallurgia); sostenere che bisogna andare verso l’empowerment femminile fa molto american, ma se non si riforma in maniera innovativa, visionaria e pragmatica al tempo stesso l’offerta dei servizi (tema questo su cui l’Umbria vanta una storia), quello resta un inglesismo figo.

Certo, c’è il ripristino idrogeologico, c’è l’accenno a mettere mano alla ormai inveterata mancanza di innovazione delle imprese che è diventata forse la piaga più dolorosa di questa regione; ci sono la messa a norma degli edifici scolastici, sprazzi di verde urbano che però non diventa mai leva per una nuova idea di città. Ma quello che manca è un’idea dell’Umbria che verrà. Una lacuna macroscopica, e non da oggi. E non solo a livello politico o di rappresentanza, la quale è conseguenza sociale, non causa. Quell’idea di futuro manca nel terreno su cui affondano le radici di questa regione, che si va essiccando pericolosamente; manca nelle associazioni di categoria che rappresentano sempre i soliti e sempre più stancamente; manca nella coazione a ripetere; manca in un sindacato troppo spesso seduto, manca nelle eccellenze regionali, che ci sono, ma che visto il panorama preferiscono ritrarsi e non intervenire sul palcoscenico pubblico, giudicato irreversibilmente pregiudicato. Così finisce che il visionario diventa velleitario, gli inglesismi sono il dito dietro cui nascondere lacune, e la transizione verde viene inquinata dal cemento e dal combustibile da rifiuti.

E manca la transizione al sociale, senza la quale ogni terreno è destinato a isterilirsi. Sotto traccia sembra esserci il famoso adagio di Margaret Thatcher: «Non esiste la società, esistono solo gli individui»; paghiamo oggi, e care, le conseguenze del pensiero egemone sotteso a quella frase.

Foto dal profilo Flickr di Chris Ford

Ultimo aggiornamento 19/2/2021

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