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Le tecnologie digitali al tempo del Coronavirus

di Stefano Fancelli*

In questi giorni drammatici dell’epidemia la tecnologia digitale sta interagendo con le nostre vite in molti modi.
Lo smart working sembra aver cambiato radicalmente il nostro modo di lavorare.
Le piattaforme di dialogo e i social network dominano il nostro tempo quotidiano, adesso che non c’è più molta distinzione tra il tempo libero e l’inattività forzata, sopratutto per chi vive la pratica del distanziamento sociale rimanendo in casa.
Scopriamo l’importanza di avere una buona connessione: un diritto non riconosciuto a tutti nella nostra regione, come hanno dimostrato alcuni articoli presenti su Cronache Umbre.
L’e-commerce e le consegne a domicilio stanno creando nuove opportunità per le imprese agricole e per i produttori più dinamici.
Il delivery ci mette di fronte alla condizione sempre border line dei riders, che anche nell’emergenza sembrano essere lavoratori con meno diritti, anche se almeno il traffico è un pericolo in meno, viste le strade semi deserte delle nostre città.
Possiamo misurare la contraddizione tra le opportunità di semplificazione offerte dalle tecnologie digitali e le difficoltà di un sistema ancora tarato sulle procedure analogiche o che comunque non riesce a gestire al meglio le opportunità e la potenza del digitale.
Pensiamo a servizi che ci semplificano di molto la vita: all’identità digitale (SPID), all’utilizzo di portali e modalità on-line di svolgere tutte le procedure di accesso ai servizi e alle informazioni offerti in questa emergenza dalle istituzioni.

Ma in queste ore chiunque abbia avuto a che fare con il sito dell’INPS può comprendere di cosa sto parlando e misurare per l’appunto questa patente contraddizione.
Il tema più centrale nel dibattito è quello sull’utilizzo dei dati e della tecnologia per contrastare la diffusione del Virus e accelerare il ritorno ad una vita più serena e produttiva per tutti.
Per brevità posso dire che mi piacerebbe condividere l’ottimismo di Yuval Noah Harari sull’utilizzo della tecnologia per tracciare la vita delle persone, la loro salute e le loro attività, al solo fin di prevenire la diffusione del contagio e tutelare al meglio la loro sopravvivenza, per di più rendendo compatibile questa azione con la tutela della loro privacy.
Ma in realtà condivido molto di più l’analisi di chi, come Evugenij Morozov, ci ha spiegato in profondità il lato oscuro del potere che deriva dal controllo dei dati di miliardi di persone, la falsa promessa che la rete e l’IA siano in grado di risolvere ogni problema del mondo, soprattutto dato che questo potere è di proprietà dei padroni delle piattaforme digitali o a disposizione di regimi non democratici.
Fino ad oggi la potenza della profilazione estrema ha creato ricchezze immense, ridisegnando la catena del valore, basti pensare al ruolo delle piattaforme digitali in ogni attività umana: dalla creazione di contenuti alla consegna in tempo reale di beni, dai servizi avanzati dell’IOT in ogni campo, fino per l’appunto alla nuova generazione di servizi legati alla salute e alla sicurezza.
È la ricchezza e il profitto che determinano le azioni della aziende capitaliste, salvo poi chiedere umilmente scusa quando le loro tecnologie falsano i risultati di un’elezione decisiva per il futuro di una comunità o distruggono la vita delle vittime delle Fake news, vedi alla voce Cambridge Analytica o Referendum sulla Brexit.

Per chi ritiene sufficiente la loro rassicurazione sul fatto che “non lo faranno più”, questo mondo digitale di proprietà dei nuovi monopolisti naturali può essere effettivamente il migliore dei mondi possibili: basta rinunciare allo stato di diritto e al libero mercato. Non possiamo far finta di non sapere che il controllo pervasivo e violento nella vita delle persone è solo potenziato dai sistemi digitali, ma il controllo è l’essenza stessa dei regimi non democratici: confondere i metodi di controllo sociale di una dittatura con il potere salvifico di una APP è così ingenuo da sembrare quasi ipocrita.
La Cyber sicurezza e la necessità di infrastrutture digitali che non siano funzionali a strategie non democratiche o di spionaggio industriale, si pensi al 5G, o di condizionamento delle elezioni e del dibattito pubblico sono delle priorità che non possono venire meno neanche di fronte al pericolo di questa pandemia.

Chi invoca la cessione di diritti e di libertà personali per il bene supremo della salute dovrebbe ricordare che un segmento minimo di queste tecnologie basterebbe a stroncare totalmente l’evasione fiscale, se solo uno stato ponesse i propri cittadini di fronte ad una rinuncia alla propria libertà, con l’obbiettivo prioritario di riuscire a far pagare le tasse per non dover tagliare i posti in terapia intensiva e la rete territoriale della salute, come è accaduto in Italia negli ultimi trenta anni.
Già mi immagino le grida feroci contro lo stato di polizia tributaria.
No, una cessione temporanea dei diritti e delle libertà è pericolosa, perché l’Ungheria di Orban non è un caso isolato, anche in altri Paesi sono presenti i germi della democrazia autoritaria.
In verità nel mercato sono già presenti sistemi informativi e di tracciamento così sofisticati ed efficienti da poter assistere un utente nel mezzo di una epidemia, come è accaduto per Ebola, o di una guerra civile, o più banalmente per il fine settimana degli sconti.

Sono soluzioni di mercato che assistono, danno consigli, orientano, registrano, certificano con chi, cosa e come sta operando il cliente.
Funzionano grazie a sistemi automatici e immediati di raccolta dati: sul meteo, sul traffico, sugli spostamenti delle utenze telefoniche, sui consumi energetici, sulle vendite, sui servizi pubblici, sulle attività di sicurezza fino all’intelligence.

La sanità digitale è ricca di soluzioni che permettono un’analisi dei comportamenti e degli stili di vita, per aumentare l’aspettativa di vita di chi se le può permettere, o ridurre i rischi di chi sulla salute altrui intende comunque lucrare, come le assicurazioni sanitarie.
Non parliamo poi dell’immensa forza degli algoritmi predittivi sui consumi e i comportamenti delle persone: con la giusta base dati è la legge dei grandi numeri che prevede e al tempo stesso determina questi comportamenti.
Quindi i dati che servono a far funzionare quesi sistemi ci sono già: sono di priorità di qualche società o istituzione, basta pagare.
Se vi state chiedendo come e quando avete autorizzato l’utilizzo dei vostri dati e la loro cessione al miglior offerente: fate mente locale alla miriade di servizi, la gran parte gratuiti, semplicissimi da usare, che vi semplificano enormemente la vita, vi tengono in contatto con amici e parenti, vi offrono opportunità di lavoro, vi riempiono il tempo libero.
Per ognuno di loro avete velocissimamente autorizzato l’utilizzo di una piccola porzione dei vostri dati: basta fare la somma ed avere potenza di calcolo ed il gioco è fatto.
È un processo di raccolta dati #datacollection, analisi di grandi quantità di dati per estrarre conoscenze utili #bigdataanalysis e #datamining, effettuato in tempo reale da macchine intelligenti #deeplearning con #retineurali di #IA, messo a disposizioni degli operatori su pannelli di controllo che integrano diverse tipologie di informazioni #dashboard di #datavisualisation e li trasmettono agli utenti in maniera semplice da utilizzare su #device con #App tarate sulla #userexperience.

Per questo non ci deve stupire che alla Call per una App di data tracing di gestione e intervento sull’epidemia fatta dal Ministro all’innovazione Paola Pisano e degli altri Ministeri competenti abbiano risposto più di trecento proposte di aziende e centri di ricerca.
La natura fondamentale delle tecnologie digitali è democratica, permette un’innovazione ricombinante in cui molte tecnologie sono disponibili a prezzi ridotti e con barriere di accesso relativamente basse, stimolando la competizione e la creatività.

Un esempio concreto è la proposta avanzata dall’azienda umbra Vetrya, basata in questo caso sul Bluetooth.
Molti protagonisti della digital innovation, Hub, centri di ricerca, aziende come l’azienda di Luca Tomassini si sono messi a disposizione delle autorità italiane presentando soluzioni che vengono offerte gratuitamente.
La commissione di 74 esperti che le sta valutando in queste ore ha come obbiettivo di individuare quella più efficace e immediatamente disponibile ma al contempo ha come priorità il rispetto della privacy dei cittadini, il rispetto delle regole del DGPR sui dati personali.

Le parole rassicuranti di Francesca Bria, la presidente del Fondo Innovazione della Cassa depositi e prestiti che figura trai i 74 esperti sono indice di una forte consapevolezza della strategia da seguire: “È fondamentale che si arrivi a un modello condiviso a livello europeo vicino ai nostri valori e alle nostre norme di riferimento e non deve più esserci la falsa dicotomia fra privacy e salute pubblica: qualsiasi soluzione verrà adottata rispetterà le regole europee» ha dichiarato al Corriere della Sera.
Il lavoro della Bria nella giunta del Comune di Barcellona con la sindaco Ada Colau è un esempio di utilizzo democratico e sostenibile dei dati, su cui torneremo a riflettere, un modello di #smartcity fondato sulla partecipazione.

Altra questione molto dibattuta è sulla volontarietà di utilizzo della App o comunque sui metodi di diffusione dell’uso da parte dei cittadini, anche in questo caso la privacy è decisiva, per tutelare dati sensibili come quelli della salute e della relazioni interpersonali.
Uno dei limiti oggettivi di questa strategia fondata su una App è evidentemente la quantità e la qualità dei dati che potranno alimentare il motore intelligente che la renderà operativa.
Presto ci scontreremo con il grave ritardo che affligge le amministrazioni pubbliche del nostro Paese in materia di condivisione e utilizzo dei dati, sperando che questa emergenza sia effettivamente un potente acceleratore di buone pratiche di apertura, collaborazione e valorizzazione dei dati della PA.
Non sarà affatto semplice far dialogare e collaborare i ventuno sistemi territoriali digitali delle regioni italiane: alcuni sono un modello europeo e globale di innovazione e dinamicità, come l’Emilianoromagnola Lepida, ma altre sono realtà molto più chiuse e statiche.

Ma questa drammatica sospensione delle nostre vite e dell’ordinaria attività dell’intera società mondiale è un’occasione per riflettere su dei processi che quando si svolgono a velocità ordinaria sono difficili da cogliere e ancora di più da governare.
L’esempio di quali siano le regole e le finalità dell’utilizzo dei dati personali, ma anche dei dati che raccontano e organizzano la società moderna, che la fanno funzionare in ogni suo aspetto, è proprio calzante per sintetizzare una riflessione di questo tipo.
E per questo ci torneremo ancora a riflettere sopra, sempre aperti al confronto.

BIO DELL’AUTORE

*Stefano Fancelli, quarantenne, imprenditore, advisor, lobbista democratico, project manager e consulente in innovazione digitale, runner, lettore forte, appassionato di cinema, in gioventù ha fatto politica per professione, è un ex funzionario di partito, oggi si definisce ” un uomo libero”.

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