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Servizi pubblici, un boccone da 400 milioni

banconote di euro

di Fabrizio Marcucci

Che cosa ci fanno, in un territorio piccolo come l’Umbria, contemporaneamente, la più grande società d’investimento del mondo e un big emiliano della ceramica, una banca d’affari statunitense e una famiglia a capo di una holding di 51 aziende, un colosso franco-belga, il Comune di Roma e un potente imprenditore attivo nel settore immobiliare e finanziario? Messa così, potrebbe non essere facile rispondere. Eppure si tratta di soggetti che hanno a che fare con i residenti di questa regione tutti i giorni, quasi in ogni momento: quando si riempie la pentola d’acqua e quando si accende la fiamma per farcela bollire sopra; quando si scarta un oggetto e si butta nel secchio quello che non serve più e, soprattutto, quando si pagano le bollette. Già, perché quell’insieme eterogeneo di entità tanto potenti e importanti per la vita quotidiana quanto assenti dall’immaginario collettivo, sono sbarcati qui, in questo fazzoletto tra San Giustino e Calvi dell’Umbria, tra Castiglione del lago e Gualdo Tadino, a fare affari con la gestione di servizi pubblici. Cioè con un giro di soldi che può essere stimato non inferiore ai 360 milioni l’anno, 400 euro per abitante, neonati inclusi. Per capirne la portata, si può fare riferimento al fatto che il bilancio del Comune di Terni, il secondo dell’Umbria, si aggira intorno ai 380 milioni.

I giganti che si contendono l’Umbria

La cosa è interessante da diversi punti di vista, e quello economico, appena accennato, non è l’unico, anche se è da lì che si muove tutto il resto. Quella in cui sono entrati, traendone profitto, Acea e il gruppo Caltagirone; la famiglia Paoletti e la banca d’affari americana Lazard; Romano Minozzi, ottantaqueattrenne di Sassuolo a capo di un impero della ceramica, e la Blackrock, società di investimento che gestisce un patrimonio da 6 mila miliardi di dollari, è la gestione di acqua, gas e rifiuti in Umbria. Vi sono entrati perché quei settori sono stati gestiti per decenni da aziende municipalizzate, cioè a controllo pubblico comunale. Poi c’è stata la sbronza collettiva del privato è bello, e sono nati i colossi. Solo che ci sono servizi che, appunto, vengono definiti pubblici perché hanno a che fare con una crucialità per la vita quotidiana delle persone da renderli immancabili, continuativi e da garantire a tutti secondo criteri di economicità. Il principio dell’economicità applicato ai servizi pubblici è ben esplicato dal referendum dimenticato sull’acqua; quello a proposito del quale gli italiani nel 2011 decisero che dalla bolletta dell’acqua andava cassata la quota di remunerazione del capitale investito. Perché il capitale, se investito, vuole essere remunerato. Ossia: se metto 1 voglio indietro 1+n, dove n, nella fattispecie, sono soldi che migrano dalle tasche dei cittadini a quelle di soggetti che fanno del business e non del servizio, la loro mission. Una pratica del genere chiama fare i soldi coi soldi. Principio che può andare bene per un paio di pantaloni, per un’automobile o per un pranzo al ristorante, ma che calza come un paio di scarpe strette se lo si applica ai servizi di cui sopra. Ma c’è di più. Decidendo cosa fare di acqua, gas e rifiuti, una comunità decide di se stessa, di come garantire beni essenziali a tutti. Il capitale invece, per essere remunerato, può fare scelte che si discostano dall’universalità che dev’essere garantita per quei servizi e che solo un interesse pubblico libero da ansie di remunerazione può assicurare.

In Italia peraltro ci sono diversi esempi di pubblicità dei servizi. Laddove per pubblicità va intesa anche la possibilità di gestione da parte del privato sociale, cioè della comunità che si fa impresa: esistono ad esempio più di trenta cooperative di utenza elettrica, collocate per lo più nella fascia pedemontana delle Alpi, nate a inizio novecento per garantire il servizio dove il privato non aveva interesse a portarlo, essendo la cosa poco remunerativa. E ancora: le esperienze più virtuose in tema di rifiuti e acqua, vedono protagoniste imprese interamente controllate dai comuni in cui si svolge il servizio. I colossi privati nella gestione dei servizi pubblici insomma, sono una creazione relativamente recente, e nient’affatto naturale.

C’è anche «la più grande banca del mondo»

In Umbria resiste una traccia importante di quella pubblicità e universalità che ha preceduto la sbronza delle privatizzazioni nell’ambito dei servizi pubblici. È quella rappresentata dalla Vus spa, azienda controllata interamente dai 22 comuni dell’area Foligno-Spoleto-Valnerina che ne condividono i servizi, e che gestisce la distribuzione di acqua e gas e provvede alla raccolta dei rifiuti. È dai bilanci della Vus che siamo risaliti alla cifra dei 360 milioni l’anno che gli umbri sborsano per i tre servizi pubblici. Ed è una stima per difetto. Perché scaturisce dalla ripartizione dei ricavi da servizi messi a bilancio dalla Vus nel 2018 per il numero di utenti serviti dalla Vus stessa, che essendo pubblica non ha capitale da remunerare ma solo costi di gestione da coprire. La Vus è l’unica azienda che gestisce contemporaneamente nello stesso territorio le reti di acqua e gas e provvede ai, per cui il calcolo è piuttosto agevole.

Se si esclude l’eccezione pubblica di questa area centro-orientale della regione, in tutto il resto dell’Umbria ci sono privati a occuparsi di servizi pubblici. Nel resto della Provincia di Perugia, i rifiuti sono gestiti a vario titolo e secondo un sistema di scatole cinesi societarie da Gesenu, azienda che per il 55 per cento è in mano alla famiglia Paoletti – presidente Vittorio Paoletti, amministratore delegato Francesco Paoletti – la quale detiene il “completo controllo”, come si legge nel sito dell’azienda, qualora non fossero sufficienti i cognomi degli apicali, della holding di 51 imprese e 6 mila dipendenti operante in settori che vanno dalla agricoltura alle energie rinnovabili. Per quanto riguarda la distribuzione del gas, gli operatori in regione sono dodici, ma a farla da padrona è Italgas, che opera in entrambe le province, a Terni in società con Acea in “Umbria distribuzione gas”. Italgas è al 30 per cento statale, ma nella compagine proprietaria figurano “Lazard Asset Management”, banca di affari statunitense, definita anche «boutique finanziaria», e la potentissima Blackrock, secondo alcuni «la più grande banca ombra del mondo”, “simile al wifi, invisibile eppure presente». Soggetti, insomma, con una potenza tale da poter determinare linee di sviluppo, investimenti e disinvestimenti, e quindi destini di un territorio, a prescindere dalla volontà dei residenti e delle istituzioni locali, più o meno a loro piacimento. A Terni i rifiuti sono invece in mano ad Asm, che porta nel nome la storia dei servizi pubblici, essendo Asm l’acronimo di “Azienda servizi municipalizzati”, e tuttora controllata dal Comune.

E l’acqua, per la quale si votò il referendum per cancellare dalle bollette la remunerazione del capitale? Qui torna alla grande Acea. L’acqua infatti è gestita in provincia di Perugia – fatta eccezione per la resistente enclave pubblica del Folignate-Spoleto – da Umbra acque, società in cui il 60 per cento delle quote è detenuto dai Comuni, ma il 40 per cento è in mano ad Acea. Il che significa che ogni volta che uno dei 500 mila utenti serviti paga la bolletta, remunera, tra gli altri, un pezzettino di capitale di Suez SA, il colosso franco-belga dell’energia che controlla il 23 per cento di Acea, e del gruppo di Caltagirone, la cui partecipazione in Acea è al 5 per cento. A Terni Acea è invece in Sii, la società di cui detiene il 25 per cento, che sta per diventare il 40, con la maggioranza del Comune di Terni decisa a cedere il 15 per cento delle quote. Ed è difficile pensare che Acea gesgtisca il servizio rinunciando alla remunerazione del capitale investito, così come invece imporrebbe l’esito del referendum del 2011.

La partita del gas

Le partite sono aperte, come si vede, anche perché messi insieme, i soldi che dalle tasche degli umbri vanno nelle casse di holding potentissime costituiscono un boccone appetibile, se lo si vede sotto le sembianze del business e non del servizio. Poco meno di 400 milioni l’anno, dicevamo. Con la garanzia di tenere il mano le cose per anni, per di più. Esemplare è il caso del gas. La legge di riforma ha diviso l’Umbria in tre ambiti Perugia 1 (nord ovest della provincia), Perugia 2 (sud est), e Terni. I comuni capofila di ambito Perugia, Foligno e Terni, andranno a breve alle gara per concedere la distribuzione del gas, la quale resterà in vigore per i successivi 12 anni. Ciò significa gare che varranno complessivamente 1,7 miliardi. Si tratta di una stima fatta sulla base della gara dell’ambito di Milano 1, una delle tre finora esperite in Italia secondo la nuova normativa, definita monstre poiché coinvolgendo un bacino con cinquantamila residenti in meno rispetto all’Umbria, valeva circa 1,3 miliardi. Si tratta dell’ennesimo boccone prelibato per chi intende fare business coi servizi pubblici. O magari dell’occasione per riaffermare il controllo pubblico di servizi locali cruciali per la vita e lo sviluppo di una comunità. La partita è aperta, anche se dovrebbe essere chiusa, visto che la remunerazione del capitale, coi servizi pubblici non dovrebbe avere a che fare. Lo suggerirebbe la logica. E gli italiani l’hanno detto col referendum sull’acqua.

Foto da publicdomainpicture.net
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