Un senzatetto a Parigi
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Il porto e le panchine

 

Ci sono molti modi per tentare di raccontare il proprio punto di vista. E a volte la fiction aiuta a smascherare disumanità travestite da buon senso molto meglio di argomentatissimi articoli. Cronache Umbre intende utilizzare ogni mezzo necessario (lo facciamo già con audio e video). Questo, con forma diversa da un articolo canonico, è uno dei tanti possibili

La giornata uguale a ogni altra, cadenzata da una monotonia determinata dall’impossibilità di dare seguito al desiderio che lo aveva portato, non più in giovane età, a vedere la strada come luogo naturale dove poter dispiegare la vita. Certo un desiderio che si era incrociato o meglio era stato alimentato, in un cinico gioco che aveva finito con l’unire la volontà del desiderio con l’impossibilità di soddisfare il bisogno, con la perdita di un lavoro che lo aveva logorato nel fisico, per la durezza della mansione e l’arbitrarietà dell’orario, senza intaccarlo, a suo dire, nella capacità di ragionare, di trovare prospettiva laddove la vita sembrava proporre solo porte chiuse. Perso il lavoro, precario e mai formalizzato, persa la casa, persi da tempo i genitori a lui, figlio unico senza eredità né lascito, non era rimasta che la libertà di vivere la vita senza obbligo né meta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, mollando la barra del timone che avrebbe dovuto indirizzare l’esistenza al caso, che nel suo materialismo spicciolo era la cosa più lontana dall’epico Fato.

Su quella barca, o meglio su quel rottame galleggiante, conviveva con un numero imprecisato di colleghi di sventura e di speranza ormai da giorni. Per tutti i naviganti quel viaggio non era iniziato certo per piacere, ma per sottrazione, forzata più che volontaria, all’abominevole situazione vissuta nella terra di nascita e di crescita. La guerra alimentata dalla fame e dall’idiozia umana aveva, in un perverso circolo di reciprocità, finito a sua volta con l’alimentare fame e idiozia. Da tutto ciò, non senza sacrificio, lui come quasi tutti gli altri aveva deciso di fuggire, senza avere alcuna certezza altra dalla speranza di una vita migliore. E sì che di speranza, lui come tutti gli altri, doveva averne avuta molta a disposizione, visto che ognuno, prima di arrivare a galleggiare con la sola forza della disperazione sulle acque del Mediterraneo, aveva toccato l’inferno dell’ingiustizia e della crudeltà lungo il lungo viaggio di terra che lo aveva portato, con tanto di soste forzate in veri e propri centri di detenzione che di umano nulla avevano, in una notte clandestina a salpare dalle coste di un imprecisato paese di un indeterminato mondo considerato terzo.

Quel principio di libertà, motore di vita, che gli aveva fatto rifiutare obblighi imposti e lo aveva portato a rinunciare a mete plausibili, si era trasformato in stasi di esistenza. La sua volontà di conoscere le strade del mondo finì con il renderlo stanziale, tanto che le vie percorse alla fine erano sempre quelle e il mondo vagheggiato coincidente con la città di origine. Condivideva questa sua quotidianità fatta di arrangiamenti molteplici e solidarietà altrui residuale con altre sei sette persone, che al suo pari e con le dovute differenze avevano scelto o meglio si erano ritrovate su quelle strade a reiterare le solite azioni. Si sa, mal comune mezzo gaudio. Se le strade da percorrere erano sempre quelle, le panchine dove far attraccare le derive delle loro esistenze pure. Tre panchine allineate con tre alberi frondosi e aitanti a proteggerle dall’invasività del sole estivo e a confortarle durante i giorni di tramontana del freddo inverno, nel pieno del centro cittadino. Tre panchine che per loro erano una vera e propria casa, un posto dove bere, chiacchierare, litigare, dormire, vivere.

Un mare agitato che lo aveva scombussolato nella più intima interiorità, un mare tempestoso che aveva messo a dura prova l’inadeguatezza di quel rottame pagato a caro prezzo a imprecisati tour operator definiti scafisti nella migliore delle ipotesi. Una esistenza collettiva fuggita dall’orrore che rischiava ogni minuto di più di trovare lo striscione finale nel fondo di un mare in cui i pesci e i cadaveri convivevano formando una deprecabile catena alimentare. Una barca più simile a una vera e propria nave aveva finito con il salvarlo, salvarli da morte certa, prima recuperandoli poi rifocillandoli seguendo alla lettera principi di umanità e leggi del mare. L’uomo che incontra l’uomo, l’uomo che abbraccia l’uomo, l’uomo che parla all’uomo. Finalmente quella speranza di partenza aveva trovato porto sulla nave con non si sa quale bandiera a identificare chissà quale nazione. La speranza è l’ultima a morire ma anche la prima ad affievolirsi, questo capì poco dopo, questo intuirono confortati dalla stabilità della nave. Quella guerra da cui era, erano fuggiti, quell’idiozia da cui era, erano scappati albergava con altra forma e altri modi anche nella parte fortunata della terra. Scoprì, scoprirono le ferree regole che alimentavano la propaganda alla base della difesa dei confini e di una fantomatica patria in lotta eterna con l’umanità. Il porto dove trovare attracco non doveva essere il più vicino, si doveva continuare a soffrire, quel porto sarebbe stato scelto sulla base di supposti e presupposti principi (ideologici) dal ministero della difesa dei sacri confini. Quell’attracco agognato nulla aveva a vedere con la solidarietà, ma doveva essere lezione di vita per chi continuava imperterrito a salvare vite ignorando totalmente gli indirizzi governativi. Voi salvate vite noi vi rendiamo la vita maledetta, questo il vero titolo non rivendicabile dell’agire dei governi che tutelavano i confini affogando la disperazione degli ultimi. Ultimi ormai abituati a combattere la guerra e l’idiozia, ultimi vaccinati contro l’abuso del potere e l’arroganza dei potenti, ultimi consapevoli della potenza invincibile dei propri corpi nella battaglia asimmetrica contro la risibilità delle menti dei primi. Noi qui siamo, qui restiamo, dove volete sbarchiamo, dove vogliamo vivremo. Questo il messaggio senza se e senza ma che i disperati senza terra avrebbero continuato a lanciare imperterriti contro i signori della patria.

Certo si lavavano poco e male, a volte per impossibilità altre per una sorta di abitudine difficile da estirpare; certo non sempre erano nel pieno delle loro facoltà, l’uso e l’abuso prolungato dell’alcol tende a dare segni manifesti e lasciare strascichi evidenti; certo non erano poi così prestanti nel loro interagire e ammirabili nel loro aspetto, ma vivevano la loro vita, davano del tu alla loro disperazione senza recare danno all’altro, senza intercedere con prepotenza nella vita altrui. Quando quel giorno non trovarono più le panchine al loro posto, non si scoraggiarono, non pensarono fosse un atto contro di loro perché mai male avevano fatto a nessuno. Ignoravano la demagogia estetica del decoro, disconoscevano l’ostilità barbara dell’architettura contemporanea, non avevano il tempo per occuparsi delle miserie altrui, impegnati come erano a far fronte alla propria disperazione. Così con le loro birre, i loro cani, il loro disincanto finirono con l’occupare altre tre panchine poco distanti dalle precedenti. Fu così che finirono con il cambiare casa, con l’avere una nuova dignitosa e rispettabile residenza senza dimora nel pieno del centro cittadino.

Foto di Roman Bonnefoy da wikimedia commons

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