un leone con la bocca spalancata
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I rischi dell’Umbria energivora

 

Nel 2019 in Umbria si sono bruciati l’equivalente di oltre 2 milioni di tonnellate di petrolio per soddisfare il fabbisogno di energia elettrica e per scaldare gli edifici. Per la precisione, il dato fornito del Gestore dei servizi energetici (Gse), è di 2.150 ktep. Il tep è l’unità di misura utilizzata convenzionalmente per indicare l’energia rilasciata dalla combustione di una tonnellata di petrolio grezzo, appunto. La misura non significa che quella sia la quantità di petrolio effettivamente utilizzata, poiché l’energia può essere prodotta in altri modi, oltre che bruciando il combustibile fossile più in voga e i suoi derivati. Sta di fatto comunque, che dei 2.150 ktep, il 62 per cento sono arrivati proprio dalla combustione di prodotti petroliferi (712 ktep) e metano (627 ktep). La consolazione – una delle poche, come vedremo – è che poco meno di un quarto del fabbisogno energetico regionale è stato coperto ricorrendo all’utilizzo di fonti rinnovabili. Il dato ci fa stare in linea con gli obiettivi generali fissati a livello nazionale e comunitario, ma la questione energetica in Umbria presenta diverse criticità.

Una regione in debito

Per inquadrare più semplicemente le diverse questioni può essere utile ricorrere ai dati del solo fabbisogno di energia elettrica, al netto di quello del calore, che rappresenta il 50 per cento circa del totale. Secondo le statistiche regionali divugate da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel 2020 in Umbria sono stati prodotti 3,1 Terawatt (TW), di cui circa 1,8 da fonti rinnovabili; il grosso dall’idroelettrico (1,2 TW) e il restante dal fotovoltaico. Si tratta di un buon dato, che indica che il 62,6 per cento dell’energia prodotta in regione deriva da fonti rinnovabili. Il problema è che il fabbisogno totale di energia è stato di 5,2 Terawatt, cosi che i 2,1 Terawatt mancanti, cioè circa il 40 per cento del fabbisogno totale, si sono dovuti importare da altre regioni. E in Italia, solo Veneto, Marche e Campania hanno percentuali di importazioni di energia più alte dell’Umbria. Si tratta solo del primo gradino delle importazioni, quello interno, poiché l’altro, ben più gravoso, riguarda come vedremo le importazioni di materie prime dall’estero. Ma ci arriviamo per gradi, perché c’è di più.

Gli alti consumi pro capite

Se in Italia, nel 2020, si sono consumati in media 4.777 Gigawatt a persona, in Umbria il dato sale a 5.711, cioè oltre il 19 per cento in più, come rivelano i dati forniti da Terna. Ci sono regioni che fanno peggio: Lombardia (6.190 GW pro capite), Emilia Romagna (6.009), e, seppure di poco, Trentino Alto Adige e Friuli, che si collocano intorno ai 5.900 GW pro capite di consumo di energia elettrica. Ma c’è da distinguere. In Lombardia il Pil pro capite nel 2020 è stato di oltre 35 mila euro, in Emilia Romagna di 32 mila. E anche nell’assai energivoro Friuli Venezia Giulia (8.135 Gigawatt di consumo pro capite) il Prodotto interno lordo a 28.850 euro è stato di gran lunga più alto che da noi, che ci siamo fermati a 23.259 euro.

I consumi per settore

Ma chi la consuma tutta questa energia? L’anomalia testimoniata dall’incrocio tra i dati che abbiamo appena accennato si arricchisce di un ulteriore elemento: in Umbria il 53 per cento dei consumi di elettricità è assorbito dall’industria. È il tessuto produttivo regionale a condannarci ad alti consumi. La metallurgia, che da sola assorbe quasi 945 Terawatt, è il settore che consuma di più, seguito dalle cementerie e dalle industrie della chimica, che nel 2020 hanno assorbito oltre 300 TW ciascuno. Anche in questo caso però, si conferma una peculiarità di cui ci si dovrebbe tentare di liberarsi: in Lombardia, la regione più industrializzata d’Italia, il settore non arriva ai consumi percentuali dell’Umbria, e si ferma al 52 per cento. In Piemonte si scende al 50 per cento, e in Emilia Romagna ci si ferma al 47.

Un sistema produttivo che divora energia

Quanto riportato finora concorre a fare dell’Umbria una regione altamente energivora. Cioè: a parità di condizioni, a queste latitudini si assorbe più energia che altrove. C’è un dato che può aiutare: è quello dell’intensità energetica, che corrisponde alla quantità di energia che occorre per generare un milione di Pil. Nella relazione del ministero della Transizione ecologica relativa alla situazione energetica nazionale nel 2020, l’intensità energetica media del Pil italiano è calcolata in 91,3 tep per ogni milione prodotto. Bene: l’intensità energetica dell’Umbria è di 93,6 tep per ogni milione di euro prodotto dal sistema economico regionale. Si tratta di un dato che concorda con quelli forniti dall’Istat sul consumo energetico per Ula. L’Ula corrisponde all’equivalente del numero dei dipendenti impiegati a tempo pieno. Fatta 100 la media italiana, il consumo dell’Umbria è 122, quello della Toscana 98, quello della Lombardia 89 e quello delle vicine Marche 80. Insomma, produrre ricchezza in Umbria costa di più rispetto al resto d’Italia perché la bolletta energetica è più salata.

L’Umbria in balìa dello scenario internazionale

Il quadro cui si è appena accennato avrebbe dovuto da tempo indurre le amministrazioni regionali ad affrontare il dossier energia. Anche nello scenario pre-invasione dell’Ucraina, bruciare l’equivalente di 627 milioni di chili di petrolio per produrre energia e calore, come è successo nel 2019 – che è ciò che accadeva prima e che continua a succedere – rivelava comunque una sostanziale indifferenza alla calamità del cambiamento climatico e della produzione di inquinamento. Oggi, alle questioni più squisitamente ambientali e di logica della sopravvivenza, si aggiungono quelle più strettamente economiche. I dati del ministero della Transizione ecologica ricordano che nel 2020 l’11,1 per cento del greggio e il 59,2 per cento dei semilavorati petroliferi sono stati acquistati dalla Russia. E da quello stesso stato con cui la situazione diplomatica è diventata a dir poco complicata sono arrivati, sempre nel 2020, 28 milioni di metri cubi di metano, il 40 per cento del totale delle importazioni. Se si tiene conto che la disponibilità energetica italiana era composta al 73,7 per cento di quelle due materie, petrolio e metano, si capisce quale sia l’urgenza di uscire da quel tipo di dipendenza. Un’urgenza che, se possibile, si fa più stringente in Umbria, dove un inasprimento dei prezzi o una difficoltà nell’approvvigionamento porterebbero a conseguenze più pesanti che altrove. Però, pare che si riesce sempre a pensare ad altro.

Che fare?

La giustificazione è che queste sono questioni nazionali e internazionali. Eppure, anche se nessuno è in grado di fare magie, un paio di leve sarebbero a portata di mano. Una è quella dell’incremento della produzione da fotovoltaico. In Umbria si producono attraverso l’esposizione dei pannelli solo 0,6 TW di energia elettrica; le confinanti Marche ne producono più del doppio (1,4 TW), l’Abruzzo idem, e la Campania cinque volte tanto; anche il Molise, con una superficie che è metà di quella dell’Umbria, riesce a fare meglio. È evidente che qualcosa di più si può fare. Intanto cominciando dagli edifici pubblici (uffici, scuole, ospedali), con un programma straordinario di installazioni, e poi svolgendo un’azione di animazione social-culturale, e perché no?, ricorrendo a incentivi e sgravi per le imprese. L’altra leva sulla quale agire è quella di chiamare a raccolta i più grandi consumatori di energia in questa regione, cioè le aziende, e vedere insieme il da farsi. Finora ci si è voltati dall’altra parte o si sono vagheggiate soluzioni piuttosto criticate, come quella della possibilità di far bruciare il combustibile solido secondario nelle cementerie, cosa che assicurerebbe carburante per i forni a basso prezzo ma a rischio inquinamento a quello che è un settore che costituisce un centro di potere notevole in questa regione. Adesso, forse, è arrivato il momento di fare sul serio. Magari, innovando. Cioè puntando sulle rinnovabili per davvero.

Foto da stockvault.net

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