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I commenti sui social e la qualità della nostra democrazia

 

Prima di pubblicare questo articolo ci siamo confrontati a lungo. Il dubbio riguardava il fatto che avrebbe potuto risultare autoreferenziale. Abbiamo concluso che non è così, almeno per noi. Perché proporre una riflessione sulla tipologia di alcuni dei commenti sulle pagine dei social media ai nostri articoli non è parlare di noi, ma significa affrontare la qualità del dibattito pubblico, il modo in cui i contenuti vengono fruiti; in alcuni casi significa toccare con mano quanto sia difficile un confronto civile e quanto questo sia pericoloso per la qualità della nostra stessa democrazia.

Uno dei primi addebiti che ci è stato fatto in diversi casi, da persone toccate dalle nostre critiche, è stato l’utilizzo dello pseudonimo che firma anche questo articolo: Red. «Abbiate il coraggio di metterci la faccia», è il ritornello: come se Cronache Umbre non fosse per definizione una creatura pubblica, che ha un direttore responsabile e un editore le cui generalità si rinvengono nella home page del nostro sito. Come se la mancata firma fosse un paravento del quale ci serviamo per nasconderci e lanciare calunnie. Red è lo pseudonimo che utilizziamo per firmare articoli, come questo, che sono frutto di un lavoro corale di redazione. Ci sono diversi giornali che per scelta editoriale non firmano gli articoli che pubblicano, è così per l’Economist e per l’italiano Post, che ne spiega le ragioni nell’articolo a questo link. Per questo ci è sembrato che l’accento sulla mancata identità di nomi e cognomi a corredo di alcuni dei nostri articoli abbia a che fare con una volontà di aggirare le critiche in essi contenute e col cercare piuttosto maldestramente un diversivo.

Peraltro, e paradossalmente, la nostra identità pare invece essere stata pienamente profilata da alcuni che ci affibbiano etichette manco fossimo dei prodotti da supermercato: di volta in volta siamo «del Pd», oppure siamo quelli che «non ci stanno ad aver perso democraticamente le elezioni», o, ancora, siamo quelli «legati a interessi personali, imbucati alla Gesenu» e altre amenità del genere. Anche in questo caso si rivela la costante: i nostri contenuti non vengono contestati nel merito, ma si fa riferimento semmai ai presunti interessi, ovviamente loschissimi, che li muoverebbero. Ci pare che un atteggiamento del genere si nutra di diversi ingredienti: c’è quello, appena accennato, della disabitudine a discutere stando al merito delle questioni, che si innesta a sua volta con la necessità di stabilire da che parte sta l’interlocutore, col volerne disegnare l’identità da fuori, appunto, come se l’identità stessa fosse più importante di ciò che l’interlocutore dice. È un atteggiamento semplificatorio e manicheo, che inibisce quella che dovrebbe essere la naturale circolazione delle idee e agevola invece l’instaurarsi di un clima da stadio, che va benissimo per una partita, meno per le questioni che attengono alle questioni pubbliche che trattiamo. Perciò lo consideriamo pericoloso. Per di più, in quest’ultimo caso, la nostra presunta identità sarebbe una macchia, laddove il riconoscersi identitariamente in una parte è esattamente la leva delle critiche che ci vengono mosse. Un discreto corto circuito ideale, insomma.

C’è un ulteriore elemento, in questo crogiuolo di commenti che consideriamo pericoloso, oltre che fuori luogo: ha a che fare con la disabitudine alla critica che si è largamente fatta strada in questa regione. «Sfrontati», è stato l’epiteto che ci è stato rivolto a commento di un articolo sulla politica dei trasporti pubblici secondo noi sbagliata della regione, che portava ad esempio le agevolazioni tariffarie della Germania e dell’Emilia Romagna come leve per rilanciare i mezzi pubblici. La critica viene fatta insomma coincidere con il delitto di lesa maestà. Un salto all’indietro di tre-quattro secoli. Il potere è per sua definizione incontestabile, e se lo si contesta è solo perché si sta dall’altra parte. Come se non ci fosse vita oltre gli schieramenti che si fronteggiano nelle assemblee elettive. Cioè: la politica dei partiti viene regolarmente messa in mora, ma quando si tratta di agire un minimo di dibattito, si ricorre alle casacche con le sigle dei partiti per definire chi la pensa altrimenti.

Infine, c’è chi commenta palesemente senza aver letto gli articoli, basandosi al più sui titoli o, al massimo, sui testi dei post che accompagnano il lancio dei contenuti sulle piattaforme social. In un articolo in cui si sosteneva che l’alleanza che era appena stata stretta tra Pd e Calenda potesse fare da innesco per un’intesa tra Sinistra Italiana e Verdi e M5S per costituire un terzo polo social-ambientalista, ci è stato scritto che Calenda non c’entra niente con l’ambiente; una critica che ha lo stesso senso di conservare un orologio in frigorifero.

Quando abbiamo scritto, in un post che lanciava un articolo di previsioni elettorali, che la destra «rischia» di conseguire una maggioranza dei due terzi, cosa che le consentirebbe di cambiare la Costituzione da sola, siamo stati rimbrottati così: «Perché la destra rischia? È un reato? Se fosse invece la sinistra sarebbe un beneficio anziché un rischio?». Qui si va oltre. Forse perché si ignora che l’uso del verbo rischiare non è connesso solo al pericolo ma in alcuni casi è un artificio retorico per descrivere un evento sorprendente e di una certa importanza, tipo: «La Cremonese rischia di espugnare il campo della Juve». E si ignora, soprattutto, che i padri costituenti introdussero la soglia della maggioranza dei due terzi proprio per evitare che la modifica della Costituzione potesse avvenire a colpi di maggioranza.

È per questo che riteniamo che questo livello del dibattito inibisca il dispiegamento della democrazia; è per questo che tentiamo di fare, per quello che possiamo, un giornalismo basato su dati, fatti e cifre. E non temiamo di prendere posizione, anche se questo ci porta ad apparire dei sabotatori; quando i veri sabotatori sono gli inquinartori del dibattito che additano accuse prima di cercare di capire.

In copertina, immagine tratta da pxhere.com

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