Temi

L’inceneritore che non serve all’Umbria

 

Quando lo scorso 5 gennaio hanno presentato alla stampa la linea che il loro governo intende seguire sui rifiuti, la presidente della Regione Donatella Tesei e il suo vice Roberto Morroni, che detiene anche la delega all’Ambiente, hanno usato toni piuttosto enfatici. Tesei ha parlato di un «modello virtuoso di economia circolare, di sostenibilità ambientale, economica e sanitaria». Morroni ha indicato un «salto di qualità nella gestione dei rifiuti recuperando i seri ritardi accumulati nel tempo». Non è la prima volta che i due parlano di ritardi nella gestione dei rifiuti. L’avevano fatto anche nel luglio 2020, nel corso della presentazione del comitato tecnico scientifico al quale era appena stato delegato lo studio per il nuovo piano regionale dei rifiuti di cui oggi si vedono i primi frutti. Ma per un curioso gioco del destino, come vedremo, sarà lo stesso comitato, nella corposa documentazione prodotta in questi due anni, a smentire i ritardi cui Morroni e Tesei hanno fatto reiterato riferimento addebitandoli ai loro predecessori. L’assessore si è anche spinto oltre. «Il nostro slogan – ha sentenziato – è quello di “fare come a Copenaghen”». Il riferimento è all’inceneritore che svetta nella capitale danese. Che però è un gigante che ingoia e brucia 440 mila tonnellate di rifiuti l’anno, ed è avvolto da una collina artificiale sulla quale si può addirittura sciare. In Umbria, se le cose andranno davvero come nei programmi dell’attuale Giunta, l’inceneritore sarebbe un fratellino minore della struttura danese, visto che dovrebbe bruciare solo 130 mila tonnellate di immondizia: sarà difficile portarci la gente a sciare sopra o renderlo un’attrazione turistica, considerati anche i prevedibili problemi che sorgeranno con le popolazioni sul cui territorio si sceglierà di farlo costruire, una questione che lo stesso comitato tecnico scientifico non nasconde nella sua relazione finale. Per di più, al momento dell’annuncio l’assessore e la presidente trascuravano il fatto che l’Agenzia per la protezione ambientale danese aveva già da tempo annunciato il piano per un minore ricorso all’incenerimento dei rifiuti per privilegiare una maggiore quantità di riciclo; una scelta di cui i giornali parlavano già nel giugno 2020, più di un anno fa, e addirittura un mese prima che si insediasse il comitato tecnico scientifico umbro.

L'inceneritore di Copenaghen
L’inceneritore di Copenaghen, foto di Luigi Mei tratta dal profilo Flickr di Al Co

Lo scenario più arretrato

La via intrapresa dal governo regionale e così entusiasticamente presentata non rappresenta né il modello virtuoso di cui parla Tesei, né la svolta cui fa riferimento il suo vice Morroni. Il comitato tecnico scientifico nominato dalla loro Giunta aveva predisposto tre scenari, nessuno dei quali avveniristico né visionario. Anzi, tutti piuttosto cauti. Tesei e Morroni hanno scelto quello che deve essergli apparso il più semplice: disfarsi dei rifiuti incenerendoli. Ma sarebbe più corretto definirlo semplicistico. Ha infatti il solo pregio di essere (di poco) il meno costoso in termini di soldi fra i tre proposti dal comitato tecnico scientifico, e di non impegnare la Giunta in altre attività che non siano quella di individuare il soggetto realizzatore (una multinazionale, come accade ovunque ci siano inceneritori) e garantire le autorizzazioni; evitando così all’esecutivo di lavorare alle politiche innovative di differenziazione, riutilizzo e riciclo dei rifiuti messe in atto da diverse amministrazioni in tutto il continente. Però ha costi ambientali notevoli rispetto agli altri due; costi cui si è fatto riferimento anche nelle riunioni del comitato tecnico scientifico, e che lo potrebbero rendere indigesto alle popolazioni del comprensorio perugino, perché è lì che eventualmente sorgerà l’inceneritore, secondo quanto è scritto nella documentazione del comitato. Di più: si tratta di uno scenario pigro. Nel senso che l’incenerimento dei rifiuti per produrre energia è una tecnica piuttosto datata, con numerose criticità, e che non tiene conto dei numerosi passi in avanti fatti in questi anni sia nel campo del recupero e del riciclo dei materiali sia in quello della produzione energetica, dove si fa sempre più riferimento all’idrogeno.

Lo stato dell’arte

Ma andiamo con ordine e vediamo intanto come stanno oggi le cose. Si tratta di una attività fondamentale, poiché drammatizzando la situazione, come fanno la presidente e l’assessore regionale all’Ambiente ricorrendo al concetto dei ritardi, si rischia poi di far passare per modelli risolutivi soluzioni che non lo sono.

Nel 2019 in Umbria sono state prodotte 454.479 tonnellate di rifiuti. La quota di differenziata è stata del 66,1 per cento, un dato superiore alla media nazionale, che è stata del 61,3 per cento, secondo i dati del Catasto nazionale dei rifiuti. Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti. Rispetto al 2010 si sono prodotte 95 mila tonnellate di rifiuti in meno e 120 mila tonnellate di differenziata in più. A Morroni che parla di «situazione di preemergenza a cui negli anni passati non è stata prestata attenzione», fa da contraltare il comitato tecnico scientifico da lui nominato, che a pagina 55 del Documento preliminare per l’aggiornamento del Piano regionale di gestione integrata dei rifiuti scrive che «l’incremento nella percentuale di raccolta differenziata è certamente dovuto alla sempre più puntuale attuazione della deliberazione del 18 gennaio 2016 con la quale la Giunta regionale […] è intervenuta direttamente presso le amministrazioni comunali affinché completassero la riorganizzazione dei servizi di raccolta con le modalità definite dal Piano regionale». L’indice di riciclaggio dei materiali raccolti in maniera differenziata in Umbria era del 58 per cento nel 2018, un dato già ampiamente superiore all’obiettivo che l’Unione europea ha fissato per il 2025 e vicinissimo al 60 per cento, che è l’obiettivo per il 2030.

L’esempio da seguire

Gli ambiti territoriali in cui è divisa l’Umbria sono quattro. Quello dove le cose vanno meglio è il numero 4, che coincide con la provincia di Terni. Lì tutte le utenze sono coperte dal servizio “porta a porta” e la raccolta differenziata è la più alta dell’Umbria: 72,4 per cento. «Dall’esperienza avuta nel sub-ambito 4 risulta evidente che la domiciliarizzazione della raccolta è in grado di determinare il raggiungimento di risultati di eccellenza nel breve periodo», sottolinea il comitato tecnico scientifico. E nel resto dell’Umbria si stima che ci sia ancora oltre il 20 per cento di utenze non coperte dal servizio di raccolta “porta a porta”. «Inoltre – sono sempre parole contenute in uno dei documenti del comitato tecnico scientifico – come previsto dalla delibera 34/2016, completata la riorganizzazione dei servizi su tutto il territorio regionale, deve ancora essere attuato il passaggio a sistemi di tariffazione puntuale, attraverso la contabilizzazione dei rifiuti […] al fine di modulare gli oneri a carico di ciascuna utenza mediante un incentivante sistema premiale in relazione alla quantità dei rifiuti prodotti e all’efficienza della differenziazione praticata a livello domiciliare». La situazione è dunque tutt’altro che vicina alla disperazione, come parrebbe ascoltando Morroni e Tesei. Tanto che il comitato conclude che «i dati […] mostrano che la gestione dei rifiuti urbani negli ultimi anni ha raggiunto, nel suo complesso, prestazioni ambientali che la collocano al di sopra della media nazionale, in termini di raccolta differenziata e avvio al riciclaggio dei rifiuti urbani, in un quadro impiantistico che per i rifiuti urbani residui e i rifiuti organici sta raggiungendo un buon livello di autosufficienza». C’è semmai un problema di smaltimento finale e di chiusura del ciclo dei rifiuti. Ma anche in questo caso, nel 2019 sono state conferite in discarica solo 10 mila tonnellate in più rispetto a quelle che erano state previste dai predecessori di Tesei e Morroni: 150 mila invece di 140 mila. Rimane il fatto comunque, che al netto dell’inesistenza dei ritardi di cui parlano Tesei e Morroni, secondo gli studi effettuati dal comitato, continuando così le cose, le discariche regionali arriverebbero a saturazione entro i prossimi tre-quattro anni. Per questo l’ampliamento di un milione di metri cubi complessivi che la Giunta ha previsto per le discariche di Borgogiglione (Magione), Belladanza (Città di Castello) e Le Crete (Orvieto), ancorché doloroso per quei territori, appare come inevitabile, seppur da vedere come misura temporanea.

I tre scenari del comitato tecnico scientifico

Così stanno le cose. E da qui si aprono le porte del futuro. Gli scenari proposti dal comitato, come detto, sono tre. Sullo sfondo c’è da tenere presente che l’Ue entro il 2035 vieterà conferimenti in discarica superiori al 10 per cento della produzione totale e imporrà che almeno il 65 per cento dei rifiuti venga avviato a riciclaggio (che è cosa diversa dalla differenziazione). Il comitato stima che a quella data si produrranno in Umbria 419.702 tonnellate di rifiuti, di cui almeno il 74,8 per cento differenziate. Nel primo scenario, quello prediletto da Tesei e Morroni, l’inceneritore dovrebbe bruciare e produrre energia col 25,2 per cento di indifferenziato rimanente, cioè 105 mila tonnellate, a cui si aggiungerebbe una parte degli scarti della differenziata in modo da arrivare a 130 mila tonnellate l’anno, limite minimo sotto il quale l’inceneritore non sarebbe economicamente sostenibile; in questo caso resterebbe un 7 per cento di rifiuti da conferire comunque in discarica. Il secondo scenario prevede la stessa quantità di differenziata; una parte dei rifiuti indifferenziati verrebbe però sottoposta ad ulteriore vaglio dagli attuali centri di trattamento, che sarebbero trasformati in centri di recupero di materiale. Rimarrebbero circa 110 mila tonnellate di rifiuti che in questo scenario verrebbero trasformati in combustibile solido secondario (css) con cui alimentare forni dei cementifici o centrali termoelettriche. Quindi: niente nuovo inceneritore, meno rifiuti da bruciare, e circa il 10 per cento dei rifiuti da conferire in discarica. Il terzo scenario prevede l’80 per cento di differenziata, ancora meno rifiuti da bruciare una volta trasformati in css (90 mila tonnellate), e il 10,6 per cento di materiale da conferire in discarica.

Le stime sul futuro e altre strade possibili

A questo punto va fatta qualche considerazione. L’attuale livello di differenziata del 66,1 per cento in Umbria è ottenuto con un sistema che, come si è visto, con l’allargamento del “porta a porta” a tutta la platea delle utenze e con l’introduzione della tariffa puntuale ha diversi margini di miglioramento. Il 72,4 per cento raggiunto in provincia di Terni, dove c’è ovunque la raccolta domiciliare ma non è stata ancora introdotta la tariffa puntuale, è un obiettivo raggiungibile a brevissimo termine da tutta la regione, e successivamente migliorabile. Inoltre, va rilevato come già nel 2019, in 25 dei comuni umbri, dove vive complessivamente il 46 per cento della popolazione regionale, tra cui i due capoluoghi, la raccolta differenziata superava già il 70 per cento. C’è poi da tenere conto di un altro aspetto. Nel periodo 2010-2019, all’aumento della raccolta differenziata è corrisposta una diminuzione della totalità dei rifiuti prodotti che è riassumibile così: all’aumentare di 4 punti percentuali di differenziata si registra la diminuzione di un punto percentuale di rifiuti totali prodotti. Infine, c’è da presumere che da qui al 2035 la ricerca, gli incentivi e disincentivi e tutta un’altra serie di fattori renderanno packaging, imballaggi e prodotti meno pesanti da un punto di vista di produzione di rifiuti. Ancora: in una delle buone pratiche studiate dal comitato, quella di Contarina, in provincia di Treviso, la raccolta differenziata è all’88 per cento, e solo il 15 per cento dei rifiuti (tra indifferenziato e scarti di lavorazione) viene trasformato in css e avviato a incenerimento. Va rilevato, tra le altre cose, che Contarina gestisce il servizio in house, cioè con una società pubblica, e ha una tariffa media che è tra le più basse d’Italia, secondo quanto rileva lo stesso comitato tecnico scientifico umbro. E c’è anche di più: il coordinamento regionale Rifiuti Zero ha presentato nel maggio 2020 una dettagliata proposta alla quale, nonostante fosse supportata da migliaia di firme, la Regione non ha mai dato risposta. In quello studio, la stima di produzione dei rifiuti per il 2030 è di 329.816 tonnellate. Nel frattempo ci sarebbe modo di avviare l’atività di centri di recupero di materiale e di adottare politiche ancora più raffinate di riutilizzo, differenziazione e riciclo; la frazione residua dei rifiuti diventerebbe a quel punto così ridotta da rendere inutile la trasformazione in css e quindi l’incenerimento tout court.

Le criticità dell’inceneritore

Tutto questo porta a un punto: la stima delle 419.702 tonnellate di rifiuti prodotti fatta dal comitato tecnico scientifico per il 2035, che sarebbe il limite minimo sotto al quale non si produrrebbero le 130 mila tonnellate per alimentare l’inceneritore, potrebbe essere rivista realisticamente al ribasso. Con la conseguenza paradossale che fra tredici anni il gestore dell’inceneritore umbro sarebbe costretto a far arrivare immondizia sul territorio regionale per alimentare una struttura che a quel punto sarebbe inutuile e che può essere dipinta all’avanguardia quanto si vuole, ma produce fumi inquinanti. Della marcia indietro della Danimarca si è già detto. A Livorno l’amministrazione comunale ha deciso nel gennaio scorso di dismettere la struttura di incenerimento perché giudicata anti-economica e perché necessiterebbe di immondizia dall’esterno per essere alimentata. A Padova si discute dei livelli di inquinamento prodotti. E c’è da considerare un ulteriore elemento: se su un territorio c’è una struttura che brucia rifiuti, ciò è il miglior disincentivo al riutilizzo, alla differenziazione e al riciclaggio; tanto si può bruciare, bellezza! Non è un caso che negli ambienti di Giunta – tutti presi dall’incenerimento – non si faccia riferimento né alla tariffa puntuale né ad azioni significative che possano ridurre la mole di rifiuti e aumentare la differenziata. Quello dell’inquinamento prodotto dall’inceneritore è un tema che è comparso nelle riunioni del comitato tecnico scientifico. Si tratta infatti di una criticità che uno dei membri dell’organismo non ha mancato di sottolineare e far mettere a verbale. Nel corso della riunione del 15 novembre 2021, Piergiorgio Manciola, professore ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università degli Studi di Perugia, ha rilevato che «il trattamento termico di tutte le 130 mila tonnellate di rifiuti presenta diverse criticità legate alla gestione dei fumi e alla localizzazione di un nuovo impianto di incenerimento», dicendo di ritenere la soluzione «in larga parte tecnologicamente superata». Lo stesso comitato, nella presentazione del suo studio, ha valutato come possibili criticità la «accettazione della localizzazione dell’impianto e la tempistica per l’approvazione e la realizzazione dell’impianto», elementi che diluirebbero i tempi e condannerebbero a un’ulteriore messa sotto stress delle discariche, già oggi al limite della capacità. Il comitato tecnico scientifico valuta anche come criticità «il sovradimensionamento dell’impianto di incenerimento nel caso di un’ulteriore diminuzione dei flussi di produzione dei rifiuti», che quindi è un’ipotesi presa in considerazione che, come visto, avrebbe conseguenze paradossali.

Uno stralcio del verbale del comitato tecnico scientifico sui rifiuti dell'Umbria

Una scelta con gli occhi all’indietro

È per tutti questi motivi che il modello dell’inceneritore non è affatto il mondo dei sogni vagheggiato da Tesei e Morroni. Anzi. Appare anzi una soluzione datata anche in riferimento alla riconversione verde raccomandata dall’Ue, tema che non compare ancora nei radar dell’esecutivo dell’Umbria. E pure dal punto di vista dei costi di gestione, lo scenario dell’inceneritore comporterebbe, sempre secondo il comitato, una spesa di 171 milioni, laddove il modello Contarina, cioè quello più avanzato e pulito, costerebbe poco di più, 189 milioni. Insomma, viene fatta passare come modello una soluzione che tra l’individuazione della zona di realizzazione dell’impianto – che secondo il comitato tecnico scientifico dovrebbe sorgere nell’ambito territoriale 2, cioè tra Perugia, il Trasimeno e Assisi; le prevedibili proteste di popolazioni e amministrazioni locali; i costi ambientali e quelli di realizzazione (decine e decine di milioni) presenta tempi di realizzazione molto incerti, sarà profondamente divisiva e non appare quindi niente di efficace né efficiente. Sembra piuttosto, appunto, una soluzione semplicistica, pigra, e con gli occhi rivolti all’indietro. Laddove soluzioni praticabili e più efficaci sono scritte nello stesso documento da cui Tesei e Morroni hanno pescato l’inceneritore. E anche fuori, se in Regione si degnassero di dare un’occhiata alla proposta di Rifiuti Zero.

In copertina, la manifestazione contro gli inceneritori a Terni del 20 febbraio 2016. Foto di Carlo del Sol tratta dalla pagina facebook del comitato No Inc di Terni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *