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La crisi ha già colpito 35 mila persone, parlare di Pil è extra-umano

un uomo e una donna mano nella mano

di Fabrizio Marcucci

«Cinque punti di Pil in meno a causa del coronavirus in Umbria». La stima l’ha fatta la presidente della Regione Donatella Tesei, ed è rimbalzata nei giorni scorsi dalle tv locali alle locandine esposte dalle edicole, dagli articoli della stampa locale al web.

Il parlare della crisi in questi termini ha dei tratti che si potrebbero definire di extra-umanità. Scarta cioè come fossero birilli le vere vittime della crisi. Che colpisce in prima battuta le persone. Quegli esseri in carne, nervi, sangue e ossa che camminano, lavorano, si ammalano, si divertono (se e quando possono), gioiscono, s’incazzano e fanno mille altre cose. La crisi messa in termini di Pil disumanizza tutto. Tanto che negli articoli e nei ragionamenti dei cosidetti esperti di persone non si parla. È tutto uno snocciolare scenari e previsioni in forma di numeri: migliaia, percentuali, segni “meno” e segni “più”.

L’approccio extra-umano è così in voga che pare l’unico possibile. Non c’è nessuna cattiveria in chi lo fa proprio, che infatti ritiene la critica di extra-umanità sorprendente, infondata. Perché quello pare l’approccio naturale, essendo il più utilizzato.

C’è un pilastro nell’approccio extra-umano: il Pil è ritenuto così connaturato ai loro destini che diventa una sorta di appendice del Dna di uomini e donne, fedele misuratore del benessere delle persone. Se il sistema – cioè questo sistema – sta bene, le persone stanno bene, è il corollario. Occorre quindi alimentare il sistema affinché le persone stiano bene. Per questo in prima battuta occorre pensare a lui, all’extra-umano, al sistema. Ora, sono in molti a mettere in discussione questo assunto. Addentrarsi in questa disputa renderebbe la cosa che state leggendo eccessivamente ponderosa. Il nostro convincimento è che il benessere di questo sistema e quello delle persone non siano affatto indissolubilmente legati. Anzi. E per chi avesse voglia di conoscere meglio le ragioni alla base del convincimento, rimettiamo alla lettura di questo articolo.

Ma anche chi non fosse per niente convinto della extra-umanità dell’approccio che misura la crisi in Pil, converrà che parlare dello sconquasso che stiamo vivendo in termini di numeri e percentuali è un po’ come trovarsi davanti a un palazzo arso da un incendio e mettersi a misurare i danni in termini di cemento e suppellettili carbonizzate piuttosto che contare le vittime.

E non è solo il ballo la rappresentazione che si dà del fenomeno, qui sta il punto. Perché se le priorità sono il sistema e il Pil, scaturiranno misure conseguenti all’approccio. Se si cominciasse invece dalle persone in carne e ossa, lo scenario che si aprirebbe sarebbe un altro, forse approssimabile così: si verrebbe prima in soccorso delle persone, e poi, solo successivamente, una volta messi in sicurezza gli umani, si penserebbe al sistema. Ma lui, il sistema, è così sofisticato e poderoso da saper prendere la scena in maniera naturale, e mettere in secondo piano noi: gli uomini e le donne. Un esempio? In Umbria la percentuale di persone in stato di povertà è più che raddoppiata in quindici anni: dal 6 per cento del 2002 (si veda la tavola 3 al link che si apre qui) al 12,6 per cento del 2017. Un’epidemia. Ma in questi anni avete sentito parlare più delle necessità di questa fascia crescente di popolazione o di quelle del sistema?

Bene: allora proviamo a scardinarlo, questo approccio extra-umano. E proponiamo qui un’altra stima della crisi da coronavirus. In questi giorni si stanno presentando le domande per i buoni spesa da parte di chi ha visto il proprio reddito azzerarsi o ridursi sensibilmente in seguito alla crisi da virus. Non si tratta, si badi, del numero di persone già povere (113 mila in Umbria), ma di quelle finite in stato di necessità in quest’ultimo mese disgraziato. Prendendo i dati di due comuni assai diversi per posizione e composizione della popolazione, Perugia e Amelia, si giunge alla verosimile conclusione che le persone già piegate economicamente dal coronavirus sono almeno 35 mila in Umbria. La stima è dovuta al fatto che tanto a Perugia quanto ad Amelia, il numero di domande ha coinvolto il 4 per cento della popolazione: tremila sono i nuclei familiari che hanno fatto domanda nel capoluogo, 125 nel comune a sud della regione. Considerando che il numero medio di persone che compongono una famiglia in Umbria è di 2,28, si arriva a oltre 6.800 persone coinvolte a Perugia e a più di 480 ad Amelia. In entrambi i casi, il 4 per cento della popolazione, che a questo punto diventa, appunto, un dato verosimile per l’intera regione. Il 4 per cento degli umbri equivale a 35 mila uomini e donne: se questi nuovi poveri vivessero nello stesso posto costituirebbero la sesta città dell’Umbria, se convogliassero insieme agli altri sarebbero la seconda. E va considerato che il dato delle tremila domande a Perugia è arrivato quando mancavano ancora ventiquattro ore alla scadenza del bando, mentre Amelia ha deciso di riaprire i termini per soddisfare tutte le necessità. Quindi i 35 mila potrebbero essere una stima per difetto.

Disegnare la crisi sottolineando che sono già almeno 35 mila gli umbri colpiti è un dato umano, che parla di persone in carne e ossa e che chiama a fare qualcosa qui e ora e per il futuro per questa massa di necessitanti che si vanno ad aggiungere ai già 113 mila poveri in regione. Dire invece che la crisi costerà il 5 per cento del Pil, significa pensare al sistema. Che è un’altra cosa.

Foto da www.needpix.com

Ultimo aggiornamento 9/4/2020

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